L’AFASIA COME DISTURBO DELLA COMUNICAZIONE NELLA PROSPETTIVA FENOMENOLOGICA

foto Longhi               In memoria del Prof. Lamberto Longhi

Anche se le lezioni introduttive di Lamberto Longhi alle nostre ricerche sull’afasia e più in generale sulle alterazioni del gesto nei disturbi neuropsicologici, potrebbero considerarsi, per certi versi, superate, hanno anticipato i nostri tempi e conservano ancora tutto il fascino di un pensiero nuovo, moderno.

Lezione dicembre 1982

Nella nostra ipotesi di ricerca mi sembrano abbastanza chiari questi tre momenti: delmovimento, delgestoe della tematizzazione, ed io ho insistito abbastanza sul fatto che l’afasia è un nucleo e il disturbo afasico va considerato come un disturbo della comunicazione.

Tutte quelle che sono state le teorie prettamente neurofisiologiche, anche al di là dei vecchi centri, le vie di associazione etc., non potevano includere tutta la problematica dell’afasia in quanto comunicazione,tanto è vero che abbastanza recentemente sono confluiti nel discorso dell’afasia e del linguaggio anche altri atteggiamenti. Vediamo l’apporto della linguistica, della neurolinguistica, dell’informatica, della psicologia con i test di neuropsicologia, e l’ultimo dovrebbe essere il nostro apporto, quello della fenomenologia,perché una cosa è parsa abbastanza ovvia, quando si son messi a fare della statistica sulle localizzazioni anatomiche dei disturbi afasici, in conclusione hanno visto che anche dividendo le funzioni del linguaggio in: ripetizione, comprensione, espressione etc., ogni lesione coinvolgeva le varie funzioni, più o meno arbitrariamente distinte, cioè se si vuole smembrare l’atto del linguaggio come un fatto unico di significazione, in tanti aspetti come: comprensione, espressione, parola ripetuta, serie verbali etc., quando si va ad analizzare appunto sul piano statistico, non con l’analisi di un singolo caso, si vede che un po’ tutte le lesioni classiche che danno l’afasia, coinvolgono tutte le funzioni. Nella parte posteriore saranno più o meno, prevalenti le funzioni di comprensione, nella parte anteriore quelle di espressione, nell’insieme però nessuna di queste funzioni, arbitrariamente divise, viene risparmiata qualunque sia la lesione. La lesione diventa un fatto unico, c’è un centro, il vecchio centro di Wernicke, quello temporale, che per molti autori sarebbe il vero centro del disturbo del linguaggio e si ritornerebbe un po’ al vecchio concetto di Pierre Marie, dell’afasia come fatto unico che non si può smembrare in tante afasie diverse. L’afasia è una, come il linguaggio è uno, come la comunicazione è una, c’è questo recupero della globalità del disturbo afasico, per cui resterebbe l’idea e l’ipotesi di un centro unico, di un fatto centrale che è il momento della comunicazione nel senso vero e completo del termine, e al margine, ai bordi di questa zona, ci sarebbero poi quelle lesioni che danno, sullo sfondo del disturbo della comunicazione, degli aspetti un po’ particolari. Agli estremi, al di fuori dell’area vera del linguaggio resterebbe, in avanti l’anartria, cioè un disturbo del movimento, del gesto, e posteriormente l’agnosia verbale.

