Il movimento, l’uso dell’oggetto e la costituzione di uno “spazio abitabile”

camera di magritte

Lidia Gomato

L’oggetto che nomino non assume il suo significato solo al momento della sua designazione verbale, né dalla sua collocazione in una rete logico-linguistica: esso lo possiede perché l’uomo nella sua relazione col mondo ha stabilito con esso un rapporto, un valore d’uso attraverso il movimento, la manipolazione. In prima istanza, l’oggetto non esiste distaccato dal mondo che “io abito”, l’oggetto è maneggevole oppure no, è grande o piccolo, sta in alto o in basso, a destra o a sinistra, in riferimento al mio corpo che ne fa esperienza.

Il biologo Jacob von Uexkull, che per primo introdusse in biologia il concetto di “ Umwelt” cioè di “Ambiente”, ha descritto molto bene nel suo libro (Ambiente e comportamento” Saggiatore 1967) come l’”oggetto” entra a far parte del nostro mondo individuale attraverso un “ciclo operazionale”: se le azioni che possiamo effettuare sono poche, pochi saranno gli oggetti costituenti l’universo individuale, se le azioni sono tante invece, ci saranno altrettanti oggetti nel nostro ambiente. Nel caso della malattia ad esempio, “la strabocchevole varietà delle cose esistenti si sarà ridotta ad un ben povero mondo, ma in compenso aumenta la sicurezza: essendo assai più facile comportarsi in modo conveniente in mezzo a pochi, che non frammezzo a molti oggetti. Gli animali, (non solo l’animale uomo) costituiscono dei mondi individuali suscettibili di far tesoro delle esperienze, il numero degli oggetti invece, si accresce anche nel corso della vita, giacché a ogni nuova esperienza consegue una nuova presa di posizione di fronte a nuove impressioni; in tal modo il soggetto entra in possesso di nuove figure percepite, e di nuove tonalità effettuali. E’ particolarmente facile osservare questi fatti nei cani, che imparano a servirsi, per scopi, diciamo così, canini, di oggetti d’uso dell’uomo, ciò nonostante, il numero degli oggetti che popolano il mondo di un cane è di gran lunga inferiore a quello del nostro mondo personale (pg 170).

Dal punto di vista estetico Magritte, nel dipinto della sua “camera”, mette ben in evidenza il concetto espresso da Uexkull: gli oggetti che fanno parte del mondo individuale dell’artista, sono quelli con i quali ha stabilito un rapporto d’uso, essi non sono percepiti e rappresentati tutti allo stesso modo, quelli di dimensioni più grandi hanno un valore, un significato particolare, predominante rispetto agli altri.

 

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Il processo di simbolizzazione “prende corpo” nel laboratorio di terapia espressiva per afasici

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La sperimentazione in laboratorio, iniziata nel 2011, con un gruppo di persone “afasiche”, è nata dall’ esigenza di vedere più da vicino il corpo in “atto” in uno “spazio condiviso”. Volevo esplorare, comprendere meglio nei pazienti, le possibilità di simbolizzazione del gesto mimico e del gesto iconico oltre a quello verbale e rilevare eventualmente delle correlazioni tra queste diverse modalità espressive. Ero anche molto interessata agli aspetti motivazionali legati al lavoro di gruppo, alla relazione con gli altri, e ad una terapia del linguaggio, intesa nel senso più ampio, improntata al “gioco”, alla “finzione” e alla “narrazione”.

 

L’Antropologia filosofica e la scienza oggi

L'antropologia filosofica oggi

Tratto da Ubaldo Fadini (progetto UTET) e liberamente modif. da L. Gomato

 L’antropologia filosofica si presenta così come «un paesaggio concettuale» del nostro secolo, in cui si cerca di fondare l’idea di un’umanità, che sia in grado di ovviare alle carenze istintuali e al deficit naturale, storicamente, cioè relativamente e senza presunzioni salvifico-escatologiche, attraverso le «possibilità» che, come apertura e moltiplicazione di orizzonti di senso e di valore, sono assicurate dalla cultura.

