L’attualità dell’interpretazione delle sindromi aprassiche nell’ottica neurofenomenologica del Prof. L. Longhi

foto Longhi

La visione classica pensava che il gesto finalistico, fosse mosso e retto dalle immagini: Per Liepmann, ad esempio, un “abbozzo eidetico” risvegliava “formule cinetiche” dell’azione motoria. Tuttavia col succedersi delle osservazioni cliniche, l’analisi del disturbo aprassico, da parte di AA sempre più numerosi, spostava l’attenzione sull’esecuzione stessa del gesto volontario. P. Marie, Bouttier e Bailey pensarono piuttosto ad una “rappresentazione” del movimento stesso, e Morlaas ad uno “sviluppo spaziale” del gesto, discinesia spaziale, sviluppo nel quale potevano verificarsi degli “errori topografici ”. Nello stesso senso l’analisi dei casi di “aprassia costruttiva”, già da parte di Strauss e di Kleist parve mettere a fuoco l’esistenza di “immagini e forme spaziali” del movimento, così come anche Lhermitte e coll. avevano parlato di un “pensiero specializzato per la nozione dello spazio”. In tali versioni si trattava di uno spazio non più inteso nel senso di uno “spazio intellettualizzato”, tipo spazio geometrico, ma di uno spazio-ambiente proprio del gesto finalistico.

Schilder (1935), sulla scorta di uno studio psicologico del gesto volontario, pur ammettendo un “abbozzo” precedente del movimento, precisa che non si tratta di rappresentazioni chiare del movimento bensì di una specie di “conoscenza intuitiva”. L’esperienza del soggetto sarebbe piuttosto quella di una “direzione”, di un’intenzione diretta ad uno scopo e ciò rappresenterebbe il “germe” di un piano, o di uno schema, in un campo psichico dato dalla com-presenza dell’Io e del mondo esterno, vale a dire dell’oggetto.

Ma l’inizio del movimento può poggiare solo sulla conoscenza del proprio corpo, da parte del soggetto, conoscenza che non è nozionale ma derivante dall’esperienza di un “modello posturale” poiché l’ “abbozzo” del gesto deve comprendere sia l’oggetto verso il quale il gesto viene mosso, sia “l’immagine” del corpo nella sua totalità e del segmento adibito al gesto.

Schilder intende per “modello posturale” necessario al gesto, come una “costruzione che si rinnova continuamente sulla base delle informazioni sensitive in un’esperienza vaga ai bordi della coscienza”.

E’  indiscutibile che Il gesto “abita” contemporaneamente una spazialità corporea ed una spazialità esterna al corpo, esso è intimamente legato all’esperienza ed alla conoscenza del proprio corpo, all’orientamento su di esso ed infine alla conoscenza dello spazio esterno ed all’orientamento in esso.

Binswanger riconduce la fisiopatologia dell’aprassia ai due termini di corpo e di spazio, egli precisa che il tronco rappresenta il vero “qui” nel senso in cui esso rappresenta la premessa anatomo-fisiologica che permette agli arti di cogliere uno spazio tattile polidimensionale ed alla cinestesia oculare di darci la profondità dello spazio ottico.

Tutto ciò sembra fondare uno spazio prassico comune nel quale esperienza del corpo, movimento e visione appaiono funzionalmente concorrenti al gesto finalistico. Una tale condizione spiega bene come l’alterazione di uno dei tre fattori suddetti possa essere causa di aprassia.