Certamente il linguaggio era l’unica funzione sulla quale tutta la neurofisiologia sperimentale non poteva aggiungere nulla, se invece prendiamo i dati della neurochirurgia, la quale lavorando con il cervello era in grado di stimolarlo e portare via delle zone, vediamo che le conclusioni, più o meno, sono state quelle di prima, che ogni lesioni coinvolgeva le varie funzioni. Una prima osservazione che per noi è interessante è che le ablazioni corticali delle zone, sia di Broca che di Wernicke, della plica curva, hanno dato solo transitoriamente dei disturbi afasici, se la lesione è soltanto corticale, come appunto nella lesione chirurgica, il linguaggio recupera, ritorna; quindi vuol dire che non è soltanto lì il linguaggio, anzi il momento corticale non è in grado di turbare veramente, profondamente, il linguaggio. Una seconda osservazione è che si è visto per l’esperienza di Penfield e Roberts, soprattutto nella stimolazione delle zone classiche del linguaggio, che non ha dato in fondo dei disturbi del linguaggio, ma che ha dato dei disturbi periferici, per esempio, un arresto del linguaggio, delle interferenze, ma non c’è stato un vero disturbo afasico come conseguenza della stimolazione. Una terza osservazione è che specialmente con le operazioni di stereotassi, quelle fatte sui parkinsoniani etc., quando si andava a ledere o a stimolare le strutture centrali del cervello, dell’ipotalamo e anche del pallido, si è visto che anche queste strutture davano disturbi del linguaggio, tanto che alcuni autori, soprattutto Ojemann, hanno parlato di un’afasia talamica. Luria, che forse è il più completo, G. A. Ojemann è un neurochirurgo, rivedendo questi casi ha parlato di una quasi afasia, quindi anche lui si è tenuto al sicuro, non ha detto che la lesione talamica da un’afasia; probabilmente anche le strutture profonde collaborano a realizzare il linguaggio, ma resta una collaborazione periferica. Una quarta osservazione è che ormai quasi tutti sono d’accordo ad attribuire un ruolo nel linguaggio all’emisfero destro; questa idea ha coinciso con degli studi paralleli sulla dominanza emisferica che non è tanto un fatto anatomico quanto una lateralizzazione della funzione. Anche se ci sono dei lavori che fanno vedere delle differenze di anatomia, mi pare che l’idea abbastanza comune sia che gli emisferi partono uguali e poi uno si lateralizza, cioè si specializza. Questo significa che anche l’altro emisfero ha soltanto ceduto, per modo di dire, si è tirato indietro in questa funzione e che però, è disponibile in modo totale fino all’età di 10-12 anni, tanto è vero che l’emisferectomie sinistre non danno disturbi del linguaggio e il bambino, il ragazzo, parla, ovviamente, con l’emisfero destro. Io direi che questa lateralizzazione non è tale da bloccare, da cancellare l’emisfero destro dalla sua partecipazione al linguaggio e quindi, per una lesione dell’emisfero sinistro, può essere richiamata una collaborazione, una vicarianza dell’emisfero destro.

Il discorso complessivo è che in fondo come era anche da ipotizzare, il linguaggio è un’attività talmente importante che è difficile pensarla localizzata soltanto in alcune zone, tutto il cervello partecipa. Quando noi esaminiamo un afasico, nel tirare le somme, dal punto di vista anche funzionale e quindi anche delle prospettive, delle prognosi di recupero, bisogna pensare anche al cervello restante. Gli stessi chirurgi che hanno fatto queste ablazioni, hanno osservato che l’ablazione delle zone classiche del linguaggio, non danno disturbi permanenti di tipo afasico, a meno che il restante cervello non fosse anche quello in cattive condizioni e allora il disturbo afasico non era temporaneo, ma rimaneva.

Un altro discorso che si fa, è che il linguaggio è una funzione che si è specializzata e ormai vive in questo clima di sua specializzazione o comunque poggia su sub-strutture, su sub-sistemi, ma il linguaggio è sempre un momento creativo, non vive in un regime suo proprio, senza più rapporti con tutta l’altra attività cerebrale. Ci sono stati parecchi movimenti che hanno cercato di capire pensando che il linguaggio fosse soltanto una specie di emergenza, di epifenomeno su una funzione globale, che fosse una funzione mediata dal cervello, ma che fosse anche una funzione addirittura biologica. Queste prospettive si sono chiarite o manifestate in varie direzioni, la prima direzione, che ancora è un’antica direzione, è quella che vede il linguaggio come la manifestazione di una struttura “spazio-temporale”, c’è questa specie di struttura di fondo che è necessaria, perché su quella si possa poggiare il linguaggio. Il linguaggio, quindi, sarebbe un ricamo molto ricco, di lusso, su una trama di fondo, su una specie di struttura funzionale di fondo. I primi che hanno parlato di questa struttura di fondosono stati Weorkoem e mi pare Grumbaum, hanno parlato di un “senso geometrico”; secondo loro nell’afasico sarebbe leso il senso geometrico, che non è la conoscenza della geometria Euclidea, è un modo di vivere in questo spazio, in questo tempo.

