Con le persone afasiche la terapia cognitiva e della comunicazione si “fa” in laboratorio

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Per Munari, ideatore dei laboratori per l’educazione dei bambini, la creatività, cioè l’atto stesso di inventare qualcosa che prima non c’era, non è un puro frutto della fantasia, non deriva dal gesto libero e in qualche modo insensato dell’artista romantico, ma è il risultato di un processo di analisi in cui ogni elemento del problema da affrontare viene sviscerato per coglierne ciascun aspetto, positivo e negativo per poi ricomporlo in una sintesi superiore. Nell’attività di laboratorio quindi, dove si usano i mediatori artistici, la conoscenza si acquisisce tramite il “progettare” e il “fare”, cioè attraverso l’esperienza diretta.

Le attività variegate svolte in laboratorio, come: la pantomima, il disegno, le foto, il collage, il video, la musica ecc., finalizzate al recupero di una certa capacità espressiva-comunicativa dei pazienti afasici, permette di coinvolgere dal punto di vista cognitivo, entrambi gli emisferi cerebrali, cioè tutto il cervello. L’emisfero destro infatti, come è stato dimostrato, è specializzato nell’elaborazione degli stimoli visivi, nella percezione dello spazio e del tempo, nella percezione e nella produzione della musica, nell’immaginazione e nel riconoscimento delle espressioni facciali dell’altro; l’emisfero sinistro invece, è specializzato nelle funzioni linguistiche, nelle funzioni logiche e nella coordinazione occhio-mano. Quanto è stato recentemente scoperto sul funzionamento dei neuroni a specchio inoltre, la loro attivazione quando si compie un’azione e quando la si osserva compiuta da altri, e il loro ruolo nell'”empatia”, dà ulteriore credito ad un’attività di laboratorio come integrazione alla terapia individuale sia cognitiva che della comunicazione.

Lidia Gomato

 

 

LA “SIMULAZIONE INCARNATA” E IL METODO FENOMENOLOGICO NELLA LOGOPEDIA DELL’AFASIA

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La scoperta dei neuroni a specchio nel cervello del macaco prima e dell’uomo ha permesso di declinare l’intersoggettività come intercorporeità, ciò significa che comprendiamo le azioni e le esperienze altrui in quanto ne condividiamo la natura corporea e la rappresentazione neurale corporea sottostante. Pertanto si può parlare di cognizione incarnata (embodied cognition) in quanto stati e processi mentali sono rappresentati in formato corporeo. Il corpo è alla base della consapevolezza pre-riflessiva di sé e degli altri e il punto di partenza di ogni forma di cognizione esplicita e linguisticamente mediata degli oggetti stessi.

Oggi si è scoperto che il sistema motorio non produce solo movimenti ma soprattutto atti motori cioè movimenti dotati di scopo. Originariamente l’intersoggettività si costituisce come intercorporeità e quindi il sé è interagire con l’altro, non a caso il meccanismo di simulazione é particolarmente efficace con la mimica facciale.

La scoperta dei neuroni canonici dell’area motoria F5 dei macachi ha dimostrato che il sistema motorio si attiva anche quando non ci muoviamo : vedere l’oggetto significa simulare automaticamente cosa faremo con quell’oggetto. All’interno di questa stessa area sono stati individuati i neuroni a specchio, che si attivano sia quando si esegue un atto motorio come “afferrare un oggetto” o produrre gesti comunicativi con la bocca, sia quando si osserva l’altro individuo compiere un altro gesto.

Queste ricerche brevemente riassunte e riprese dal libro di V. Gallese e M. Guerra “Lo schermo empatico” (Editore R. Cortina 2015), danno un fondamento neuroscientifico alla concezione fenomenologica del linguaggio, che assume come oggetto di studio i parametri fondamentali della “corporeità“, dell’ “utensilità” e della “spazialità agibile” del gesto .

Che molti malati afasici avessero un problema fondamentale legato alla corporeità e all’uso dei gesti e delle parole in relazione a degli scopi, era già stato osservato clinicamente da vari autori tra i quali Alajouanine e Goldstein: gli afasici che in certe condizioni riescono a pronunciare delle parole non le sanno ripetere in altre, quindi esse non sono perdute ma compaiono e scompaiono a seconda delle “situazioni” .