Essa persegue, per via empirica, nel confronto con le scienze della natura e dell’uomo e con vari indirizzi di pensiero, classici e contemporanei, un progetto di messa a fuoco e ricostruzione dell’umano, che si concretizzi in un modello di svolgimento del tema uomo, il più possibile integrante e concatenante.

Ciò che marca la differenza tra la filosofia tradizionale e l’antropologia filosofica, è il plesso problematico con cui l’antropologia filosofica si confronta, che consiste nella questione della posizione dell’uomo nel cosmo in rapporto a quella degli altri viventi, in particolare degli animali. A tale innovazione della domanda filosofica hanno contribuito

– sia il costituirsi di un’immagine scientifica della natura, divenuta oggetto del sapere e del metodo delle scienze

– sia l’affermarsi di nuove modalità d’inclusione dell’uomo nella sfera animale, determinate dalla teoria evoluzionistica.

L’antropologia filosofica non riconosce una continuità assoluta animale-uomo, ma piuttosto una continuità-discontinuità dall’animale all’uomo; in ciò, l’antropologia filosofica è sostenuta da mediazioni scientifiche e filosofiche di rilievo.

Si tratta di ipotesi biologiche in parziale disaccordo con la teoria evoluzionistica, in quanto rilevano come, nello sviluppo della specie Homo sapiens, abbiano agito «forze evolutive autonome», presenti unicamente in questa specie.

L’uomo contraddice l’ipotesi evoluzionistica unilineare, in quanto rappresenta una figura di vivente che implica un salto, un’inversione, un rovesciamento rispetto alla linea di tendenza dell’evoluzione.

Lo specifico biologico dell’uomo, infatti, segnala una inadeguatezza dell’uomo alla vita, che esula dalle spiegazioni fornite dalle leggi evolutive della selezione e dell’adattamento e richiede il ricorso a una qualità speciale, quella di porre fini a se stesso.

Così l’arte del concatenamento tra movimenti e affetti, che negli animali è così ridotta e definita, rende possibile all’uomo, in virtù della sua non-specializzazione organica, di condurre liberamente la propria esistenza in un «mondo» aperto.

Il metodo fenomenologico applicato all’esperienza clinica neurologica e neuropsicologica

foto Longhi

tratto da una lezione del neurofenomenologo Lamberto Longhi, anno 1981

Lidia Gomato

Riflessioni sull’esperienza clinica che hanno precorso i risultati delle ricerche di neuroimaging funzionale

Il cervello lavora globalmente, qualsiasi cosa facciamo non è localizzata in un centro, ma richiede l’attività di tutto il cervello, è vero però che nel cervello ci sono dei punti nodali la cui lesione non toglie la funzione ma altera questa totalità che è in grado di espletare la “funzione”. Vediamo ad esempio, cosa succede al malato emiplegico: appena l’emiplegico ha avuto l’ictus è flaccido, inerte, senza un riflesso, e’ in stato di shock, di diaschisi; questo significa che di fronte ad un insulto così grave ed improvviso, tutto il cervello si mette in riposo, tutta l’attività cerebrale si sconnette e non funziona più nulla. Noi troviamo un organismo con un’attività nervosa estremamente ridotta, poi adagio adagio, si ri-costruiscono dei livelli di attività cerebrale che ri-compaiono come “funzioni”.

Per quanto riguarda il linguaggio, una funzione così complessa, non c’è bisogno di mettere il cervello in stato di diaschisi, basta che in questo sistema complesso, un nodo di particolare rilievo venga messo in difficoltà, che tutta la funzione va via. Allora non ci sono dei centri depositi di funzioni ma dei centri nodali di particolare rilievo, la cui lesione sconnette più facilmente che la lesione di un altro centro, il complesso “sistema del linguaggio”.

Per il linguaggio, noi dobbiamo impostare il problema del focolaio della lesione, del “centro”, non solo come problema corticale, ma anche sottocorticale; in una versione euristica il cervello lavora come un totum strutturato. Il concetto di “deficit” come il venir meno di un qualcosa, come una situazione deficitaria in senso meccanico, in senso matematico, di una certa somma alla quale è venuto meno qualcosa è da rivedere.