Più recentemente anche Ajuriaguerra e Lhermitte hanno tirato fuori questo concetto di spazio-temporalitànel linguaggio in un senso un po’ diverso, loro dicono che non c’è dubbio che tutte le nostre esperienze sono distribuite in uno spazio, le esperienze visive soprattutto. Il linguaggio tradurrebbe questa spazialità in una spazialità temporale, cioè quella che è la compresenza spaziale, diventerebbe una successione di ordine temporale, e questa sarebbe la struttura profonda responsabile del linguaggio. Sfrondando ciò, da tutto quello che è superficiale, almeno come funzione, come livello sottostante, nell’afasico ci sarebbe un disordineprofondo della capacità di mettere in sequenze temporali tutti i momenti del linguaggio, quindi il momento comprensivo, espressivo, articolatorio e tutto il resto. Tutto questo discorso rende conto abbastanza bene del fatto che il più delle volte l’afasia non è soltanto un disturbo del linguaggio in senso stretto ma è accompagnata da un’aprassia, per esempio, della mano, mimica, e da un’aprassia costruttiva, e questi sono ancora più evidenti disturbi dello spazio, sia di uno spazio somatico, sia dello spazio euclideo. Ciò spiegherebbe perché questa associazione fra l’afasia con disturbi di tipo prassico non è soltanto la sommazione di un disturbo più l’altro, ma è una manifestazione di un vasto spazio di attività, che non è soltanto la pronuncia di una parola, né la comprensione della parola, ma in cui la parola è un modo di manifestare una sotto-attività, un’attività di “sfondo” che è quella che la sostiene.

Nella stessa direzione si son mossi, su basi un poco più elaborate, Gelb, Goldestein e Konrad, che sono i gestaltisti del linguaggio; secondo loro il linguaggio è una manifestazione di un’attività, che è quella tipica di ogni nostra attività, che loro chiamano dialettica figura-sfondo, adottando questo termine da Lewin: ogni contenutoche ha una sua configurazione, non è fondato sul nulla, ma è sempre fondato su uno sfondo, su qualcosa da cui nasce e che continua ad ambientarlo, per cui nessuno stimolo è così, nel vuoto. La stessa parola, sia come gesto, sia come fatto comprensivo, quindi come fatto percettivo,è sempre fondato su una premessa che la prepara ed è chiaro che tanto è significativo il fatto motorio, gesticolatorio e quello percettivo, quanto è fondato su uno “sfondo”.  Il gesto, sia comprensivo che espressivo, ha una sua preparazione, questo richiamare il gesto in funzione di un momento di approntamento, di preparazione, coincide stranamente, ma forse anche inevitabilmente, con tutta la concezione moderna del movimento. Dal punto di vista elettrofisiologico, soprattutto dal punto di vista dell’elettroencefalogramma, oggi sono ammessi questi famosi potenziali negativi di approntamento, l’onda di aspettazione di Greywalter, e si è visto che prima di ogni movimento, ci sono ampie zone cerebrali che partecipano a questa onda, soprattutto le zone frontali, le temporali e le parietali e non solo da un lato. Se io faccio un movimento con la mano destra, non solo registro l’onda dell’emisfero sinistro, ma la registro anche sull’emisfero destro. Questo sfondo, da cui parte il movimento, oggi viene preso in discussione, prima si pensava che il movimento sorgesse così, per un ordine psichico del tutto astratto, invece si è visto che non c’è ordine psichico che non poggi, non si basi, su quello che è l’organismo, su quella che è l’economia e la gestione di un organismo.

Qui, secondo me, visto che la parola non è un fatto isolato, estremamente elettivo, ma è un modo con cui tutto l’organismo si manifesta, si inserisce il momento fenomenologico, nel senso che l’individuo non è un fatto emergente isolato. Nessuno di noi è solo, ma è sempre in funzionale compagnia con l’altro, è sempre un atto di presenza e se si vuole accettare la versione fenomenologica, la nostra presenza, il nostro declinarci esistenti, è quello che facciamo tutti i giorni, direi che proprio tutta l’attività neurologica o meglio psico-neurologica, è tutto un modo con cui ci dichiariamo o ci riteniamo esistenti.

