La percezione tra ordine e disordine: la psicologia della Gestalt, l’ottica fenomenologica e le teorie della complessità

 

Qualunque cosa la mente umana si trovi a dover comprendere, l’ordine ne è l’indispensabile condizione”  (R. Arnheim)

Per Rudolf Arnheim, fondatore della psicologia dell’arte, l’ordine è una condizione necessaria per far funzionare una struttura, è il presupposto della sopravvivenza e pertanto l’impulso a produrre disposizioni ordinate è innato in forza dell’evoluzione. Anche la mente umana sembra pervasa da un impulso intrinseco all’ordine: impulso che trova applicazione, nella maggior parte dei casi in ottimi motivi pratici. Sono i sensi prima di tutto, a cogliere l’ordine. L’osservatore percepisce nelle forme, nei colori, nei suoni dinanzi a cui si trova una struttura organizzata. Ma è arduo, e forse impossibile, trovare esempi nei quali  l’ordine di un oggetto o di un evento dato si limiti a quanto la percezione manifesta direttamente. Piuttosto, l’ordine percepibile tende ad evidenziarsi ed a venir compreso come riflesso di un ordine che lo sottende, sia esso fisico, sociale o conoscitivo. E’ evidente che l’ordine trova una lettura immediata attraverso i sensi, quindi il fattore fisico o meglio neurologico inizialmente e poi sensitivo agisce sulla lettura dell’ordine come primo impulso cognitivo. Nell’ambito percettivo l’ordine viene letto come impulso razionale, cioè nel coinvolgimento del sensibile, in cui la funzionalità del senso è richiamata da un riconoscimento di un aspetto d’ordine, trova nel lato percettivo, il punto di riferimento su cui l’ordine viene catturato. E’ attraverso questa struttura che anche la percezione diventa in un certo modo la sonda che permette di cercare ed individuare l’ordine, coinvolgendo tutti gli aspetti sensibili. Poiché l’ordine esteriore rappresenta tanto spesso quello interno e funzionale, la forma ordinata non va valutata per sé stessa, separandola, cioè dal suo rapporto con l’organizzazione il cui significato essa incarna. Quando manchi la corrispondenza tra ordine interno e quello esterno, si produce un urto fra di essi, vale a dire s’introduce un elemento di disordine.

Le teorie della complessità, come correttamente coglie il problema Arnheim, sono quelle che mostrano non solo il dissolvimento dell’ordine nel disordine, ma anche come “il caos si volge in ordine”. Non è facile riassumere in poche parole il concetto di complessità in quanto esso rappresenta più un nuovo di modo di pensare che una branca scientifica compiuta. L’approccio della psicologia della Gestalt, della fenomenologia e delle teorie della complessità si può definire, in prima approssimazione, di tipo “olista”. L’ottica della complessità esprime un diverso atteggiamento scientifico, che si libera «dalla convinzione di fondo che il mondo microscopico sia semplice e governato da leggi matematiche. È proprio la “semplicità” e la prevedibilità delle interazioni fra le parti che viene messa in discussione dalle teorie della complessità.