Tratto da Lamberto Longhi “ Neuropsichiatria” Ed. Le Monnier 1973

 

 

 

Corso E.C.M 18 – 19 marzo 2017 Approccio neurofenomenologico alla riabilitazione del disturbo afasico secondo l’ipotesi del Prof. L. Longhi ed il moderno orientamento della scienza cognitiva “incarnata” (o Embodied Cognition)

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INDAGINE SULLA CORPOREITA’ DISPONIBILE NEI SOGGETTI AFASICI: LA COMPONENTE MOTORIA DELL’ATTIVITA’ PSICHICA

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Tratto dal video sul seminario del Prof. G. Rizzolatti “Neuroscienze e Psicanalisi”  dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Il modello classico di come il cervello funziona, che si è andato affermando negli anni 50, per il quale il cervello era sostanzialmente un elaboratore d’informazioni, è oggi fortemente messo in discussione dalle moderne neuroscienze. Al  computer manca  qualcosa di fondamentale che hanno gli esseri viventi, cioè il movimento, più passa il tempo e più si acquisiscono delle evidenze scientifiche che dimostrano come il “movimento” sia un fattore fondamentale.

Noi abbiamo tutto un sistema motorio e da questo sistema motorio derivano particolari percezioni, per esempio noi abbiamo  la percezione dello spazio non perché abbiamo nel cervello un’ area per lo spazio, ma perché abbiamo delle aree motorie particolari per raggiungere lo spazio e  come conseguenza, successivamente abbiamo la percezione dello spazio. Siamo passati da un concetto che era tutto legato all’ elaborazione di stimoli esterni,  a qualcosa di interno, è il sistema motorio che costruisce lo spazio,   e anche la percezione degli altri.

La scienza non è fatta di mattoncini sparsi qua e là, per avere una visione del sistema nervoso bisogna avere un panorama concettuale, quello classico della psicologia cognitiva risulta del tutto insufficiente, ci sono altre due valide possibilità: una è quella della psicanalisi, l’altra è quella della fenomenologia di Husserl,  Merleau-Ponty e Sartre.

Lidia Gomato

 

La”sintassi operativa” nella costruzione degli utensili e nel linguaggio. Per riabilitare il disturbo afasico ci vuole una cultura d’“insieme”, un approccio olistico

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Leroi-Gourhan, linguista, etnologo, antropologo, archeologo, semiologo e storico dell’arte, nel suo bel libro del 1977 “Il gesto e la parola” Einaudi, mette in evidenza il nesso che esiste tra la mano e gli organi facciali e come questi due poli del campo anteriore del corpo denotano un analogo impegno nella costruzione dei simboli della comunicazione.

Nei primati gli organi facciali e gli organi manuali compiono un’azione tecnica di pari grado, una scimmia lavora con le labbra, i denti, la lingua e le mani, ma a ciò si aggiunge il fatto che l’uomo costruisce con gli stessi organi, cosa che i primati non fanno. Partendo da una formula identica a quella dei primati, l’uomo fabbrica utensili concreti e simboli, e gli uni e gli altri nascono da uno stesso processo o meglio, fanno ricorso nel cervello alle stesse attrezzature di base. Questo induce a pensare non solo che il linguaggio è tipico dell’uomo quanto l’utensile, ma anche che entrambi sono unicamente l’espressione della stessa facoltà. W. Kolher, psicologo della Gestalt, nei suoi famosi esperimenti, ha dimostrato come i 30 segnali vocali diversi dello scimpanzé sono l’esatto corrispondente mentale dei bastoni, infilati l’uno nell’altro per attirare a sé la banana appesa al soffitto,  e come tale patrimonio vocalico non possa essere considerato un linguaggio più di quanto l’operazione dei bastoni non sia una tecnica nel vero senso della parola.

Secondo Leroi-Gourhan si può tentare una paleontologia del linguaggio solo a partire dal momento in cui la preistoria ci tramanda gli utensili, perché utensili e linguaggio sono collegati neurologicamente e perché l’uno non è dissociabile dall’altro nella struttura sociale dell’umanità.

La tecnica è contemporaneamente gesto e utensile, organizzati in concatenazione da una vera e propria sintassi che conferisce alle serie operative fissità e duttilità al tempo stesso. La sintassi operativa è proposta dalla memoria e nasce tra il cervello e l’ambiente materiale, continuando in parallelo con il linguaggio, si ritrova sempre lo stesso processo.

