Corso E.C.M 18 – 19 marzo 2017 Approccio neurofenomenologico alla riabilitazione del disturbo afasico secondo l’ipotesi del Prof. L. Longhi ed il moderno orientamento della scienza cognitiva “incarnata” (o Embodied Cognition)

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LA MENTE GIROVAGA. CHE COSA FA IL CERVELLO QUANDO NON STA GUARDANDO?

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Tra divagazione e concentrazione il cervello, secondo lo psicologo neozelandese Michael Corballis autore del famoso libro “Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio” – Raffaello Cortina 2008, è simile a una piccola città in cui brulicano persone assorbite nelle proprie faccende. Quando c’è una partita di calcio, la gente si riversa allo stadio, mentre il resto della città appare silenzioso, quindi quando la mente non è concentrata su qualche evento divaga e comunque non è mai ferma.

L’attenzione è discontinua, e di norma intervallata da pause di rilassamento più o meno lunghe, non  soltanto per esigenze di riposo ma anche per esigenze biologiche adattive e costruttive; la mente che girovaga rielabora rimugina, ricombina le tracce delle percezioni esperite. Corballis ipotizza che il divagare con la mente sia geneticamente connesso all’esperienza di spostamento corporeo.

Ci sono varie forme o modalità di divagazione, ci sono delle distrazioni preordinate, una certa disposizione della mente a combinare la capacità di rievocare eventi passati e quella di costruire scenari futuri sganciandosi dal presente, così facendo la mente anticipa evenienze possibili e si prepara ad affrontare i pericoli. Ci sono inoltre, le divagazioni involontarie come il sogno e le allucinazioni e la divagazione che diventa racconto. Per Corballis molto del nostro vagare con la mente è narrato sotto forma di storie, la mente umana possiede una grande capacità di costruire racconti complessi e di condividerli con altri mediante il linguaggio verbale e non verbale: ”Il vagare con la mente è nelle mani o nella voce di chi racconta storie”.

Lidia Gomato

Tratto e liberamente modificato:

– dall’art. di M. Belpoliti “ Distrazione elogio filosofico di una virtù troppo umana” La Repubblica 10/12/2016

– dall’art. di M. Berenghi “ Meglio concentrati o distratti?”  28/01/2016 www.doppiozero.com

La”sintassi operativa” nella costruzione degli utensili e nel linguaggio. Per riabilitare il disturbo afasico ci vuole una cultura d’“insieme”, un approccio olistico

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Leroi-Gourhan, linguista, etnologo, antropologo, archeologo, semiologo e storico dell’arte, nel suo bel libro del 1977 “Il gesto e la parola” Einaudi, mette in evidenza il nesso che esiste tra la mano e gli organi facciali e come questi due poli del campo anteriore del corpo denotano un analogo impegno nella costruzione dei simboli della comunicazione.

Nei primati gli organi facciali e gli organi manuali compiono un’azione tecnica di pari grado, una scimmia lavora con le labbra, i denti, la lingua e le mani, ma a ciò si aggiunge il fatto che l’uomo costruisce con gli stessi organi, cosa che i primati non fanno. Partendo da una formula identica a quella dei primati, l’uomo fabbrica utensili concreti e simboli, e gli uni e gli altri nascono da uno stesso processo o meglio, fanno ricorso nel cervello alle stesse attrezzature di base. Questo induce a pensare non solo che il linguaggio è tipico dell’uomo quanto l’utensile, ma anche che entrambi sono unicamente l’espressione della stessa facoltà. W. Kolher, psicologo della Gestalt, nei suoi famosi esperimenti, ha dimostrato come i 30 segnali vocali diversi dello scimpanzé sono l’esatto corrispondente mentale dei bastoni, infilati l’uno nell’altro per attirare a sé la banana appesa al soffitto,  e come tale patrimonio vocalico non possa essere considerato un linguaggio più di quanto l’operazione dei bastoni non sia una tecnica nel vero senso della parola.

Secondo Leroi-Gourhan si può tentare una paleontologia del linguaggio solo a partire dal momento in cui la preistoria ci tramanda gli utensili, perché utensili e linguaggio sono collegati neurologicamente e perché l’uno non è dissociabile dall’altro nella struttura sociale dell’umanità.