Cos’è un sistema complesso? È un sistema composto da molte parti differenziate, organizzate gerarchicamente (un esempio è il corpo umano), fra le quali intercorre una fitta rete di relazioni “non-lineari”. La “non-linearità” è l’aspetto fondamentale che rende il sistema non uguale alla semplice somma delle parti di cui è costituito. I. Prigogine ha evidenziato come la non-linearità sia caratteristica dei sistemi instabili, cioè sistemi lontani dallo stato di equilibrio. Nei sistemi instabili si generano “fluttuazioni” che innescano risonanze e correlazioni fra le parti su distanze macroscopiche: tali risonanze conducono a comportamenti collettivi che producono nuove strutture. Le interazioni fra le parti del sistema e quelle con il contesto, trascurabili in sistemi stabili o quasi stabili, diventano fondamentali per descrivere la dinamica di un sistema lontano dall’equilibrio. Quindi, laddove un sistema stabile può essere considerato come descrivibile dalla dinamica delle parti di cui è costituito, l’emergere di comportamenti collettivi in sistemi lontani dall’equilibrio segna il comparire di nuove proprietà del sistema. In psicologia, anche gli individui possono essere considerati dei sistemi lontani dall’equilibrio e intrinsecamente complessi. Tuttavia, in condizioni di equilibrio, le persone e le organizzazioni sociali si possono anche considerare come sistemi dotati di stabilità. Il passaggio da una visione riduzionista ad un approccio complesso include, poi, un diverso atteggiamento nei confronti della vita: la possibilità di vedere in essa non solo meccanicità e tendenza al disordine, ma anche un’intrinseca capacità di creare ordine. Contrariamente al riduzionismo, le teorie della complessità evidenziano, pertanto, il ruolo costruttivo della natura.

Lidia Gomato

“Entropia e arte”  R. Arnheim- Ed. Einaudi 1974

“La sfida della complessità” Bocchi, G. & Ceruti, M. Ed. Feltrinelli 1985

LA PAROLA “SENSORIALE” E LA PAROLA “RELAZIONALE”

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Tratto da  SPECIALE NEUROSCIENZE di V. Gallese, sul linguaggio: la parola” “sensoriale” e la parola “relazionale” e  liberamente modificato da Lidia Gomato

Dalle ricerche sul cervello delle moderne Neuroscienze “incarnate” o Embodied Cognition si evince che le stesse aree che si attivano in compiti linguistici si attivano anche in compiti sensori-motori che non hanno nulla di intrinsecamente linguistico. Ciò fa pensare che il senso che la parola vuole esprimere abbia in qualche modo delle radici senso-motorie. Tali studi stanno attualmente cercando di comprendere sempre meglio qual è il legame tra l’uso astratto del linguaggio e la corporeita’.

La Embodied Cognition condivide il paradigma fenomenologico del linguaggio come gesto e cerca di spiegare, sia in termini filogenetici, sia in termini concreti, come funziona il linguaggio come noi lo esprimiamo oggi. Il linguaggio nell’ottica fenomenologica è sin dall’origine relazionale, Revezs ha parlato nell’ambito dello studio dello sviluppo del linguaggio, di uno stadio primitivo di “vocalizzazione di contatto” il cui significato è quello di “qualcuno è qui” e di un secondo stadio di “vocalizzazione di richiamo” il cui significato è “io sono qui per te”.

Il linguaggio umano è il sistema di comunicazione più sofisticato perché permea e riconfigura tutta la nostra esperienza, esso parte da una dimensione pre-verbale per arrivare ad una dimensione linguistica, sia in senso filogenetico evolutivo, sia nello sviluppo del singolo individuo, cioè in senso ontogenetico. Una volta acquisita la parola entriamo nel mondo dell’uso del linguaggio e questo retroagisce riconfigurando e modulando anche tutta la dimensione pre-verbale, quindi il pre-verbale di un umano non è in tutto e per tutto paragonabile a quello di un animale  pre-verbale che non ha mai sviluppato il linguaggio.

 

INDAGINE SULLA CORPOREITA’ DISPONIBILE NEI SOGGETTI AFASICI: LA COMPONENTE MOTORIA DELL’ATTIVITA’ PSICHICA

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Tratto dal video sul seminario del Prof. G. Rizzolatti “Neuroscienze e Psicanalisi”  dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Il modello classico di come il cervello funziona, che si è andato affermando negli anni 50, per il quale il cervello era sostanzialmente un elaboratore d’informazioni, è oggi fortemente messo in discussione dalle moderne neuroscienze. Al  computer manca  qualcosa di fondamentale che hanno gli esseri viventi, cioè il movimento, più passa il tempo e più si acquisiscono delle evidenze scientifiche che dimostrano come il “movimento” sia un fattore fondamentale.