La logopedia del disturbo afasico, sia individuale, impostata secondo l’approccio del neurofenomenologo L.Longhi, che di gruppo, da me sperimentata nel laboratorio, mira sostanzialmente a creare “situazioni simulate”, sempre diverse, affinché l’afasico possa rimettere in “movimento” il linguaggio pre-riflessivo e riflessivo.

Lidia Gomato

 

La crisi della creatività e del pensiero divergente

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tratto dal libro “Creatività e Innovazione” di A. Sinibaldi

La creatività scaturisce da una forte motivazione intrinseca e dalla capacità di costruire nuove relazioni tra concetti, quest’ultimo aspetto è di competenza soprattutto del pensiero divergente. La differenza sostanziale tra pensiero convergente e pensiero divergente sta nel fatto che, dato un gruppo di concetti, mentre il primo tende a concentrarsi sulle differenze tra essi, il secondo pone più l’accento sugli elementi comuni e quindi sull’unità nella diversità.

Il pensiero divergente rompe le regole, sconvolge, ragiona prevalentemente per somiglianze e analogie e si pone domande, il pensiero convergente ragiona in termini logici, di fattibilità e utilità.

In un suo studio, la psicologa Kyung Hee Kim del William & Mary College di Williamsburg (Virginia), ha analizzato i punteggi ottenuti in 300.000 test di Torrance, somministrati ad adulti e bambini, ed ha rilevato che l’Indice di Creatività della popolazione statunitense, contrariamente alla crescita stazionaria del Quoziente di Intelligenza, dal 1990 in poi stava sensibilmente scendendo. Una tale caduta potrebbe essere attribuita alla diffusione e l’utilizzo smodato di televisione e di videogiochi che sottrae tempo alle attività creative e all’approccio scolastico che tende a privilegiare attività più tecniche che non artistiche.

Fenomenologia e “Cognizione incorporata” idee per un approccio innovativo alla riabilitazione neuropsicologica

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Lidia Gomato

La fenomenologia in quanto “scienza dell’esperienza”, ha come obiettivo di studiare l’ “uomo nel mondo”, essa si presenta come un “ripensamento esemplare” del tradizionale modo di concepire la conoscenza umana, rappresentazione dell’oggetto nella mente inerte del soggetto. Il soggetto conoscitivo, che possiede un corpo, è parte attiva nella relazione con l’ambiente ed è dotato di una sua peculiarità e identità. Una parte della comunità scientifica ha da alcuni anni abbracciato il punto di vista fenomenologico e porta avanti delle ricerche che partono da un presupposto teorico chiamato “Cognizione Incorporata”o“Embodied Cognition.”A differenza delle scienze cognitive tradizionali, che hanno l’idea della cognizione come una forma di elaborazione simbolica nella quale il corpo ha un ruolo secondario, la scienza della “Cognizione Incorporata” pensa che le caratteristiche morfologiche e dinamiche del corpo svolgono un ruolo peculiare nella genesi e nello sviluppo dei processi cognitivi. Le ricerche di Neuroestetica ( o estetica sperimentale) di S. Zeki, T. Ishizvand, V.Gallese,D.Freedberg ad esempio, rientrano nell’ottica della “Embodied Cognition”. Lo sviluppo della Neuroestetica ha dimostrato che esiste un rispecchiamento, una reciprocità e un’integrazione tra i processi della creazione artistica e quelli della fruizione. L’esperienza estetica consiste nel simulare il processo cognitivo, emotivo ed empatico innescato dall’artista. Gli stessi circuiti mentali e le stesse funzioni si attivano nel creatore e nel fruitore: lo spettatore riproduce il gesto artistico, la sua mente di fronte all’opera d’arte ripercorre il processo creativo che l’ha resa possibile. Mostrando il gesto della creazione l’artista pone l’osservatore di fronte a un modello di autocoscienza riflessiva, ovvero uno dei tratti distintivi di homo sapiens. L’arte partecipa a un livello avanzato di complessità alla costruzione di quello che Antonio Damasio chiama “processo del sé”, il percorso attraverso il quale la mente diventa cosciente della propria presenza cognitivo-corporea nel mondo, istituendo un collegamento tra il verificarsi dell’esperienza e la definizione del soggetto che la esperisce, il sé appunto. L’arte dunque, sembra estendere le potenzialità del cervello ed è un potente strumento di esplorazione attiva e di interazione creativa con il mondo.

