IN OMAGGIO A TOMAS TRANSTROMER E AI TANTI ALTRI POETI AFASICI “ANONIMI ”

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Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
Mi recai sull’isola innevata.
Non ha parole la natura selvaggia.
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
Linguaggio non parole.

Tomas Transtromer, premio Nobel per la letteratura nel 2011, colpito da ictus nel 1990 ed afasico, ha continuato a scrivere poesie e a suonare il piano con la mano sinistra.

Lidia Gomato

Anni fa ho conosciuto e lavorato con un ragazzo afasico di 32 anni, insegnante e musicista, anche lui come Tomas Transtromer, è riuscito nel tempo a suonare di nuovo il piano usando anche la mano destra.  Era stato ricoverato in ospedale in seguito a un’emorragia cerebrale da MAV, come disturbo del linguaggio mostrava un’alterazione nella strutturazione della frase, quindi un impedimento importante nel comunicare messaggi. All’inizio R. mi salutava spontaneamente con un “ciao pallina”, un soprannome affettuoso che aveva dato alla sua ragazza prima di stare male, in seguito, con il recupero della possibilità di mettere insieme due o tre frasi, è passato dal caloroso “ciao pallina” ad un saluto più contenuto ed adeguato, ma certamente meno simpatico, in cui ha iniziato a chiamarmi “dottoressa”. Un giorno mentre cercava di raccontarmi il bel rapporto che aveva avuto con suo nonno, una persona importante nel suo vissuto personale, disse commosso: ” la sera io e lui fumavamo una sigaretta insieme,  lui per me era una sigaretta accesa nel buio”.

Avevo sempre saputo che l’afasico vero non riesce a fare” metafore”, quindi ho colto in quella frase un importante segno qualitativo di recupero del linguaggio, nonostante la “sintassi” nella comunicazione ordinaria presentasse delle evidenti lacune.

E’ interessante notare, a proposito della creatività del linguaggio, che Roman Jakobson, il famoso linguista russo, ha distinto il linguaggio ordinario, cioè quello della realtà, dal linguaggio poetico che consiste nella liberazione di una capacità insita nel linguaggio stesso, cioè la capacità di creare connessioni e conseguentemente “mondi”.

La poeticità di un’espressione verbale indica secondo Jakobson, che in gioco non è la semplice comunicazione, ma qualcosa di più: la rilevanza del messaggio in sé chiamerebbe in causa il carattere dinamico del linguaggio ……  la dinamicità di un organismo, di cui è possibile sentire biologicamente e fisicamente gli impulsi e i contrasti interni”. Se nel linguaggio ordinario,  la grammatica ha una funzione rigorosamente strutturale latente, essendo il fondamento che regge il tutto, in poesia  invece, essa acquista un valore imprevisto. Sempre Jakobson ci ricorda che il linguaggio non è solo comunicazione funzionale, esso è sia l’aspetto conservatore, sia l’aspetto innovatore della realtà.

Nel laboratorio di terapia espressiva a mediazione artistica per persone afasiche, dove lo spazio non è codificato ma aperto, è più facile rilevare questo aspetto creativo del linguaggio, del linguaggio vivo, con cui alcuni pazienti, cercano di esprimere ciò che l’alterazione delle regole sistemiche del linguaggio formale impedisce loro.

Ora ci sarebbe da chiedersi se, nella logopedia dell’afasia, gli strumenti di valutazione e gli approcci riabilitativi in uso, sono sufficientemente idonei a cogliere un tale aspetto qualitativo del linguaggio, se al paziente afasico in logoterapia viene lasciata, dal punto di vista metodologico, questa libertà di poter dire ciò che il terapista non può prevedere.

R.Jakobson (1968) “Poesia della grammatica e grammatica della poesia” trad. di Picchio Riccardo, in Poetica e poesia. Questioni di teoria e analisi testuali. Ed. Einaudi 1985

 

 

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Con le persone afasiche la terapia cognitiva e della comunicazione si “fa” in laboratorio

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Per Munari, ideatore dei laboratori per l’educazione dei bambini, la creatività, cioè l’atto stesso di inventare qualcosa che prima non c’era, non è un puro frutto della fantasia, non deriva dal gesto libero e in qualche modo insensato dell’artista romantico, ma è il risultato di un processo di analisi in cui ogni elemento del problema da affrontare viene sviscerato per coglierne ciascun aspetto, positivo e negativo per poi ricomporlo in una sintesi superiore. Nell’attività di laboratorio quindi, dove si usano i mediatori artistici, la conoscenza si acquisisce tramite il “progettare” e il “fare”, cioè attraverso l’esperienza diretta.

Le attività variegate svolte in laboratorio, come: la pantomima, il disegno, le foto, il collage, il video, la musica ecc., finalizzate al recupero di una certa capacità espressiva-comunicativa dei pazienti afasici, permette di coinvolgere dal punto di vista cognitivo, entrambi gli emisferi cerebrali, cioè tutto il cervello. L’emisfero destro infatti, come è stato dimostrato, è specializzato nell’elaborazione degli stimoli visivi, nella percezione dello spazio e del tempo, nella percezione e nella produzione della musica, nell’immaginazione e nel riconoscimento delle espressioni facciali dell’altro; l’emisfero sinistro invece, è specializzato nelle funzioni linguistiche, nelle funzioni logiche e nella coordinazione occhio-mano. Quanto è stato recentemente scoperto sul funzionamento dei neuroni a specchio inoltre, la loro attivazione quando si compie un’azione e quando la si osserva compiuta da altri, e il loro ruolo nell'”empatia”, dà ulteriore credito ad un’attività di laboratorio come integrazione alla terapia individuale sia cognitiva che della comunicazione.