Noi abbiamo tutto un sistema motorio e da questo sistema motorio derivano particolari percezioni, per esempio noi abbiamo  la percezione dello spazio non perché abbiamo nel cervello un’ area per lo spazio, ma perché abbiamo delle aree motorie particolari per raggiungere lo spazio e  come conseguenza, successivamente abbiamo la percezione dello spazio. Siamo passati da un concetto che era tutto legato all’ elaborazione di stimoli esterni,  a qualcosa di interno, è il sistema motorio che costruisce lo spazio,   e anche la percezione degli altri.

La scienza non è fatta di mattoncini sparsi qua e là, per avere una visione del sistema nervoso bisogna avere un panorama concettuale, quello classico della psicologia cognitiva risulta del tutto insufficiente, ci sono altre due valide possibilità: una è quella della psicanalisi, l’altra è quella della fenomenologia di Husserl,  Merleau-Ponty e Sartre.

Lidia Gomato

 

La”sintassi operativa” nella costruzione degli utensili e nel linguaggio. Per riabilitare il disturbo afasico ci vuole una cultura d’“insieme”, un approccio olistico

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Leroi-Gourhan, linguista, etnologo, antropologo, archeologo, semiologo e storico dell’arte, nel suo bel libro del 1977 “Il gesto e la parola” Einaudi, mette in evidenza il nesso che esiste tra la mano e gli organi facciali e come questi due poli del campo anteriore del corpo denotano un analogo impegno nella costruzione dei simboli della comunicazione.

Nei primati gli organi facciali e gli organi manuali compiono un’azione tecnica di pari grado, una scimmia lavora con le labbra, i denti, la lingua e le mani, ma a ciò si aggiunge il fatto che l’uomo costruisce con gli stessi organi, cosa che i primati non fanno. Partendo da una formula identica a quella dei primati, l’uomo fabbrica utensili concreti e simboli, e gli uni e gli altri nascono da uno stesso processo o meglio, fanno ricorso nel cervello alle stesse attrezzature di base. Questo induce a pensare non solo che il linguaggio è tipico dell’uomo quanto l’utensile, ma anche che entrambi sono unicamente l’espressione della stessa facoltà. W. Kolher, psicologo della Gestalt, nei suoi famosi esperimenti, ha dimostrato come i 30 segnali vocali diversi dello scimpanzé sono l’esatto corrispondente mentale dei bastoni, infilati l’uno nell’altro per attirare a sé la banana appesa al soffitto,  e come tale patrimonio vocalico non possa essere considerato un linguaggio più di quanto l’operazione dei bastoni non sia una tecnica nel vero senso della parola.

Secondo Leroi-Gourhan si può tentare una paleontologia del linguaggio solo a partire dal momento in cui la preistoria ci tramanda gli utensili, perché utensili e linguaggio sono collegati neurologicamente e perché l’uno non è dissociabile dall’altro nella struttura sociale dell’umanità.

La tecnica è contemporaneamente gesto e utensile, organizzati in concatenazione da una vera e propria sintassi che conferisce alle serie operative fissità e duttilità al tempo stesso. La sintassi operativa è proposta dalla memoria e nasce tra il cervello e l’ambiente materiale, continuando in parallelo con il linguaggio, si ritrova sempre lo stesso processo.

IN OMAGGIO A TOMAS TRANSTROMER E AI TANTI ALTRI POETI AFASICI “ANONIMI ”

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Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
Mi recai sull’isola innevata.
Non ha parole la natura selvaggia.
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
Linguaggio non parole.

Tomas Transtromer, premio Nobel per la letteratura nel 2011, colpito da ictus nel 1990 ed afasico, ha continuato a scrivere poesie e a suonare il piano con la mano sinistra.