La tesi simulazionista della comprensione linguistica

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Un consistente numero di esperimenti condotti da psicologi, neuroscenziati e linguisti ha di recente fatto pensare che quando comprendiamo una parola o una frase si attivano esattamente gli stessi sistemi neurali che si attivano quando percepiamo o agiamo; in sintesi la comprensione linguistica pare richiedere l’attivazione del sistema senso-motorio.

Nello specifico si è osservato che quando si comprende una parola, il nostro cervello attiva le stesse aree cerebrali che sono attive quando si percepisce l’oggetto cui quella parola si riferisce. Ad esempio se sentiamo pronunciare la parola “gatto” si attivano nel nostro cervello le medesime aree che si attivano quando percepiamo il gatto. Quando poi sentiamo o leggiamo la parola “galoppare” si attivano le aree motorie del nostro cervello attive quando riconosciamo l’azione del galoppare, ossia quando vediamo un cavallo che galoppa. Ancora, quando sentiamo o leggiamo la parola “correre” si attivano le aree motorie che sono attive quando corriamo o quando vediamo altre persone che corrono.

Comprendere una parola o un’espressione linguistica in generale, consiste secondo questa tesi, nel simulare un’esperienza precedentemente fatta, oppure uno stato percettivo o motorio.

Tratto dall’art. di C. Faschilli “Quando comprendere è simulare” pubblicato il 4/06/2013 su:

www.ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it

e liberamente modif. da Lidia Gomato

 

Con le persone afasiche la terapia cognitiva e della comunicazione si “fa” in laboratorio

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Per Munari, ideatore dei laboratori per l’educazione dei bambini, la creatività, cioè l’atto stesso di inventare qualcosa che prima non c’era, non è un puro frutto della fantasia, non deriva dal gesto libero e in qualche modo insensato dell’artista romantico, ma è il risultato di un processo di analisi in cui ogni elemento del problema da affrontare viene sviscerato per coglierne ciascun aspetto, positivo e negativo per poi ricomporlo in una sintesi superiore. Nell’attività di laboratorio quindi, dove si usano i mediatori artistici, la conoscenza si acquisisce tramite il “progettare” e il “fare”, cioè attraverso l’esperienza diretta.

Le attività variegate svolte in laboratorio, come: la pantomima, il disegno, le foto, il collage, il video, la musica ecc., finalizzate al recupero di una certa capacità espressiva-comunicativa dei pazienti afasici, permette di coinvolgere dal punto di vista cognitivo, entrambi gli emisferi cerebrali, cioè tutto il cervello. L’emisfero destro infatti, come è stato dimostrato, è specializzato nell’elaborazione degli stimoli visivi, nella percezione dello spazio e del tempo, nella percezione e nella produzione della musica, nell’immaginazione e nel riconoscimento delle espressioni facciali dell’altro; l’emisfero sinistro invece, è specializzato nelle funzioni linguistiche, nelle funzioni logiche e nella coordinazione occhio-mano. Quanto è stato recentemente scoperto sul funzionamento dei neuroni a specchio inoltre, la loro attivazione quando si compie un’azione e quando la si osserva compiuta da altri, e il loro ruolo nell'”empatia”, dà ulteriore credito ad un’attività di laboratorio come integrazione alla terapia individuale sia cognitiva che della comunicazione.

Lidia Gomato

 

 

L’uomo, un animale prematuro e disadattato. La biologia neotenica e l’antropobiologia di Arnold Gehlen

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L’uomo, per Arnold Gehlen (fondatore dell’antropologia filosofica insieme a Max Scheler e Helmuth Plessner), è un essere carente, “disadattato”, ma contemporaneamente è “aperto al mondo” perché la sua plasticità gli permette di reagire in modo sempre diverso e adeguato alle situazioni. Con tali caratteristiche l’uomo è unico nel suo genere ed occupa un posto particolare nel mondo, diverso da tutti gli altri viventi.

L’”azione” è l’unico potente strumento che l’uomo ha a sua disposizione per compensare la carenza biologica di organi specializzati, la mancanza di istinti naturali, la grossa esposizione al rischio della vita per la necessità di una lunga protezione nel primissimo periodo di vita.