Lidia Gomato

 

 

L’importanza dell’esperienza, della prassi e della creatività nell’agire logopedico

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Qualche anno fa ho lavorato con un bimbo di sei anni che aveva un disturbo dell’apprendimento, come spesso accade, la sua manualità non era affatto sviluppata: aveva un problema nell’abbottonarsi la giacca, fare i nodi, i fiocchi, nel manipolare la plastilina in varie forme; per realizzare una casetta tridimensionale o altri semplici oggetti, S. usava lo stesso schema operativo del disegno : faceva tanti rotolini di plastilina fini fini, che corrispondevano alle linee, poi cercava di metterli insieme. Puntualmente la sua costruzione crollava e S. era molto sorpreso nel constatare ciò, nonostante tutto, ogni volta ripeteva la stessa strategia. Dalla manualità abbiamo iniziato il nostro lavoro e a questa mi sono poi agganciata per iniziare l’apprendimento di lettura e scrittura; tante e tante volte con quella plastilina ho fatto modellare al bambino le lettere dell’alfabeto, ordinarle dalla A alla Z, metterle in ordine sparso e riconoscerle una per una, leggerle, combinarle insieme nel formare piccole parole, tutto in un clima di gioco. Visto che S. era molto interessato al mio computer, un giorno provai a farlo scrivere utilizzando la tastiera e con mia grande meraviglia vidi che cercava di battere sui tasti con i pollici; un altro giorno ancora, alla mia domanda: “secondo te dove vivono i pesci?” S. rispose, dopo una lunghissima pausa: “nell’acquario”. In questi comportamenti io vedevo sempre più una carenza di vissuti, di esperienze, di relazione; iniziai a svolgere un’indagine accurata sulle abitudini del bambino in famiglia: aveva un fratello più grande con cui giocava molte ore al giorno alla play-station, la mamma, non potendo contare sul marito sempre fuori casa per lavoro, si era ben organizzata ad occuparsi di tutto: casa, figli, lavoro, in un regime militaresco. La comunicazione in famiglia era scarsa e povera di argomenti, tra madre e figli si parlava per lo più di compiti (vissuti dalla mamma con molta ansia) e di giochi da comprare (un giorno il bambino venne in terapia con 40 pacchetti di figurine appena acquistati), non si leggevano libri e mai a S. era stata raccontata una favola; il padre tornava la sera dal lavoro e trovava un po’ di relax davanti alla televisione. Con l’aiuto della mamma, che fortunatamente si è lasciata guidare, abbiamo lavorato per ben quattro anni sul “comunicare” e sul “fare” esperienze varie; a lei era affidato il compito di portare il bambino a contatto con le cose, nella realtà, di leggergli una favola tutte le sere, di impegnarlo in giochi costruttivi e di ridurre l’uso della play-station, a me quello di fargli esprimere le esperienze fatte in molti modi: narrazione tramite disegni, collage, foto, montaggio di fumetti, di video, accompagnati sempre da scrittura e lettura. Anche le insegnanti hanno collaborato al nostro progetto cercando di usare dei termini e delle modalità di comunicazione più comprensibili, accessibili al bambino; in tal modo S. si è sentito maggiormente accettato nell’ambiente scolastico ed ha iniziato ad avere meno paura di sbagliare. In quarta elementare S. ha incominciato a “sbocciare”, un salto qualitativo nel suo sviluppo era stato fatto, con me scherzava prendendomi in giro, con una certa astuta ironia. La mamma di S. alla fine del percorso terapeutico mi ha confidato che molte cose erano cambiate anche per lei e mi ha ringraziato per aver avuto la possibilità di vivere il rapporto con i figli in un modo diverso. Io ringrazio loro per avermi dato l’opportunità di imparare ancora. Penso che nel nostro lavoro di logopediste dovremmo guardare ad ogni singolo bambino o adulto come a un universo, con la consapevolezza della complessità del linguaggio, che non può essere ridotto all’aspetto logico-formale, e della persona che abbiamo di fronte; che potremmo affinare le nostre risorse, lasciarci guidare un pò dal nostro intuito e dare alla relazione terapeutica quel tocco personale che solo l’atto creativo può dare.  

L’Uso del Corpo nel Mondo dell’Homo Confort

L’antropologo S. Boni che sta studiando da alcuni anni, tramite l’approccio fenomenologico, come si attivano i sensi in un contesto di comodità, si è posto degli interrogativi importanti che possono aiutare noi terapeuti ed educatori a comprendere meglio come alla base della povertà comunicativa e cognitiva nei bambini e negli adolescenti, sempre in aumento, ci sia una grande carenza di esperienza corporea. Tale problematica comunque riguarda tutti noi, perché viviamo e ci relazioniamo ad un Mondo Confort. Come usiamo oggi il corpo? Che esperienza vive? Com’è sollecitato nella quotidianità ipertecnologica? L’uso corporeo influenza imprescindibilmente la conoscenza del mondo circostante: in questo senso, ad esempio, chi naviga su internet non sta solamente alimentando il suo immaginario o potenziando il suo corpo attraverso l’uso della tecnologia, ma più semplicemente si relaziona ad una tastiera e a uno schermo, piuttosto che a dinamiche organiche, con tutte le conseguenze sulla strutturazione cognitiva che ciò comporta. La comoda tecnologizzazione della vita è un fenomeno totale e totalizzante che investe l’attivazione percettiva, i processi cognitivi ordinari, modelli di conoscenza incorporati.

Libro H.Confort