Lidia Gomato

Anni fa ho conosciuto e lavorato con un ragazzo afasico di 32 anni, insegnante e musicista, anche lui come Tomas Transtromer, è riuscito nel tempo a suonare di nuovo il piano usando anche la mano destra.  Era stato ricoverato in ospedale in seguito a un’emorragia cerebrale da MAV, come disturbo del linguaggio mostrava un’alterazione nella strutturazione della frase, quindi un impedimento importante nel comunicare messaggi. All’inizio R. mi salutava spontaneamente con un “ciao pallina”, un soprannome affettuoso che aveva dato alla sua ragazza prima di stare male, in seguito, con il recupero della possibilità di mettere insieme due o tre frasi, è passato dal caloroso “ciao pallina” ad un saluto più contenuto ed adeguato, ma certamente meno simpatico, in cui ha iniziato a chiamarmi “dottoressa”. Un giorno mentre cercava di raccontarmi il bel rapporto che aveva avuto con suo nonno, una persona importante nel suo vissuto personale, disse commosso: ” la sera io e lui fumavamo una sigaretta insieme,  lui per me era una sigaretta accesa nel buio”.

Avevo sempre saputo che l’afasico vero non riesce a fare” metafore”, quindi ho colto in quella frase un importante segno qualitativo di recupero del linguaggio, nonostante la “sintassi” nella comunicazione ordinaria presentasse delle evidenti lacune.

E’ interessante notare, a proposito della creatività del linguaggio, che Roman Jakobson, il famoso linguista russo, ha distinto il linguaggio ordinario, cioè quello della realtà, dal linguaggio poetico che consiste nella liberazione di una capacità insita nel linguaggio stesso, cioè la capacità di creare connessioni e conseguentemente “mondi”.

La poeticità di un’espressione verbale indica secondo Jakobson, che in gioco non è la semplice comunicazione, ma qualcosa di più: la rilevanza del messaggio in sé chiamerebbe in causa il carattere dinamico del linguaggio ……  la dinamicità di un organismo, di cui è possibile sentire biologicamente e fisicamente gli impulsi e i contrasti interni”. Se nel linguaggio ordinario,  la grammatica ha una funzione rigorosamente strutturale latente, essendo il fondamento che regge il tutto, in poesia  invece, essa acquista un valore imprevisto. Sempre Jakobson ci ricorda che il linguaggio non è solo comunicazione funzionale, esso è sia l’aspetto conservatore, sia l’aspetto innovatore della realtà.

Nel laboratorio di terapia espressiva a mediazione artistica per persone afasiche, dove lo spazio non è codificato ma aperto, è più facile rilevare questo aspetto creativo del linguaggio, del linguaggio vivo, con cui alcuni pazienti, cercano di esprimere ciò che l’alterazione delle regole sistemiche del linguaggio formale impedisce loro.

Ora ci sarebbe da chiedersi se, nella logopedia dell’afasia, gli strumenti di valutazione e gli approcci riabilitativi in uso, sono sufficientemente idonei a cogliere un tale aspetto qualitativo del linguaggio, se al paziente afasico in logoterapia viene lasciata, dal punto di vista metodologico, questa libertà di poter dire ciò che il terapista non può prevedere.

R.Jakobson (1968) “Poesia della grammatica e grammatica della poesia” trad. di Picchio Riccardo, in Poetica e poesia. Questioni di teoria e analisi testuali. Ed. Einaudi 1985

 

 

La spazialità prospettica del gesto verbale nell’afasico

foto Longhi

Nelle ricerche sull’afasia, la tentazione di smontare l’unità funzionale del “comunicare”, dove il “declinarsi” reciproco degli interlocutori raggiunge la sua massima evidenza, sembra irresistibile.

L’afasico però non adopera “pezzi” smontati del suo normale comunicare, bensì una nuova “totalità” funzionale, anche se ridotta.

Il pronunciare una parola su ripetizione , su lettura, su immagine, pronunciarla in una serie numerale non è comunicare.

Senza dubbio il comunicare come ogni gesto finalistico , implica una progettualità con una propria spazio-temporalità e con un proprio orientamento spazio-temporale.