Nell’ottica antropologica-fenomenologica il vecchio concetto per cui nell’emiplegia la sofferenza piramidale non fa che liberare una struttura che fino ad allora era stata controllata e sottomessa, viene completamente ribaltato. In realtà l’attività piramidale continua a muoversi con un’attività di partenza, deve ristrutturare una motricità volontaria diversa, che è ancora una totalità.

 

L’uomo, una “Specie Simbolica”

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tratto da un art. di Fabrizio Desideri e liberamente modif. da Lidia Gomato

Può la teoria dell’evoluzione di Darwin, condivisa da molti scienziati cognitivisti, arrivare a spiegare il comportamento simbolico umano? Come risultato di un processo graduale di selezione naturale e deriva genetica comune con piante ed animali? Per Terrence Decaon, docente di Antropologia biologica presso l’Università della California (Berkely), studioso di biologia evolutiva umana e neuroscienze, è una teoria insufficiente, che non può render conto del pensiero simbolico e del linguaggio così come è apparso nell’Homo Sapiens.

L’Homo Sapiens è, a tutti gli effetti, la specie simbolica, in un regime continuità/discontinuità rispetto agli altri animali. Se infatti è vero che forme di comunicazione, anche complesse, sono diffuse tra varie specie animali (in particolare le scimmie antropomorfe) e che si danno numerosi casi di scimpanzé i quali, opportunamente istruiti, riescono a raggiungere una certa competenza linguistica, la soglia simbolica rimane un ostacolo non altrimenti aggirabile per gli animali non umani. Il linguaggio umano, non è l’evoluzione graduale delle forme di comunicazione per richiami, versi e gesti diffuse tra gli animali, bensì qualcosa di diverso da esse. Anche la facoltà estetica, in quanto funzione del simbolico – non può che essere specie-specifica umana, secondo Decaon, autore del libro “La Specie Simbolica”, essa emerge come effetto collaterale del perfezionarsi della competenza simbolica, in forza degli adattamenti neuropsicologici che agevolano l’acquisizione di quest’ultima.

 

 

L’origine gestuale del linguaggio. Nuovi modelli riabilitativi a confronto

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Tratto da “Origine del linguaggio” di Ines Adornetti (Aphex Giornale di Filosofia 2012)  e liberamente modif. da

Lidia Gomato

Intorno al 1970 ci fu una rinascita delle teorie gestuali legate all’origine del linguaggio, tra cui quelle degli antropologi Gordon Hewes e Leroi-Gourhan, oggi queste teorie vengono riprese in modo più solido ed affidabile rispetto al passato perché si sono sviluppate delle metodologie d’indagine che prima non esistevano. Uno dei più recenti sostenitori dell’ipotesi dell’origine gestuale del linguaggio umano è Michael Corballis. Secondo Corballis il linguaggio si è sviluppato prevalentemente tramite gesti manuali a partire da 2 milioni di anni fa, cioè dai primi esemplari del genere Homo. L’ipotesi dell’autore è che la comunicazione intenzionale sia sorta sfruttando i sistemi di comprensione dell’azione presenti nei nostri progenitori primati, questa tesi sembra avvalorata dalle ricerche sui  “mirror neurons” ( Di Pellegrino et al., 1992; Gallese et. al, 1996). L’idea di Corballis è che il sistema specchio abbia permesso lo sviluppo della mimesi, vale a dire la capacità di mimare (cioè  di riprodurre intenzionalmente) azioni ed eventi del mondo esterno, evolutasi a partire da 2 milioni di anni fa con l’Homo erectus. La differenza fondamentale tra i primati e l’uomo, per quanto riguarda il sistema specchio per l’”afferramento”, starebbe nel fatto che le scimmie riescono a compiere quest’azione solo in presenza dell’oggetto e che l’uomo invece la compie anche in sua assenza, come avviene nella mimesi. Corballis (“Dalla mano alla bocca” 2011) ipotizza che l’incorporazione nel sistema a specchio degli atti intransitivi “può aver gettato le basi per la comprensione degli atti che sono simbolici piuttosto che orientati agli oggetti”. Con il tempo, i gesti che mimano le azioni sarebbero diventati più astratti ed arbitrari; una volta perso il suo aspetto mimetico, il linguaggio non sarebbe stato più limitato alla modalità visiva e le vocalizzazioni avrebbero sostituito gli atti manuali, che sono rimasti però, parte fondamentale degli scambi comunicativi. A completare l’aspetto teorico delle origini gestuali del linguaggio, sul come, quando e perché il linguaggio sia passato dai gesti manuali ai gesti vocali, ci sarebbero studi di altri AA., tra i quali  quelli di Philip Lieberman   sulla “ Teoria motoria della percezione del parlato” (Liberman et al., 1967; Liberman e Mattingly 1982).