Come “sfondo” degli atti neurologici o psico-neurologici c’è certamente tutto l’organismo, come diceva Buytendyk, questa mediazione di tutto il corpo, che non è corpo anatomico,  ma un corpo che realizza un momento di presenza, è una presenza a qualcosa, se io fossi solo non sarei presente a nessuno. Dal momento che sono presente c’è inevitabilmente una compresenza, cioè qualcuno al quale io sono presente; questo qualcuno può essere in senso più vasto il mondo, naturalmente, o può essere una persona. Qui recuperiamo il contributo dell’informatica, l’informatica studia il valore informatico del messaggio, recupera il gesto verbale, lo tira fuori dall’atmosfera puramente neurologica e lo fa un “atto di presenza”, un “atto di comunicazione”. Se noi dobbiamo fare un’analisi dell’atto di presenza vediamo che la presenza è fra due attori, allora viene fuori tutto il discorso del produttore e del fruitore del messaggio, viene fuori il discorso che fanno oggi i cognitivisti, quando dentro lo schema del momento cognitivo del linguaggio ci mettono che, non solo io debbo essere chiaro su quello che voglio dire ma, addirittura, per parlare sapere come la pensa l’altro. In concreto, direi che la realtà è questa, però ciò esorbita dall’area del linguaggio, perché se questa è una delle dimensioni del linguaggio, allora dobbiamo ammettere che il malato di mente è un afasico ed anche il ragazzo che non ha fatto bene il compito di italiano è un afasico; la compartecipazione dell’altro va vista allora in senso fenomenologico, cioè va vista quella che è la “riduzione” di tipo husserliana.

In questa presenza dell’altro,io devo sfrondare tutto quello che è contingente, quindi quando io debbo analizzare la parola, non solo come fatto neurologico, non solo come fatto neuropsicologico, ma come messaggio, quindi come rapporto con l’altro, lo studio non deve lasciarsi deviare dal contenutodel messaggio. Il contenutonon ha nessuna importanza, perché qualsiasi contenuto io comunico, quello che conta è il momento della comunicazione; non è che la comunicazioneè vera se io comunico un fatto vero o è falsa se io comunico una bugia. Il concetto della riduzione eideticaè cogliere la “cosa in sé”, tutto loschemadell’impostazione fenomenologica,non la descrizione del fenomeno, ma la descrizione del fenomeno alla suaessenzialità.Ora l’essenzialità della comunicazione è certamente la compresenza dell’interlocutore, è vero che l’uomo è l’unico animale che può mettersi di fronte a sé stesso, per cui si può dire che io posso parlare con me stesso, cioè io mi sdoppio e divento nello stesso momento produttore e fruitore del messaggio, questo è ancora unmessaggio. Ciò chiama in causa il vecchio problema non ancora risolto, del rapporto fra pensiero e parola, per alcuni non c’è pensiero senza parola, in quanto noi non potremmo pensare se non traducendo in linguaggio, seppure interiore, il nostro pensiero; la scuola di Woodsford invece, ammetteva un pensiero senza parola, la questione credo sia ancora insoluta. Secondo l’atteggiamento fenomenologico,direi che forse il pensiero senza parola è un po’ troppo astratto e come noi partecipiamo alla parola, partecipiamo anche al pensiero. La vecchia posizione di Merleau Ponty, che metteva in discussione la parola senza il soggetto che parlava, o un soggetto che non aveva la parola, si può ripetere per il pensiero; se fosse vero un pensiero senza parola, ricadremmo nell’obiezione di un pensiero senza soggetto e di un soggetto senza pensiero, e questo è inaccettabile. Il vantaggio della versione fenomenologica,è che elimina il discorso della datità del fatto e lo riporta sulla fattualità. Il dato, cioè il contenuto dell’esperienza percettiva, di pensiero emotivo-sentimentale, è sempre l’esperienza di un fatto; il dato non può essere visto in sé e per sé, non può essere sciolto dalla fattualità che lo crea.