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L’immagine e l’immaginazione tra filosofia e scienza. Nuove prospettive in riabilitazione

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Lidia Gomato

L’immaginazione secondo Kant, non è una capacità mentale astratta e indeterminata, essa è una sintesi che è possibile cogliere solo nell’atto in cui il corpo intenziona un oggetto o una persona nel mondo della vita. La modalità ricettiva della mediazione corporea fa sì che qualcosa ci appaia, proprio perché resa possibile dal corpo, ed è parziale; essa costituisce l’ingresso della dimensione intenzionale della coscienza. Per il fenomenologo P. Ricoeur, il potere dell’immaginazione non è tanto quello di “presentare” delle idee della ragione, ma di presentaredei modi di essere al mondo, delle esperienze situate e nelle stesso tempo situanti. L’immagine quindi, non è un’entità mentale, non è “nella” coscienza, essa piuttosto, le sta di fronte, come ciò a cui si rapporta. Tramite l’immaginazione io “figuro”, “schematizzo”, “presento” dei modi di abitare il mondo. L’immagine gioca così la sua doppia valenza: come sospensione del reale, essa pone il senso nella dimensione della finzione, nel vedere come flusso di rappresentazioni, essa investe il senso nello spessore del quasi-percepito. Tale analisi suggerisce che la finzione può rappresentare una svolta per “ridescrivere” la “realtà”. Il concetto filosofico di immaginazione come “finzione”, è stato ripreso recentemente in ambito psicologico e neuropsicologico dai “teorici della simulazione”; essi sostengono che alla base della nostra capacità di mentalizzazione, , ossia di interpretazione del comportamento sulla base dell’attribuzione di stati mentali, vi sia piuttosto una pratica euristica, una capacità di immedesimarsi nei panni altrui e di riprodurre in se stessi gli stati mentali e i processi cognitivi che un’altra persona potrebbe intrattenere in una certa situazione. L’immaginazione, secondo la teoria della simulazione, ci consentirebbe di prevedere la situazione nella quale ci troveremmo, e di ragionare sulla base di questi stati mentali fittizi come se fossero nostri stati genuini, ossia come se fossero nostre attuali percezioni e credenze, giungendo alle medesime conclusioni a cui giungeremmo se ci trovassimo come risponderemmo a quella situazione, di anticipare le nostre emozioni, i nostri pensieri, e soprattutto le nostre decisioni.

 

L’importanza dell’esperienza, della prassi e della creatività nell’agire logopedico

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Qualche anno fa ho lavorato con un bimbo di sei anni che aveva un disturbo dell’apprendimento, come spesso accade, la sua manualità non era affatto sviluppata: aveva un problema nell’abbottonarsi la giacca, fare i nodi, i fiocchi, nel manipolare la plastilina in varie forme; per realizzare una casetta tridimensionale o altri semplici oggetti, S. usava lo stesso schema operativo del disegno : faceva tanti rotolini di plastilina fini fini, che corrispondevano alle linee, poi cercava di metterli insieme. Puntualmente la sua costruzione crollava e S. era molto sorpreso nel constatare ciò, nonostante tutto, ogni volta ripeteva la stessa strategia. Dalla manualità abbiamo iniziato il nostro lavoro e a questa mi sono poi agganciata per iniziare l’apprendimento di lettura e scrittura; tante e tante volte con quella plastilina ho fatto modellare al bambino le lettere dell’alfabeto, ordinarle dalla A alla Z, metterle in ordine sparso e riconoscerle una per una, leggerle, combinarle insieme nel formare piccole parole, tutto in un clima di gioco. Visto che S. era molto interessato al mio computer, un giorno provai a farlo scrivere utilizzando la tastiera e con mia grande meraviglia vidi che cercava di battere sui tasti con i pollici; un altro giorno ancora, alla mia domanda: “secondo te dove vivono i pesci?” S. rispose, dopo una lunghissima pausa: “nell’acquario”. In questi comportamenti io vedevo sempre più una carenza di vissuti, di esperienze, di relazione; iniziai a svolgere un’indagine accurata sulle abitudini del bambino in famiglia: aveva un fratello più grande con cui giocava molte ore al giorno alla play-station, la mamma, non potendo contare sul marito sempre fuori casa per lavoro, si era ben organizzata ad occuparsi di tutto: casa, figli, lavoro, in un regime militaresco. La comunicazione in famiglia era scarsa e povera di argomenti, tra madre e figli si parlava per lo più di compiti (vissuti dalla mamma con molta ansia) e di giochi da comprare (un giorno il bambino venne in terapia con 40 pacchetti di figurine appena acquistati), non si leggevano libri e mai a S. era stata raccontata una favola; il padre tornava la sera dal lavoro e trovava un po’ di relax davanti alla televisione. Con l’aiuto della mamma, che fortunatamente si è lasciata guidare, abbiamo lavorato per ben quattro anni sul “comunicare” e sul “fare” esperienze varie; a lei era affidato il compito di portare il bambino a contatto con le cose, nella realtà, di leggergli una favola tutte le sere, di impegnarlo in giochi costruttivi e di ridurre l’uso della play-station, a me quello di fargli esprimere le esperienze fatte in molti modi: narrazione tramite disegni, collage, foto, montaggio di fumetti, di video, accompagnati sempre da scrittura e lettura. Anche le insegnanti hanno collaborato al nostro progetto cercando di usare dei termini e delle modalità di comunicazione più comprensibili, accessibili al bambino; in tal modo S. si è sentito maggiormente accettato nell’ambiente scolastico ed ha iniziato ad avere meno paura di sbagliare. In quarta elementare S. ha incominciato a “sbocciare”, un salto qualitativo nel suo sviluppo era stato fatto, con me scherzava prendendomi in giro, con una certa astuta ironia. La mamma di S. alla fine del percorso terapeutico mi ha confidato che molte cose erano cambiate anche per lei e mi ha ringraziato per aver avuto la possibilità di vivere il rapporto con i figli in un modo diverso. Io ringrazio loro per avermi dato l’opportunità di imparare ancora. Penso che nel nostro lavoro di logopediste dovremmo guardare ad ogni singolo bambino o adulto come a un universo, con la consapevolezza della complessità del linguaggio, che non può essere ridotto all’aspetto logico-formale, e della persona che abbiamo di fronte; che potremmo affinare le nostre risorse, lasciarci guidare un pò dal nostro intuito e dare alla relazione terapeutica quel tocco personale che solo l’atto creativo può dare.  