 

LAMBERTO LONGHI, UN INTERPRETE DELLA MODERNA NEUROPSICOLOGIA

foto Longhi

Per la ricchezza degli argomenti trattati e per l’attualità del contributo di Lamberto Longhi alla Riabilitazione Neuropsicologia, in linea con le più moderne ricerche legate alla teoria del gesto (M.Tomasello, M.C. Corballis, T.W Decaon, V. Gallese) e dell’evoluzione umana, ho deciso di pubblicare sul mio blog alcuni stralci delle lezioni da lui svolte all’Ospedale San Giovanni Battista (S.M.O.M) di Roma, tra l’anno1982 e il 1985, precedenti alla sua pubblicazione “Afasia” (Trattato di Neurologia Riabilitativa Ed. Marrapese 1985).

Il linguaggio è esclusivo dell’uomo, siamo noi la specie simbolica ed è diverso dalla comunicazione, che è propria di tutte le forme viventi. E’ esclusivo dell’uomo, perché unico; si è venuta costruendo in lui una mente capace di rappresentazione simbolica. (T.W Decaon “La specie simbolica”)

 L’AFASIA COME DISTURBO DELLA “FUNZIONE DI SIGNIFICARE”, APPROCCIO NEUROPSICOLOGICO VERSIONE ANTROPOLOGICA

Tratto da una lezione di L. Longhi del 1982

Lidia Gomato

Per quanto riguarda il quadro clinico dell’afasia, io sto terminando un tentativo, un’ipotesi di classificazione però, nel pensare a questo, vengono fuori delle idee che vanno tenute presenti. Se vedete sul libro di Neuropsicologia Clinica di Vignolo, De Renzi, Faglioni (1977), ci sono dei piccoli quadri sinottici delle varie forme di afasia e queste sono le loro diagnosi: afasia globale, di Wernicke, di Broca, di conduzione, amnestica, transcorticale motoria, transcorticale sensoriale. Loro hanno preso poi i seguenti parametri: espressione spontanea, ripetizione, denominazione, comprensione, scrittura, lettura, e hanno rilevato se c’era anche la presenza di anosognosia, aprassia ideatoria, emiplegia destra o sinistra. Se voi vedete le due forme fondamentali: afasici globali e di Wernicke, vedete che non solo ci sono disturbi dell’attività simbolica del linguaggio, ma si accompagnano costantemente a disturbi di tipo aprassico, le altre forme comprendono meno i disturbi aprassici.