Implica cioè un ordinarsi coerente del soggetto al complemento, attraverso il predicato. Implicazione che possiamo cogliere anche nella coniugazione di un tempo verbale o nel numerare alla rovescia.

Ciò sembra poter spiegare sufficientemente il netto scarto di rendimento che si osserva molto spesso fra la parola ripetuta o letta o su immagine , o nella serie numerale normale e quella nella serie numerale rovesciata e nella coniugazione.

Soprattutto nel confronto fra serie numerale normale e serie numerale rovesciata si potrebbe dire che mentre il patrimonio verbale è uguale , è proprio il momento della agibilità prospettica del tutto che distingue nettamente l’agibilità del gesto verbale in quanto agibilità fondata sull’uso contestuale e non sulla sola struttura propria del gesto.

Di fronte all’afasico spesso il nostro atteggiamento spontaneo è quello di farlo parlare col ricorso a stimolazioni che facilitino il gesto fonetico-articolatorio: parola ripetuta, parola letta, parola su immagine; ma questo non è ancora parlare, perché si tratta di una parola senza “contesto”.

Il parlare non può essere che comunicazione ed informazione; e queste dimensioni non possono in alcun modo essere trascurate in afasiologia. Il malato in effetti ci chiede questo linguaggio  e non il recupero della parola ripetuta o letta ecc.

Mi sembra ovvio che nel linguaggio spontaneo: nella frase, nel periodo, il problema della spazialità agibile, come spazialità logico-discorsiva è più che mai presente e, per tale motivo può essere di particolare interesse una sua possibile semiologia. Il test dei  “bastoncini” ha, almeno nelle nostre intenzioni, un tale scopo.

Tratto da “La parola come gesto: la sua spazialità” L.Longhi, L.Gomato et al. – Neuriabilitazione dell’Emiplegico. Aspetti teorici e pratici- Ed. Ermes Medica 1981

 

Con le persone afasiche la terapia cognitiva e della comunicazione si “fa” in laboratorio

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Per Munari, ideatore dei laboratori per l’educazione dei bambini, la creatività, cioè l’atto stesso di inventare qualcosa che prima non c’era, non è un puro frutto della fantasia, non deriva dal gesto libero e in qualche modo insensato dell’artista romantico, ma è il risultato di un processo di analisi in cui ogni elemento del problema da affrontare viene sviscerato per coglierne ciascun aspetto, positivo e negativo per poi ricomporlo in una sintesi superiore. Nell’attività di laboratorio quindi, dove si usano i mediatori artistici, la conoscenza si acquisisce tramite il “progettare” e il “fare”, cioè attraverso l’esperienza diretta.

Le attività variegate svolte in laboratorio, come: la pantomima, il disegno, le foto, il collage, il video, la musica ecc., finalizzate al recupero di una certa capacità espressiva-comunicativa dei pazienti afasici, permette di coinvolgere dal punto di vista cognitivo, entrambi gli emisferi cerebrali, cioè tutto il cervello. L’emisfero destro infatti, come è stato dimostrato, è specializzato nell’elaborazione degli stimoli visivi, nella percezione dello spazio e del tempo, nella percezione e nella produzione della musica, nell’immaginazione e nel riconoscimento delle espressioni facciali dell’altro; l’emisfero sinistro invece, è specializzato nelle funzioni linguistiche, nelle funzioni logiche e nella coordinazione occhio-mano. Quanto è stato recentemente scoperto sul funzionamento dei neuroni a specchio inoltre, la loro attivazione quando si compie un’azione e quando la si osserva compiuta da altri, e il loro ruolo nell'”empatia”, dà ulteriore credito ad un’attività di laboratorio come integrazione alla terapia individuale sia cognitiva che della comunicazione.

