Lamberto Longhi: neurologo,psichiatra,psicologo e fenomenologo

foto Longhi

Le ricerche del neurofenomenologo Lamberto Longhi si sviluppano sulla traccia di Merleau-Ponty, Kurt Goldstein, F.J.JBuitendijk ed altri; esse partono dalla convinzione che una concezione di tipo puramente meccanicista o “stimolo-funzionale” dell’organismo e della vita umana non permette di accedere alla comprensione, quindi alla conoscenza, della vasta gamma di sfumature che si collocano tra la “normalità” di una facoltà e la sua “insufficienza”.

Si può davvero curare una persona riducendo i suoi deficit solo a carenze e disfunzioni clinico-fisiche del cervello? Se è possibile riconoscere le specifiche aree traumatiche del cervello e ricostruire un’eziologia di alcuni disturbi neurologici peculiari bisogna altresì situare l’intera struttura di vita di un paziente quegli stessi disturbi, dal momento che il nostro organismo viene esperito non come una moltitudine di fatti isolati, ma come una totalità in continua trasformazione, come un continuo movimento sinestesico situato nel mondo. Attraverso il metodo fenomenologico di Husserl, Longhi ha tentato nelle sue ricerche di coniugare la necessità della scomposizione con il rispetto della totalità, l’importanza dell’analisi con la salvaguardia di una visione sintetica del singolo e della realtà nel suo complesso.

 

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Il processo di simbolizzazione “prende corpo” nel laboratorio di terapia espressiva per afasici

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La sperimentazione in laboratorio, iniziata nel 2011, con un gruppo di persone “afasiche”, è nata dall’ esigenza di vedere più da vicino il corpo in “atto” in uno “spazio condiviso”. Volevo esplorare, comprendere meglio nei pazienti, le possibilità di simbolizzazione del gesto mimico e del gesto iconico oltre a quello verbale e rilevare eventualmente delle correlazioni tra queste diverse modalità espressive. Ero anche molto interessata agli aspetti motivazionali legati al lavoro di gruppo, alla relazione con gli altri, e ad una terapia del linguaggio, intesa nel senso più ampio, improntata al “gioco”, alla “finzione” e alla “narrazione”.

 

Il “farsi” del gesto verbale e il problema della corporeità nella logopedia dell’afasia

foto Longhi

Tratto da Lidia Gomato da una lezione di Lamberto Longhi del 1981

Nelle vecchie teorie dell’afasia, quando come spiegazione si ponevano i famosi “engrammi”, come tante schedine che contenevano il simbolo, ci si era sempre chiesto qual’era poi l’omino che andava a tirare fuori la schedina giusta al momento giusto. Ammettendo anche che nei nostri centri verbo-acustici, verbo-motori, verbo-ottici, ci fossero tutte schedine di parole, non si riusciva a spiegare come mai queste schedine potessero uscire al momento giusto e al posto giusto, quindi ci si doveva mettere un’istanza che in un certo modo gestiva questo schedario di parole, di simboli; in un modo o nell’altro questa istanza, a monte di tutta questa attività di tipo riflesso veniva fuori ed era difficile, naturalmente il problema c’era allora e c’è tutt’ora e i tentativi di soluzione sono ancora in atto.

Una soluzione è questa dell’antropologia-fenomenologica, la quale dice: non è tanto il cervello, ma è tutto il corpo che si prepara all’agire, che poi possa devolvere la sua attività specifica al cervello è anche ammissibile, ma il cervello è usato, non è lui che usa, è usato dal nostro corpo. La vecchia idea che il cervello usasse il corpo per i suoi fini, oggi è un po’ capovolta: il cervello usa il corpo ma dietro istanza , dietro interesse, dietro il “porsi” del corpo; la funzione quindi, viene vista non tanto calcolata dai risultati, dal contenuto dell’azione, ma viene vista, o almeno si cerca di vederla, prima che i dati vengano depositati. Questo è il passaggio di Von Brentano quando è passato dalla psicologia del contenuto alla psicologia dell’atto; la psicologia misurava i contenuti, calcolava i contenuti, li vedeva in rapporto allo stimolo ecc, e Von Brentano ha detto che la funzione doveva essere vista prima che sia finita. Quando io dico una parola ad esempio, e devo limitarmi a valutare se la parola è giusta o sbagliata, il gesto che l’ha pronunciata in quel momento è finito, vedo solo ciò che è posteriore all’azione. Von Brentano ha aperto questo capitolo ed è ancora aperto, la psicologia dell’atto dice: non mi interessa il contenuto dell’azione, ma il modo in cui io al contenuto devo arrivare.