Tenendosi alle forme classiche viene l’idea che in fondo l’aspetto afasico sia un aspetto di una sindrome molto più vasta che comprenda anche altre attività simboliche, per cui si potrebbe anche ipotizzare che la sindrome afasica è una manifestazione parziale che può essere isolata, ma che in genere nelle forme classiche, è sempre accompagnata da un disturbo che si può dire genericamente, dell’attività simbolica. L’attività simbolica naturalmente, non si esprime solo nel linguaggio ma anche in altre attività, ciò è fondamentale; se questa ipotesi è accettabile allora l’afasia è la manifestazione, isolata o meno, di un disturbo dell’attività simbolica. Ciò non è una novità perché in fondo si è sempre detto, la differenza della nostra ipotesi sta nel fatto che, mentre nella vecchia impostazione di tipo associazionistico, si faceva un discorso di localizzazione: qui c’è l’afasia perché son lesi i centri dell’afasia , lì c’è l’afasia più l’aprassia perché son lesi i centri dell’afasia e dell’aprassia, cioè erano una somma di disturbi che non avevano una correlazione tra loro, noi invece ammettiamo in ipotesi, che si tratti di un disturbo unico dell’attività simbolica. Siccome l’attività simbolica ha manifestazioni diverse, può avere anche nella patologia manifestazioni diverse, ma sono tutte espressione di un disturbo di fondo che può essere unico, perlomeno può essere unico nel momento in cui tentiamo di darne un’interpretazione fisiopatologica e dobbiamo quindi vedere, direi a monte del disturbo aprassico, così come a monte del disturbo afasico, un disturbo dell’attività simbolica. Se ci si pone in questa posizione il problema diventa quello di dire cosa è questa attività simbolica e poi cercare nelle caratteristiche di questa attività i momenti che possono spiegare i vari disturbi. L’attività simbolica trova nel linguaggio la sua manifestazione più ovvia, direi clamorosa, tanto è vero che anche nella clinica, una sindrome aprassica in genere, non viene neanche cercata, e quando si trova sembra una cosa eccezionale, una scoperta. Ciò è particolare perché il malato anche se non lo dice, lo manifesta, un disturbo del linguaggio lo si vede, si propone da solo all’attenzione, il disturbo aprassico no. In genere anche l’aprassico riesce più o meno bene a portare avanti la sua attività, almeno quello che può fare nell’attività quotidiana: lavarsi, vestirsi ecc.; quando si parla di aprassia dell’abbigliamento sono forme molto rare, poi lì si tratta di un problema diverso, c’è in genere un coinvolgimento molto più ampio. Il malato non denuncia in modo particolare un disturbo aprassico, noi in genere lo troviamo quando proponiamo i giochetti dei tests, quindi vuol dire, in un certo senso, che il disturbo aprassico è un momento che non incide come l’afasia nella vita di relazione; c’è un’attività di logopedia ma non c’è un’attività di aprassoterapia, non si cura l’aprassia, invece è un disturbo simbolico come quello del linguaggio, però ha uno scarso rilievo. Spontaneamente il disturbo aprassico passa inosservato e va ricercato, è utile cercarlo proprio in funzione di questa totalità del disturbo simbolico, piuttosto che vedere tanti aspetti diversi; che cos’è questa attività simbolica? Intanto possiamo dire che è un’attività tipica dell’uomo, al di fuori dell’uomo nessun animale ha un’attività simbolica, tanto che Cassirer ha contraddistinto l’uomo come “homo simbolicus”. E’ un’attività, che così ridotta all’essenziale, è un’attività di ordinamento, di messa in ordine di vari fattori e in fondo quando noi facciamo i nostri giochetti per scoprire un’aprassia, facciamo la stessa cosa, vediamo se il malato riesce ad organizzare ordinando elementi diversi: gli diamo la scatola dei cerini, dei pezzi per costruire una casetta, per vedere come lui organizza tutti questi sistemi, organizzazione che è vista come un’attività coerente ed ordinata. Nel linguaggio questa attività coerente e ordinata è ovvia, ma è talmente complessa che qualche volta si ha l’impressione che non esiste un’attività ordinata e che noi prendiamo dallo scaffale le varie parole e le mettiamo in fila secondo uno schema grammaticale o sintattico che abbiamo imparato, e che non ci sia questo “ gesto” così ampio dentro il quale va cercata la dinamica dell’atto verbale.

 http://www.lambertolonghi.com

Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio

dalla mano alla bocca

“Il linguaggio è un’abilità talmente complessa che non può essersi evoluta ex novo nella nostra specie. Di solito diamo per scontato che l’essenza del linguaggio sia la vocalità, ma invece con molte probabilità esso affonda le sue radici nel gesto”  M.Corballis, professore nel dipartimento di psicologia dell’Università di Auckland in Nuova Zelanda, con il suo libro “Dalla mano alla bocca”ripropone l’ipotesi di un’origine filogenetica del linguaggio articolato umano, un linguaggio che trova le sue radici e la sua evoluzione nel gesto. Questo libro, che ha avuto grande risonanza internazionale, ha il merito di riaprire nell’ambito delle neuroscienze cognitive un dibattito antico, supportato da alcune delle più moderne ricerche in vari campi.