La tecnica è contemporaneamente gesto e utensile, organizzati in concatenazione da una vera e propria sintassi che conferisce alle serie operative fissità e duttilità al tempo stesso. La sintassi operativa è proposta dalla memoria e nasce tra il cervello e l’ambiente materiale, continuando in parallelo con il linguaggio, si ritrova sempre lo stesso processo.

IN OMAGGIO A TOMAS TRANSTROMER E AI TANTI ALTRI POETI AFASICI “ANONIMI ”

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Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
Mi recai sull’isola innevata.
Non ha parole la natura selvaggia.
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
Linguaggio non parole.

Tomas Transtromer, premio Nobel per la letteratura nel 2011, colpito da ictus nel 1990 ed afasico, ha continuato a scrivere poesie e a suonare il piano con la mano sinistra.

Lidia Gomato

Anni fa ho conosciuto e lavorato con un ragazzo afasico di 32 anni, insegnante e musicista, anche lui come Tomas Transtromer, è riuscito nel tempo a suonare di nuovo il piano usando anche la mano destra.  Era stato ricoverato in ospedale in seguito a un’emorragia cerebrale da MAV, come disturbo del linguaggio mostrava un’alterazione nella strutturazione della frase, quindi un impedimento importante nel comunicare messaggi. All’inizio R. mi salutava spontaneamente con un “ciao pallina”, un soprannome affettuoso che aveva dato alla sua ragazza prima di stare male, in seguito, con il recupero della possibilità di mettere insieme due o tre frasi, è passato dal caloroso “ciao pallina” ad un saluto più contenuto ed adeguato, ma certamente meno simpatico, in cui ha iniziato a chiamarmi “dottoressa”. Un giorno mentre cercava di raccontarmi il bel rapporto che aveva avuto con suo nonno, una persona importante nel suo vissuto personale, disse commosso: ” la sera io e lui fumavamo una sigaretta insieme,  lui per me era una sigaretta accesa nel buio”.

Avevo sempre saputo che l’afasico vero non riesce a fare” metafore”, quindi ho colto in quella frase un importante segno qualitativo di recupero del linguaggio, nonostante la “sintassi” nella comunicazione ordinaria presentasse delle evidenti lacune.

E’ interessante notare, a proposito della creatività del linguaggio, che Roman Jakobson, il famoso linguista russo, ha distinto il linguaggio ordinario, cioè quello della realtà, dal linguaggio poetico che consiste nella liberazione di una capacità insita nel linguaggio stesso, cioè la capacità di creare connessioni e conseguentemente “mondi”.

La poeticità di un’espressione verbale indica secondo Jakobson, che in gioco non è la semplice comunicazione, ma qualcosa di più: la rilevanza del messaggio in sé chiamerebbe in causa il carattere dinamico del linguaggio ……  la dinamicità di un organismo, di cui è possibile sentire biologicamente e fisicamente gli impulsi e i contrasti interni”. Se nel linguaggio ordinario,  la grammatica ha una funzione rigorosamente strutturale latente, essendo il fondamento che regge il tutto, in poesia  invece, essa acquista un valore imprevisto. Sempre Jakobson ci ricorda che il linguaggio non è solo comunicazione funzionale, esso è sia l’aspetto conservatore, sia l’aspetto innovatore della realtà.

Nel laboratorio di terapia espressiva a mediazione artistica per persone afasiche, dove lo spazio non è codificato ma aperto, è più facile rilevare questo aspetto creativo del linguaggio, del linguaggio vivo, con cui alcuni pazienti, cercano di esprimere ciò che l’alterazione delle regole sistemiche del linguaggio formale impedisce loro.

Ora ci sarebbe da chiedersi se, nella logopedia dell’afasia, gli strumenti di valutazione e gli approcci riabilitativi in uso, sono sufficientemente idonei a cogliere un tale aspetto qualitativo del linguaggio, se al paziente afasico in logoterapia viene lasciata, dal punto di vista metodologico, questa libertà di poter dire ciò che il terapista non può prevedere.

R.Jakobson (1968) “Poesia della grammatica e grammatica della poesia” trad. di Picchio Riccardo, in Poetica e poesia. Questioni di teoria e analisi testuali. Ed. Einaudi 1985

 

 

La spazialità prospettica del gesto verbale nell’afasico

foto Longhi

Nelle ricerche sull’afasia, la tentazione di smontare l’unità funzionale del “comunicare”, dove il “declinarsi” reciproco degli interlocutori raggiunge la sua massima evidenza, sembra irresistibile.