Lidia Gomato

 

 

LA “SIMULAZIONE INCARNATA” E IL METODO FENOMENOLOGICO NELLA LOGOPEDIA DELL’AFASIA

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La scoperta dei neuroni a specchio nel cervello del macaco prima e dell’uomo ha permesso di declinare l’intersoggettività come intercorporeità, ciò significa che comprendiamo le azioni e le esperienze altrui in quanto ne condividiamo la natura corporea e la rappresentazione neurale corporea sottostante. Pertanto si può parlare di cognizione incarnata (embodied cognition) in quanto stati e processi mentali sono rappresentati in formato corporeo. Il corpo è alla base della consapevolezza pre-riflessiva di sé e degli altri e il punto di partenza di ogni forma di cognizione esplicita e linguisticamente mediata degli oggetti stessi.

Oggi si è scoperto che il sistema motorio non produce solo movimenti ma soprattutto atti motori cioè movimenti dotati di scopo. Originariamente l’intersoggettività si costituisce come intercorporeità e quindi il sé è interagire con l’altro, non a caso il meccanismo di simulazione é particolarmente efficace con la mimica facciale.

La scoperta dei neuroni canonici dell’area motoria F5 dei macachi ha dimostrato che il sistema motorio si attiva anche quando non ci muoviamo : vedere l’oggetto significa simulare automaticamente cosa faremo con quell’oggetto. All’interno di questa stessa area sono stati individuati i neuroni a specchio, che si attivano sia quando si esegue un atto motorio come “afferrare un oggetto” o produrre gesti comunicativi con la bocca, sia quando si osserva l’altro individuo compiere un altro gesto.

Queste ricerche brevemente riassunte e riprese dal libro di V. Gallese e M. Guerra “Lo schermo empatico” (Editore R. Cortina 2015), danno un fondamento neuroscientifico alla concezione fenomenologica del linguaggio, che assume come oggetto di studio i parametri fondamentali della “corporeità“, dell’ “utensilità” e della “spazialità agibile” del gesto .

Che molti malati afasici avessero un problema fondamentale legato alla corporeità e all’uso dei gesti e delle parole in relazione a degli scopi, era già stato osservato clinicamente da vari autori tra i quali Alajouanine e Goldstein: gli afasici che in certe condizioni riescono a pronunciare delle parole non le sanno ripetere in altre, quindi esse non sono perdute ma compaiono e scompaiono a seconda delle “situazioni” .

La logopedia del disturbo afasico, sia individuale, impostata secondo l’approccio del neurofenomenologo L.Longhi, che di gruppo, da me sperimentata nel laboratorio, mira sostanzialmente a creare “situazioni simulate”, sempre diverse, affinché l’afasico possa rimettere in “movimento” il linguaggio pre-riflessivo e riflessivo.

Lidia Gomato

 

Dalla “scienza delle nuvole” un metodo per prevedere le trasformazioni dell’esperienza umana

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Luke Howard, un giovane metereologo inglese, nel 1802 ebbe l’intuizione geniale di ridurre le numerose forme individuali delle nuvole a un numero limitato, di classificare tre forme fondamentali di nuvole: cirrus, cumulus e stratus. Il sistema d’identificazione che adottò ha consentito agli scienziati di classificare tutte le nuvole come una varietà delle tre forme di base, diffondere conoscenze su di loro, studiarle ulteriormente e applicare le informazioni per fare le previsioni metereologiche. Howard fu il solo a capire che la nube non è un oggetto, non è uno stato, ma una transizione costante e come tale andava descritta, così gettò le basi per la “scienza delle nuvole”, cioè la meteorologia.

Nella “sfida alla complessità” non è più possibile inseguire qualcosa di definito e misurabile, il nesso causale non è più lineare, l’evento aleatorio scuote la ripetizione dell’identico; nello studio dell’esperienza umana si preannuncia un sapere nuovo, capace di convivere con l’incerto e le sue trasformazioni, in grado di apprezzare le qualità.