Con mia sorpresa non ho trovato tra la bibliografia di Michael Corballis il bel libro di Leroi-Gourhan (uno dei maggiori specialisti mondiali di preistoria e di tecnologia materiale, professore al Collège de France) “ Il gesto e la parola”, uscito in Italia nel 1977 nell’edizione Einaudi. Leroi-Gourhan fa una brillante sintesi, paleontologica ed etnologica, sociologica ed estetica, della progressiva liberazione della specie umana attraverso il comportamento materiale nello spazio e nel tempo (dalla liberazione della mano, dell’utensile, della forza, fino a quella della memoria); gli argomenti trattati in due volumi, sono corredati di interessanti illustrazioni

Teoria della continuità, l’evoluzione del linguaggio come gesto.

 

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La nostra possibilità di avere una cultura deve essersi evoluta lungo l’arco di ben cinque milioni di anni, nel corso del quale l’evoluzione dell’uomo si è differenziata da quella dei nostri parenti, le scimmie antropomorfe. Quando parliamo di uomo in questo contesto, non abbiamo in vista soltanto la nostra specie, l’Homo sapiens, che assume una forma attuale forse 100.000 anni or sono, bensì l’intero gruppo di ominidi preistorici, le cui tracce fisiche e culturali danno testimonianza del complesso processo di sviluppo che ha portato all’uomo moderno. Il linguaggio umano è tanto più complesso dei sistemi di comunicazione delle altre specie, perfino dei segnali usati dai nostri parenti biologici più stretti, le scimmie antropomorfe allo stato di natura, che c’è da chiedersi se il linguaggio sia evoluto, con una serie di passaggi, da qualche altro sistema non linguistico al mezzo sonoro, o se invece esso sia cominciato assolutamente da zero. La prima di questa ipotesi potrebbe essere chiamata quella della continuità, l’altra quella della discontinuità. I recenti esperimenti sull’insegnamento delle “lingue” e altri primati superiori, di cui si è tanto parlato, hanno fatto pendere la bilancia a favore della teoria della continuità. I risultati raggiunti da questi animali, pur non rivelando alcuni dei caratteri fondamentali del linguaggio umano (per esempio, l’uso del mezzo sonoro, la doppia articolazione e la possibilità infinita di espressione) e pur non essendosi sviluppati spontaneamente perché stimolati dai ricercatori, indicano però la presenza di una capacità simbolica generale che potrebbe non essere diversa da quella dei primi ominidi. Tale risultati mostrano anche che grande importanza ha lo sviluppo dell’apparato articolatorio umano in senso strettamente anatomico. I successi veri e propri con gli scimpanzè si sono avuti quando la comunicazione è stata trasposta dal mezzo sonoro a quello visivo: i gesti dei sordomuti o i simboli sulla lavagna.

Il gesto momento cardine del problema dell’afasia. Il “farsi” della parola prima del linguaggio “convenzionale”

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Che al linguaggio “convenzionale” ci siamo arrivati per tappe evolutive ce lo conferma ancora Michael Tomasello, psicologo americano del Max-Planck-Institut per l’Antropologia di Lipsia nel suo libro “Unicamente umano: storia naturale del pensiero”. Circa 400 mila anni fa un nostro predecessore, l’Homo heidelbergensis, sviluppò la ricerca collaborativa del cibo; una forma di collaborazione che sembra aver segnato la linea di demarcazione tra l’uomo e i grandi primati. Chi cacciava aveva scopi congiunti con gli altri, e si coordinava con loro attraverso gesti come l’indicare o il mimare. Tali cooperazioni però erano temporanee, il passo successivo fu intorno a 100 mila anni fa, quando l’Homo sapiens fu costretto a collaborare con dei simili a lui sconosciuti; potè farlo creando un terreno culturale comune, stabile e non temporaneo, fatto di convenzioni e di norme. Secondo l’ipotesi di Tomasello si è andata stabilendo così un’intenzionalità collettiva, che ha fatto sviluppare il linguaggio e la capacità di ragionamento simbolico e astratto.