Con la Neurofenomenologia verso una “Neuropsicologia del significare”

Neurofenomenologia   L’analisi logico-formale del linguaggio applicata allo studio dell’afasia non è in grado di cogliere la dimensione essenziale del linguaggio, cioè la capacità che ha ancora il malato  di “usare” il linguaggio per i propri fini,  di “dare significato” ai propri gesti verbali, ma anche non verbali, in “contesti” comunicativi sempre vari così come  si presentano nella vita. M. Merleau Ponty ha distinto una lingua “parlata”  riferendosi alla lingua convenzionale e una lingua “parlante” riferendosi all’”uso” del linguaggio che ciascuno di noi ne fa; la neuropsicologia tradizionale, in un’ottica materialista-positivistica, ha proposto da sempre nello studio ed il trattamento dei malati afasici il modello della lingua “parlata”, cioè della  lingua convenzionale studiata in laboratorio. Un tale approccio però, esclude  la “complessità” del linguaggio che si manifesta nella capacità dell’uomo di “creare”, di “costruire” i significati e non solo di imitarli. Continua a leggere