La nuvola è una miscela indeterminata, campo dei possibili in cui le forme traggono origine, il tempo delle meteore è irreversibile così come la vita dell’uomo, non è lo stesso dell’orologio di precisione, modello dei sistemi regolari, ma piuttosto quello dei “sistemi disordinati più o meno imprevedibili” e non possiamo che affidarci alle probabilità statistiche per anticipare il futuro. La sorte degli umani non segue una traiettoria precisa e neanche il cammino della storia.

Lidia Gomato

 

Spunti tratti dai seguenti articoli:

 Lo scienziato che legge le nuvole di M. Bucchi – la Repubblica 15/04/2016

Nuvola di M.Porro www.doppiozero.com 5/05/2016

 

 

Qual’ è la possibilità di “significare” del gesto nell’afasico? Introduzione all’ipotesi longhiana

scultura preistorica di donna

“Poiché l’ordine esteriore rappresenta tanto spesso quello interno e funzionale, la forma ordinata non va valutata per se stessa, separandola cioè, dal suo rapporto con l’organizzazione il cui significato essa incarna”  (Rudolf Arnheim)

Tratto da una lezione di L.Longhi anno 1983

Quello che noi vediamo in una statua non è che la traccia definitiva di una gestualità enorme, immensa: uno scultore può lavorare intorno ad una statua anche per mesi, noi dovremmo poter vedere tutti i movimenti che lo scultore fa in tutti questi mesi, raccolti in una totalità, in una unità che porta alla statua completa. La statua non è un fatto esterno alla gesticolazione, ma è un’espressione immediata, anche se non è immediata nel tempo di questa gesticolazione; senza gesticolazione non c’è la statua, e la statua è tanto più ricca di momenti espressivi quanto più la situazione che l’ha prodotta è ricca nel suo strutturarsi, nel suo formarsi e questo vale per qualsiasi gesticolazione. Il gesto ha in sé questa possibilità di significare, si mette in rapporto con il tema e diventa simbolico. La stessa cosa è per l’oratore, l’oratore non ha bisogno di uno strumento che gli dia voce e la moduli, già la possiede, quindi l’unica, enorme capacità di significare che non richiede la mediazione dell’utensile evidentemente è proprio la nostra voce. L’afasia è il disturbo di questa capacità di “significare”, però ci si domanda se questo tipo di significare, cioè attraverso l’articolazione fonetica o fonemica, sia un fatto a sé, sia una dote che in un certo momento compare nell’uomo e lo fa animale che parla o sia il termine ultimo di uno sviluppo che comincia con un significare molto più elementare, che è ugualmente un significare. Su questa seconda ipotesi, abbiamo ipotizzato nel “Profilo del disturbo afasico” quattro livelli di sviluppo del gesto: quello mimico, quello prassico, quello iconico e quello verbale, che sono un po’ delle tappe di questo sviluppo.

L’essenza vera del parlare, come l’essenza del significare, è soprattutto nella possibilità di manifestare un gesto che di per sé può assumere qualsiasi codice; la stessa cosa che fa il pittore: se noi prendiamo dai pittori classici, quelli che disegnavano bene la figura e andiamo agli astrattisti, ai futuristi, ai dadaisti, agli informali, vediamo che ad un bel momento la figura scompare, però non c’è dubbio che è un linguaggio, l’artista si fa un suo codice, un suo stile. L’imitatore quando fa le riproduzioni di quadri fa quello che fa l’afasico quando pronuncia una parola per ripetizione, in questo caso c’è un’imitazione servile di uno stile, anche nel test di disegno c’è una certa differenza tra disegno copiato e disegno creato.

Certamente quanto più è elementare la gesticolazione tanto meno ricco sarà il contenuto simbolico, quanto più è complessa la gesticolazione tanto più ricco sarà il contenuto simbolico; diremo quindi, che uno scultore quando accumula gesti su gesti durante un mese, non fa che arricchire questo contesto e parallelamente all’arricchimento della sua gesticolazione si arricchisce anche il simbolo, cioè la statua.

Come possiamo vedere questa struttura fondamentale del “significare”, cogliere questo momento neuropsicologico nell’afasico?