L’uomo ha dovuto rielaborare il suo rapporto con la natura per crearsi un mondo più adatto, un mondo artificiale che gli consentisse di sopravvivere, cioè il mondo della “cultura”.

Le possibilità di sopravvivere nell’uomo quindi, vanno ricercate in tutte quelle azioni che hanno una componente “tecnica”, la sola dimensione nella quale egli può sopperire alla sua carenza di istinti; a differenza dell’ animale la sua relazione con l’ambiente non è codificata geneticamente. Gehlen per la sua concezione di “antropobiologia” prende spunto dalla teoria dello sviluppo neotenico dell’uomo, propugnata dall’anatomista olandese Lodewijk Bolk.

Questa teoria è oggi ampiamente sostenuta dal mondo scientifico, come ad esempio dal biologo S. Gould e da esponenti delle neuroscienze cognitive “embodied”o “incarnate” tra i quali V. Gallese.

Lidia Gomato

A.Gehlen – L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo a cura di V.Rasini – Mimesis 2010

Qual’ è la possibilità di “significare” del gesto nell’afasico? Introduzione all’ipotesi longhiana

scultura preistorica di donna

“Poiché l’ordine esteriore rappresenta tanto spesso quello interno e funzionale, la forma ordinata non va valutata per se stessa, separandola cioè, dal suo rapporto con l’organizzazione il cui significato essa incarna”  (Rudolf Arnheim)

Tratto da una lezione di L.Longhi anno 1983

Quello che noi vediamo in una statua non è che la traccia definitiva di una gestualità enorme, immensa: uno scultore può lavorare intorno ad una statua anche per mesi, noi dovremmo poter vedere tutti i movimenti che lo scultore fa in tutti questi mesi, raccolti in una totalità, in una unità che porta alla statua completa. La statua non è un fatto esterno alla gesticolazione, ma è un’espressione immediata, anche se non è immediata nel tempo di questa gesticolazione; senza gesticolazione non c’è la statua, e la statua è tanto più ricca di momenti espressivi quanto più la situazione che l’ha prodotta è ricca nel suo strutturarsi, nel suo formarsi e questo vale per qualsiasi gesticolazione. Il gesto ha in sé questa possibilità di significare, si mette in rapporto con il tema e diventa simbolico. La stessa cosa è per l’oratore, l’oratore non ha bisogno di uno strumento che gli dia voce e la moduli, già la possiede, quindi l’unica, enorme capacità di significare che non richiede la mediazione dell’utensile evidentemente è proprio la nostra voce. L’afasia è il disturbo di questa capacità di “significare”, però ci si domanda se questo tipo di significare, cioè attraverso l’articolazione fonetica o fonemica, sia un fatto a sé, sia una dote che in un certo momento compare nell’uomo e lo fa animale che parla o sia il termine ultimo di uno sviluppo che comincia con un significare molto più elementare, che è ugualmente un significare. Su questa seconda ipotesi, abbiamo ipotizzato nel “Profilo del disturbo afasico” quattro livelli di sviluppo del gesto: quello mimico, quello prassico, quello iconico e quello verbale, che sono un po’ delle tappe di questo sviluppo.

L’essenza vera del parlare, come l’essenza del significare, è soprattutto nella possibilità di manifestare un gesto che di per sé può assumere qualsiasi codice; la stessa cosa che fa il pittore: se noi prendiamo dai pittori classici, quelli che disegnavano bene la figura e andiamo agli astrattisti, ai futuristi, ai dadaisti, agli informali, vediamo che ad un bel momento la figura scompare, però non c’è dubbio che è un linguaggio, l’artista si fa un suo codice, un suo stile. L’imitatore quando fa le riproduzioni di quadri fa quello che fa l’afasico quando pronuncia una parola per ripetizione, in questo caso c’è un’imitazione servile di uno stile, anche nel test di disegno c’è una certa differenza tra disegno copiato e disegno creato.