L’afasico però non adopera “pezzi” smontati del suo normale comunicare, bensì una nuova “totalità” funzionale, anche se ridotta.

Il pronunciare una parola su ripetizione , su lettura, su immagine, pronunciarla in una serie numerale non è comunicare.

Senza dubbio il comunicare come ogni gesto finalistico , implica una progettualità con una propria spazio-temporalità e con un proprio orientamento spazio-temporale.

Implica cioè un ordinarsi coerente del soggetto al complemento, attraverso il predicato. Implicazione che possiamo cogliere anche nella coniugazione di un tempo verbale o nel numerare alla rovescia.

Ciò sembra poter spiegare sufficientemente il netto scarto di rendimento che si osserva molto spesso fra la parola ripetuta o letta o su immagine , o nella serie numerale normale e quella nella serie numerale rovesciata e nella coniugazione.

Soprattutto nel confronto fra serie numerale normale e serie numerale rovesciata si potrebbe dire che mentre il patrimonio verbale è uguale , è proprio il momento della agibilità prospettica del tutto che distingue nettamente l’agibilità del gesto verbale in quanto agibilità fondata sull’uso contestuale e non sulla sola struttura propria del gesto.

Di fronte all’afasico spesso il nostro atteggiamento spontaneo è quello di farlo parlare col ricorso a stimolazioni che facilitino il gesto fonetico-articolatorio: parola ripetuta, parola letta, parola su immagine; ma questo non è ancora parlare, perché si tratta di una parola senza “contesto”.

Il parlare non può essere che comunicazione ed informazione; e queste dimensioni non possono in alcun modo essere trascurate in afasiologia. Il malato in effetti ci chiede questo linguaggio  e non il recupero della parola ripetuta o letta ecc.

Mi sembra ovvio che nel linguaggio spontaneo: nella frase, nel periodo, il problema della spazialità agibile, come spazialità logico-discorsiva è più che mai presente e, per tale motivo può essere di particolare interesse una sua possibile semiologia. Il test dei  “bastoncini” ha, almeno nelle nostre intenzioni, un tale scopo.

Tratto da “La parola come gesto: la sua spazialità” L.Longhi, L.Gomato et al. – Neuriabilitazione dell’Emiplegico. Aspetti teorici e pratici- Ed. Ermes Medica 1981

 

Corso E.C.M 18-19 Marzo 2017

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Da una “testa ben piena” a una “testa ben fatta”

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Edgar Morin, sociologo e filosofo di 94 anni, sottolinea l’urgenza di una riforma dell’insegnamento e del pensiero verso un’interdisciplinarietà. Troppo diffuse sono le concezioni e le pratiche didattiche che favoriscono il pensiero frammentario e frammentante “l’intelligenza che sa solo separare spezzare il complesso del mondo in frammenti disgiunti, frazionare problemi, unidimensionalizzare il multidimensionale”. Si rende necessario un cambiamento di tendenza, promuovendo una didattica capace di formare “l’attitudine a contestualizzare e globalizzare i saperi perché questa è la qualità fondamentale della mente umana”. Con l’eccessiva insistenza sull’insegnamento-apprendimento di una quantità rilevanti di nozioni all’interno di settori separati, si fonda un anomalo ingigantimento del bagaglio nozionistico, su una “gigantesca torre di Babele” che ha la presunzione di trasmettere tanto sapere ma che , in realtà tradisce il compito stesso dell’insegnamento formando soltanto una “testa ben piena”, nella quale “il sapere è accumulato, ammucchiato, e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”. La conoscenza è “separazione” e “interconnessione”, analisi-sintesi, tuttavia la nostra civiltà e la nostra prassi pedagogica finiscono per privilegiare nettamente la fase di separazione.  Questo tipo di didattica ha anche delle gravi ripercussioni nella responsabilità etica, in quanto un’intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso planetario rende ciechi, incoscienti, irresponsabili. Sospinti da interessi o ideologie, siamo indotti a credenze semplificatrici, a distinzioni rigide che scavalcano la complessità, al limite del reale.