L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani

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art. di Paolo Gervasi (“L’animale che racconta storie” http://www.doppiozero.com) liberamente modif. da Lidia Gomato

Nel suo libro L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani (Bollati Boringhieri 2014) Jonathan Gottschall esplora l’intuizione che l’attività umana di significazione possa aprire un ambiente virtuale dentro l’ambiente fisico, definendo la narrazione come un vero e proprio habitat, una nicchia ecologica ideale per lo sviluppo della specie umana. Ci sarebbe un livello di contiguità e interconnessione che l’azione della specie umana sul mondo ha stabilito tra natura e cultura, tra ambiente fisico e ambiente antropologico. In questo spazio ibrido, in questa sovrapposizione tra il dominio simbolico e quello percettivo, la fissazione, il consolidamento e la conservazione dei gruppi umani è il risultato combinato della trasmissione tanto dell’informazione genetica, che avviene attraverso la riproduzione biologica, quanto dell’informazione non genetica, che avviene attraverso la riproduzione e il potenziamento delle forme culturali. L’indagine di Gottschall parte da una domanda semplice: da cosa dipende la straripante pervasività sociale, culturale, antropologica della narrazione, costante culturale che si manifesta identica nel tempo e nello spazio? Perché gli esseri umani sono così irresistibilmente attratti dalle storie? Gottschall formula l’idea radicale che la capacità di inventare e raccontare storie abbia rappresentato per la specie umana un vantaggio evolutivo decisivo, uno dei tratti che l’hanno definita rispetto agli altri esseri viventi. Le storie, anche quelle notturne che imbastiamo attraverso i sogni, sono sempre una forma di allenamento mentale, un laboratorio di costruzione dell’intelligenza emozionale e relazionale. Come già le ricerche di ispirazione strutturalista hanno dimostrato, l’intera galassia delle storie può essere ricondotta a una grammatica universale imperniata sull’emergenza di un problema, che arriva a rompere un equilibrio iniziale, e che muove gli eventi attraverso l’energia impiegata per la sua risoluzione.“La finzione narrativa”, scrive Gottschall, “è un’arcaica tecnologia virtuale specializzata nella simulazione di problemi umani.” Allestendo mondi possibili nei quali si dispiegano tutti i grandi conflitti esistenziali, tutti i nodi e le possibilità fondamentali della vita umana (l’amore, la morte, la guerra, il dolore, la paura, il potere, ecc.), le narrazioni diventano un luogo di incubazione delle competenze cognitive essenziali, acquisite senza affrontare direttamente i pericoli che tali esperienze comportano. Le storie sono simulatori dell’esistenza che consentono agli individui di esercitarsi a vivere. E la mente è un dispositivo programmato per processare storie, e allo stesso tempo costruito perché le storie possano modellarlo.

 

L’importanza dell’esperienza, della prassi e della creatività nell’agire logopedico