Certamente quanto più è elementare la gesticolazione tanto meno ricco sarà il contenuto simbolico, quanto più è complessa la gesticolazione tanto più ricco sarà il contenuto simbolico; diremo quindi, che uno scultore quando accumula gesti su gesti durante un mese, non fa che arricchire questo contesto e parallelamente all’arricchimento della sua gesticolazione si arricchisce anche il simbolo, cioè la statua.

Come possiamo vedere questa struttura fondamentale del “significare”, cogliere questo momento neuropsicologico nell’afasico?

 

 

La teoria motoria della percezione del linguaggio di Liberman e l’approccio di Longhi alla riabilitazione del gesto verbale negli afasici

foto Longhi

Il Prof. L. Longhi era un esperto di studi sulla percezione e delle problematiche legate alla Gestalt; in Italia, dopo Musatti, Metelli e De Marchi, ha dato, con Pirisi e Della Volta, un importante contributo in questo campo, in particolare con i suoi studi sulla percezione spaziale nei malati adulti con cerebrolesione acquisita.

Per quanto riguarda la percezione del linguaggio, Longhi propendeva per le teorie attive, per le quali l’ascoltatore svolge un ruolo attivo nella percezione del parlato, nel senso che, dopo aver ricevuto un segnale, opera un confronto tra le caratteristiche acustiche del segnale stesso, individuate dal sistema uditivo e i gesti articolatori per produrre un simile segnale.

La teoria motoria della percezione del linguaggio (Mothor Theory) di A.M Liberman, negli anni sessanta ha avuto un particolare rilievo, ed è stata un punto di riferimento per l’approccio longhiano  alla riabilitazione del disturbo afasico, visto come un’alterazione del gesto.

Il punto centrale della “teoria motoria” è la mediazione del processo di produzione nella decodifica di un messaggio linguistico: il processo di percezione è determinato non tanto dalla natura fisica dello stimolo, ma piuttosto dai processi articolatori necessari per produrre il segnale, che l’ascoltatore imita internamente. In pratica per decodificare un segnale l’ascoltatore ripeterebbe internamente i movimenti che il parlante fa per produrre quel dato messaggio orale.

Che il linguaggio verbale abbia una base fondamentalmente gestuale è sempre più supportata da studi recenti (v. Gentilucci e Corballis, 2006; Gentilucci e Dalla Volta, 2008), anche il “sistema specchio” sembra operare in accordo al medesimo principio postulato dalla teoria motoria della percezione del linguaggio (Rizzolatti e Arbib 1998).

 

 

Lamberto Longhi: neurologo,psichiatra,psicologo e fenomenologo

foto Longhi

Le ricerche del neurofenomenologo Lamberto Longhi si sviluppano sulla traccia di Merleau-Ponty, Kurt Goldstein, F.J.JBuitendijk ed altri; esse partono dalla convinzione che una concezione di tipo puramente meccanicista o “stimolo-funzionale” dell’organismo e della vita umana non permette di accedere alla comprensione, quindi alla conoscenza, della vasta gamma di sfumature che si collocano tra la “normalità” di una facoltà e la sua “insufficienza”.

Si può davvero curare una persona riducendo i suoi deficit solo a carenze e disfunzioni clinico-fisiche del cervello? Se è possibile riconoscere le specifiche aree traumatiche del cervello e ricostruire un’eziologia di alcuni disturbi neurologici peculiari bisogna altresì situare l’intera struttura di vita di un paziente quegli stessi disturbi, dal momento che il nostro organismo viene esperito non come una moltitudine di fatti isolati, ma come una totalità in continua trasformazione, come un continuo movimento sinestesico situato nel mondo. Attraverso il metodo fenomenologico di Husserl, Longhi ha tentato nelle sue ricerche di coniugare la necessità della scomposizione con il rispetto della totalità, l’importanza dell’analisi con la salvaguardia di una visione sintetica del singolo e della realtà nel suo complesso.