La formazione scolastica, Università inclusa, dovrebbe formare “teste ben fatte” (metafora che Morin ha ripreso da Montaigne) e prevedere un insegnamento dedicato alla “conoscenza della conoscenza”, compito a cui devono contribuire, insieme alla filosofia, la psicologia, le scienze cognitive, la letteratura e la storia.

L’importanza dell’esperienza, della prassi e della creatività nell’agire logopedico

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Qualche anno fa ho lavorato con un bimbo di sei anni che aveva un disturbo dell’apprendimento, come spesso accade, la sua manualità non era affatto sviluppata: aveva un problema nell’abbottonarsi la giacca, fare i nodi, i fiocchi, nel manipolare la plastilina in varie forme; per realizzare una casetta tridimensionale o altri semplici oggetti, S. usava lo stesso schema operativo del disegno : faceva tanti rotolini di plastilina fini fini, che corrispondevano alle linee, poi cercava di metterli insieme. Puntualmente la sua costruzione crollava e S. era molto sorpreso nel constatare ciò, nonostante tutto, ogni volta ripeteva la stessa strategia. Dalla manualità abbiamo iniziato il nostro lavoro e a questa mi sono poi agganciata per iniziare l’apprendimento di lettura e scrittura; tante e tante volte con quella plastilina ho fatto modellare al bambino le lettere dell’alfabeto, ordinarle dalla A alla Z, metterle in ordine sparso e riconoscerle una per una, leggerle, combinarle insieme nel formare piccole parole, tutto in un clima di gioco. Visto che S. era molto interessato al mio computer, un giorno provai a farlo scrivere utilizzando la tastiera e con mia grande meraviglia vidi che cercava di battere sui tasti con i pollici; un altro giorno ancora, alla mia domanda: “secondo te dove vivono i pesci?” S. rispose, dopo una lunghissima pausa: “nell’acquario”. In questi comportamenti io vedevo sempre più una carenza di vissuti, di esperienze, di relazione; iniziai a svolgere un’indagine accurata sulle abitudini del bambino in famiglia: aveva un fratello più grande con cui giocava molte ore al giorno alla play-station, la mamma, non potendo contare sul marito sempre fuori casa per lavoro, si era ben organizzata ad occuparsi di tutto: casa, figli, lavoro, in un regime militaresco. La comunicazione in famiglia era scarsa e povera di argomenti, tra madre e figli si parlava per lo più di compiti (vissuti dalla mamma con molta ansia) e di giochi da comprare (un giorno il bambino venne in terapia con 40 pacchetti di figurine appena acquistati), non si leggevano libri e mai a S. era stata raccontata una favola; il padre tornava la sera dal lavoro e trovava un po’ di relax davanti alla televisione. Con l’aiuto della mamma, che fortunatamente si è lasciata guidare, abbiamo lavorato per ben quattro anni sul “comunicare” e sul “fare” esperienze varie; a lei era affidato il compito di portare il bambino a contatto con le cose, nella realtà, di leggergli una favola tutte le sere, di impegnarlo in giochi costruttivi e di ridurre l’uso della play-station, a me quello di fargli esprimere le esperienze fatte in molti modi: narrazione tramite disegni, collage, foto, montaggio di fumetti, di video, accompagnati sempre da scrittura e lettura. Anche le insegnanti hanno collaborato al nostro progetto cercando di usare dei termini e delle modalità di comunicazione più comprensibili, accessibili al bambino; in tal modo S. si è sentito maggiormente accettato nell’ambiente scolastico ed ha iniziato ad avere meno paura di sbagliare. In quarta elementare S. ha incominciato a “sbocciare”, un salto qualitativo nel suo sviluppo era stato fatto, con me scherzava prendendomi in giro, con una certa astuta ironia. La mamma di S. alla fine del percorso terapeutico mi ha confidato che molte cose erano cambiate anche per lei e mi ha ringraziato per aver avuto la possibilità di vivere il rapporto con i figli in un modo diverso. Io ringrazio loro per avermi dato l’opportunità di imparare ancora. Penso che nel nostro lavoro di logopediste dovremmo guardare ad ogni singolo bambino o adulto come a un universo, con la consapevolezza della complessità del linguaggio, che non può essere ridotto all’aspetto logico-formale, e della persona che abbiamo di fronte; che potremmo affinare le nostre risorse, lasciarci guidare un pò dal nostro intuito e dare alla relazione terapeutica quel tocco personale che solo l’atto creativo può dare.