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Qualche anno fa ho lavorato con un bimbo di sei anni che aveva un disturbo dell’apprendimento, come spesso accade, la sua manualità non era affatto sviluppata: aveva un problema nell’abbottonarsi la giacca, fare i nodi, i fiocchi, nel manipolare la plastilina in varie forme; per realizzare una casetta tridimensionale o altri semplici oggetti, S. usava lo stesso schema operativo del disegno : faceva tanti rotolini di plastilina fini fini, che corrispondevano alle linee, poi cercava di metterli insieme. Puntualmente la sua costruzione crollava e S. era molto sorpreso nel constatare ciò, nonostante tutto, ogni volta ripeteva la stessa strategia. Dalla manualità abbiamo iniziato il nostro lavoro e a questa mi sono poi agganciata per iniziare l’apprendimento di lettura e scrittura; tante e tante volte con quella plastilina ho fatto modellare al bambino le lettere dell’alfabeto, ordinarle dalla A alla Z, metterle in ordine sparso e riconoscerle una per una, leggerle, combinarle insieme nel formare piccole parole, tutto in un clima di gioco. Visto che S. era molto interessato al mio computer, un giorno provai a farlo scrivere utilizzando la tastiera e con mia grande meraviglia vidi che cercava di battere sui tasti con i pollici; un altro giorno ancora, alla mia domanda: “secondo te dove vivono i pesci?” S. rispose, dopo una lunghissima pausa: “nell’acquario”. In questi comportamenti io vedevo sempre più una carenza di vissuti, di esperienze, di relazione; iniziai a svolgere un’indagine accurata sulle abitudini del bambino in famiglia: aveva un fratello più grande con cui giocava molte ore al giorno alla play-station, la mamma, non potendo contare sul marito sempre fuori casa per lavoro, si era ben organizzata ad occuparsi di tutto: casa, figli, lavoro, in un regime militaresco. La comunicazione in famiglia era scarsa e povera di argomenti, tra madre e figli si parlava per lo più di compiti (vissuti dalla mamma con molta ansia) e di giochi da comprare (un giorno il bambino venne in terapia con 40 pacchetti di figurine appena acquistati), non si leggevano libri e mai a S. era stata raccontata una favola; il padre tornava la sera dal lavoro e trovava un po’ di relax davanti alla televisione. Con l’aiuto della mamma, che fortunatamente si è lasciata guidare, abbiamo lavorato per ben quattro anni sul “comunicare” e sul “fare” esperienze varie; a lei era affidato il compito di portare il bambino a contatto con le cose, nella realtà, di leggergli una favola tutte le sere, di impegnarlo in giochi costruttivi e di ridurre l’uso della play-station, a me quello di fargli esprimere le esperienze fatte in molti modi: narrazione tramite disegni, collage, foto, montaggio di fumetti, di video, accompagnati sempre da scrittura e lettura. Anche le insegnanti hanno collaborato al nostro progetto cercando di usare dei termini e delle modalità di comunicazione più comprensibili, accessibili al bambino; in tal modo S. si è sentito maggiormente accettato nell’ambiente scolastico ed ha iniziato ad avere meno paura di sbagliare. In quarta elementare S. ha incominciato a “sbocciare”, un salto qualitativo nel suo sviluppo era stato fatto, con me scherzava prendendomi in giro, con una certa astuta ironia. La mamma di S. alla fine del percorso terapeutico mi ha confidato che molte cose erano cambiate anche per lei e mi ha ringraziato per aver avuto la possibilità di vivere il rapporto con i figli in un modo diverso. Io ringrazio loro per avermi dato l’opportunità di imparare ancora. Penso che nel nostro lavoro di logopediste dovremmo guardare ad ogni singolo bambino o adulto come a un universo, con la consapevolezza della complessità del linguaggio, che non può essere ridotto all’aspetto logico-formale, e della persona che abbiamo di fronte; che potremmo affinare le nostre risorse, lasciarci guidare un pò dal nostro intuito e dare alla relazione terapeutica quel tocco personale che solo l’atto creativo può dare.  

L’Uso del Corpo nel Mondo dell’Homo Confort

L’antropologo S. Boni che sta studiando da alcuni anni, tramite l’approccio fenomenologico, come si attivano i sensi in un contesto di comodità, si è posto degli interrogativi importanti che possono aiutare noi terapeuti ed educatori a comprendere meglio come alla base della povertà comunicativa e cognitiva nei bambini e negli adolescenti, sempre in aumento, ci sia una grande carenza di esperienza corporea. Tale problematica comunque riguarda tutti noi, perché viviamo e ci relazioniamo ad un Mondo Confort. Come usiamo oggi il corpo? Che esperienza vive? Com’è sollecitato nella quotidianità ipertecnologica? L’uso corporeo influenza imprescindibilmente la conoscenza del mondo circostante: in questo senso, ad esempio, chi naviga su internet non sta solamente alimentando il suo immaginario o potenziando il suo corpo attraverso l’uso della tecnologia, ma più semplicemente si relaziona ad una tastiera e a uno schermo, piuttosto che a dinamiche organiche, con tutte le conseguenze sulla strutturazione cognitiva che ciò comporta. La comoda tecnologizzazione della vita è un fenomeno totale e totalizzante che investe l’attivazione percettiva, i processi cognitivi ordinari, modelli di conoscenza incorporati.

Libro H.Confort

La logopedia come arte della comunicazione e l’uso delle tecniche espressive

movimentoPer M.Merleau-Ponty il corpo che si esprime è “arte”, la fenomenologia ha scelto l’arte per approfondire i suoi studi sull’esperienza percettiva, sul gesto umano che crea l’opera d’arte, non è interessata all’arte in sé, ma all’arte come espressione dell’uomo. Il significato etimologico della parola “arte” viene dal latino ar/tem che prende origine dal sanscrito ar/zendo con il senso principale di “muoversi verso qualcosa”. Il linguaggio è l’espressione, la creazione più complessa del nostro corpo ed è una facoltà multimodale, al pari della visione, dell’esperienza tattile, di tutti i nostri sensi.La logopedia antropologica-fenomenologica è un’approccio olistico alla riabilitazione del linguaggio, che mira a creare delle “situazioni” capaci di favorire nei disturbi della comunicazione il “muoversi verso qualcosa” , il gesto finalistico che incarna dei significati, che simbolizza. Tale approccio utilizza varie tecniche espressive, sempre sulla base del metodo fenomenologico, per far ri-esperire ai soggetti in terapia la loro possibilità comunicativa attraverso l’uso del corpo, dell’immaginazione e del linguaggio.