Misurare la qualità dell’esperienza umana

fiore rossoLo scopo della scienza è quello di “misurare il misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è”, ma la misura ci porta sulla soglia di un’unità dove incomincia il “valore”, che delinea la differenza tra un approccio scientifico quantitativo e un’approccio qualitativo. Noi possiamo ad esempio, misurare il colore rosso con una data frequenza di onde elettromagnetiche ma non possiamo più farlo con il rosso del “fiore che ammiro” o che il pittore ha dipinto sulla tela, se non a patto di perdere l’esperienza del fiore, il valore del fiore. Allo stesso modo non possiamo stupirci se le analisi delle frequenze statistiche delle varie parti del discorso, contenute in un testo, ne annullano il contenuto, vale a dire la qualità che lo distingue da ogni altro testo. C’è questo momento, che il neurofenomenologo L. Longhi ha definito “cerniera”, in cui la quantità “ misurabile “ si fa qualità “comprensibile”, per cui l’energia misurabile dello stimolo si fa qualità percettiva, come in una specie di grande metabolismo attraverso il quale il mondo dell’energia si fa mondo umano dei valori, per cui la mano anatomo-fisiologica del pittore, definibile attraverso unità anatomiche-fisiologiche, diventa l’indefinibile mano dell’artista in un trascendersi dal corpo-oggetto in corpo-soggetto. Analogamente l’occhio-che-vede si trascende nell’occhio-che-guarda, l’orecchio-che-ode nell’orecchio-che-ascolta, la mano-che-tocca nella mano-che-palpa o tasta o manipola. In tal senso l’uomo non può essere la somma di cellule, tessuti, organi ed apparati e tanto meno la sua unità organismica può essere il tessuto, seppur mirabile e fittissimo, disegnato dagli infiniti impulsi nervosi che percorrono il nostro corpo; l’unità organismica dell’uomo è più della somma delle sue parti e non è ad esse riducibile (L.Longhi). Il rapporto terapeuta-malato comprende il mondo dei valori, è un rapporto di qualità e non di quantità e la sua quantificazione, in qualsiasi modo la si possa pensare, in un certo senso lo denatura. Nell’ambito psico-neurologico quindi, se si accetta una tale ottica, non possiamo comprendere e riabilitare la complessità del disturbo afasico, aprassico, agnosico, eminattento ecc. se non usciamo dalla visione oggettiva della “quantità” misurabile per entrare in relazione con i malati, affinare la nostra capacità di ascolto del loro “vissuto”, del loro “sentirsi corpo”.