Corso E.C.M 18-19 Marzo 2017

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Dalla “scienza delle nuvole” un metodo per prevedere le trasformazioni dell’esperienza umana

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Luke Howard, un giovane metereologo inglese, nel 1802 ebbe l’intuizione geniale di ridurre le numerose forme individuali delle nuvole a un numero limitato, di classificare tre forme fondamentali di nuvole: cirrus, cumulus e stratus. Il sistema d’identificazione che adottò ha consentito agli scienziati di classificare tutte le nuvole come una varietà delle tre forme di base, diffondere conoscenze su di loro, studiarle ulteriormente e applicare le informazioni per fare le previsioni metereologiche. Howard fu il solo a capire che la nube non è un oggetto, non è uno stato, ma una transizione costante e come tale andava descritta, così gettò le basi per la “scienza delle nuvole”, cioè la meteorologia.

Nella “sfida alla complessità” non è più possibile inseguire qualcosa di definito e misurabile, il nesso causale non è più lineare, l’evento aleatorio scuote la ripetizione dell’identico; nello studio dell’esperienza umana si preannuncia un sapere nuovo, capace di convivere con l’incerto e le sue trasformazioni, in grado di apprezzare le qualità.

La nuvola è una miscela indeterminata, campo dei possibili in cui le forme traggono origine, il tempo delle meteore è irreversibile così come la vita dell’uomo, non è lo stesso dell’orologio di precisione, modello dei sistemi regolari, ma piuttosto quello dei “sistemi disordinati più o meno imprevedibili” e non possiamo che affidarci alle probabilità statistiche per anticipare il futuro. La sorte degli umani non segue una traiettoria precisa e neanche il cammino della storia.

Lidia Gomato

 

Spunti tratti dai seguenti articoli:

 Lo scienziato che legge le nuvole di M. Bucchi – la Repubblica 15/04/2016

Nuvola di M.Porro www.doppiozero.com 5/05/2016

 

 

Il metodo fenomenologico applicato all’esperienza clinica neurologica e neuropsicologica

foto Longhi

tratto da una lezione del neurofenomenologo Lamberto Longhi, anno 1981

Lidia Gomato

Riflessioni sull’esperienza clinica che hanno precorso i risultati delle ricerche di neuroimaging funzionale

Il cervello lavora globalmente, qualsiasi cosa facciamo non è localizzata in un centro, ma richiede l’attività di tutto il cervello, è vero però che nel cervello ci sono dei punti nodali la cui lesione non toglie la funzione ma altera questa totalità che è in grado di espletare la “funzione”. Vediamo ad esempio, cosa succede al malato emiplegico: appena l’emiplegico ha avuto l’ictus è flaccido, inerte, senza un riflesso, e’ in stato di shock, di diaschisi; questo significa che di fronte ad un insulto così grave ed improvviso, tutto il cervello si mette in riposo, tutta l’attività cerebrale si sconnette e non funziona più nulla. Noi troviamo un organismo con un’attività nervosa estremamente ridotta, poi adagio adagio, si ri-costruiscono dei livelli di attività cerebrale che ri-compaiono come “funzioni”.

Per quanto riguarda il linguaggio, una funzione così complessa, non c’è bisogno di mettere il cervello in stato di diaschisi, basta che in questo sistema complesso, un nodo di particolare rilievo venga messo in difficoltà, che tutta la funzione va via. Allora non ci sono dei centri depositi di funzioni ma dei centri nodali di particolare rilievo, la cui lesione sconnette più facilmente che la lesione di un altro centro, il complesso “sistema del linguaggio”.

Per il linguaggio, noi dobbiamo impostare il problema del focolaio della lesione, del “centro”, non solo come problema corticale, ma anche sottocorticale; in una versione euristica il cervello lavora come un totum strutturato. Il concetto di “deficit” come il venir meno di un qualcosa, come una situazione deficitaria in senso meccanico, in senso matematico, di una certa somma alla quale è venuto meno qualcosa è da rivedere.

Nell’ottica antropologica-fenomenologica il vecchio concetto per cui nell’emiplegia la sofferenza piramidale non fa che liberare una struttura che fino ad allora era stata controllata e sottomessa, viene completamente ribaltato. In realtà l’attività piramidale continua a muoversi con un’attività di partenza, deve ristrutturare una motricità volontaria diversa, che è ancora una totalità.