 

 

Misurare la qualità dell’esperienza umana

fiore rossoLo scopo della scienza è quello di “misurare il misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è”, ma la misura ci porta sulla soglia di un’unità dove incomincia il “valore”, che delinea la differenza tra un approccio scientifico quantitativo e un’approccio qualitativo. Noi possiamo ad esempio, misurare il colore rosso con una data frequenza di onde elettromagnetiche ma non possiamo più farlo con il rosso del “fiore che ammiro” o che il pittore ha dipinto sulla tela, se non a patto di perdere l’esperienza del fiore, il valore del fiore. Allo stesso modo non possiamo stupirci se le analisi delle frequenze statistiche delle varie parti del discorso, contenute in un testo, ne annullano il contenuto, vale a dire la qualità che lo distingue da ogni altro testo. C’è questo momento, che il neurofenomenologo L. Longhi ha definito “cerniera”, in cui la quantità “ misurabile “ si fa qualità “comprensibile”, per cui l’energia misurabile dello stimolo si fa qualità percettiva, come in una specie di grande metabolismo attraverso il quale il mondo dell’energia si fa mondo umano dei valori, per cui la mano anatomo-fisiologica del pittore, definibile attraverso unità anatomiche-fisiologiche, diventa l’indefinibile mano dell’artista in un trascendersi dal corpo-oggetto in corpo-soggetto. Analogamente l’occhio-che-vede si trascende nell’occhio-che-guarda, l’orecchio-che-ode nell’orecchio-che-ascolta, la mano-che-tocca nella mano-che-palpa o tasta o manipola. In tal senso l’uomo non può essere la somma di cellule, tessuti, organi ed apparati e tanto meno la sua unità organismica può essere il tessuto, seppur mirabile e fittissimo, disegnato dagli infiniti impulsi nervosi che percorrono il nostro corpo; l’unità organismica dell’uomo è più della somma delle sue parti e non è ad esse riducibile (L.Longhi). Il rapporto terapeuta-malato comprende il mondo dei valori, è un rapporto di qualità e non di quantità e la sua quantificazione, in qualsiasi modo la si possa pensare, in un certo senso lo denatura. Nell’ambito psico-neurologico quindi, se si accetta una tale ottica, non possiamo comprendere e riabilitare la complessità del disturbo afasico, aprassico, agnosico, eminattento ecc. se non usciamo dalla visione oggettiva della “quantità” misurabile per entrare in relazione con i malati, affinare la nostra capacità di ascolto del loro “vissuto”, del loro “sentirsi corpo”.

Anche Lamberto Longhi un “Maestro senza cattedra”

Maestri senza cattedral libro “Maestri senza cattedra” fa un’interessante ricostruzione, tramite testimonianze, della storia dei maestri fenomenologi italiani di prima generazione: D.Cargnello, A.Ballerini, E. Borgna, B. Callieri, L.Longhi, L.Calvi ed altri, formatisi alla scuola dei grandi psicopatologi e psiconeurologi tedeschi e francesi della prima metà del “900”, alla ricerca delle motivazioni della loro esclusione dal mondo accademico. L’ambiente accademico italiano non si è dimostrato permeabile all’atteggiamento “nuovo” che la fenomenologia voleva introdurre nel rapporto medico-malato in ambito psichiatrico e neurologico; nei confronti dei nostri grandi maestri fenomenologi, molto stimati all’estero, c’è stato un certo “atteggiamento contro” la loro libertà di pensiero, per questo sono rimasti fuori dai “recinti universitari” e dai “circoli di potere”. Essi hanno perseguito l’elaborazione scientifica ed hanno “fatto scuola” in solitudine o negli ospedali pubblici, nel migliore dei casi i loro più autorevoli esponenti hanno acquisito il titolo di “liberi docenti”, vale a dire qualificati all’insegnamento universitario, ma hanno atteso per una vita una cattedra che non è mai arrivata. Continua a leggere