Nell’analisi della parola, che è l’esempio più tipico di questo dilemma, quando uno si trova davanti ad un contenuto verbale, quando si trova a discutere sul rapporto tra significante e significato, vede che si è concluso rapidamente, direi ingenuamente, cioè che il significante è un nostro gesto, al quale poi una certa abitudine, una certa socialità, dava un valore convenzionale. Il valore non era nostro, ma noi lo avevamo imparato dal di fuori e potevamo con una certa facilità rimetterlo in circolazione; qui ritroviamo la vecchia obiezione che ha fatto la prima fenomenologia a quello che era l’idealismo della dialettica. Questo idealismo che poneva l’io come padrone assoluto, che prende dal mondo tutto quello che viene, lo giudica, lo imposta, lo valorizza e che poi quando parla con questi valori, finisce che parla con quello che ha fatto lui stesso, non parla con nessun altro, e diventa un solipsismo. La versione fenomenologica toglie questo solipsismo e dice, che comunque sia, sin dall’inizio, anche prima della parola, c’è un rapporto tra il soggetto e il mondo, sfrondato da tutto ciò che è accessorio, di temporaneo e che questo rapporto ha una sua spazio-temporalità. In questo senso si possono recuperare le vecchie idee di Woerkoem e Grambaum sul senso geometrico, loro parlavano di una geometria Euclidea, cioè di uno spazio Euclideo, noi invece parliamo di uno spazio fenomenologico, parliamo dello spazio d’indicazione e poniamo il nostro discorso, come ipotesi di lavoro, su questo momento, tenendo come piattaforma di appoggio questo punto di vista.

L’interpretazione del fatto afasico allora cambia, in ogni momento del disturbo afasico dobbiamo recuperare il vecchio problema del rapporto con l’altro, ciò ci fa escludere per principio tutto quello che non è il rapporto con l’altro, che non è comunicazione.

Negli item del nostro protocollo, il “Profilo dell’afasico” abbiamo distinto fra item dialogici ed item non dialogici, la parola ripetuta non è una comunicazione, così pure la serie numerale etc., la vera comunicazione è il linguaggio spontaneo e il raccontino e questo momento costituisce un nucleo, ci permette di fare il discorso che facciamo sempre: che là dove c’è una comunicazione, seppure deteriorata e mal fatta, forse non è facile parlare di afasia. Se io faccio il terzo grado al povero afasico, questo naturalmente si sfascia, non posso dire che è afasico perché non regge a tre ore di interrogatorio, questo è il rischio. Tutti quegli schemi dei cognitivisti sono belli, però vanno, a mio giudizio, sfrondati da tutto quello che è l’aspetto post linguaggio, cioè del pensiero, del giudizio, quel che io penso, quel che pensa l’altro, questo momento giudicativo e critico non è più linguaggio, questo discorso ci riporta anche all’obiezione di prima, che allora anche un malato di mente è un afasico.

A cura di Lidia Gomato

 

 

 

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L’importanza della relazione e del dialogo per uno sviluppo ottimale del linguaggio

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I bambini sono naturalmente predisposti a sviluppare il linguaggio e, se immersi in un ambiente in cui altri umani parlano, lo apprendono velocemente senza fatica. Ma anche se parliamo proprio con la convinzione di poter accelerare lo sviluppo delle loro capacità linguistiche, il solo ascolto non basta, per raggiungere un livello di competenze ottimale. Un nuovo studio mostra come l’aspetto cruciale non sia tanto parlare ai piccoli, quanto come lo si fa, ciò che conta è il rapporto interattivo che coinvolge bambino e adulto nei cosiddetti “turni conversazionali”, cioè gli interventi comunicativi che si alternano e si modificano a vicenda, Il gruppo di ricercatori guidati da John Gabrieli, neuroscienziato del McGovern Institute for Brain Research del Mit, ha misurato per la prima volta quanto l’interazione comunicativa influisca sullo sviluppo neurofisiologico del cervello. Parlare è l’attività principale per entrare in relazione con loro, e si intreccia con la complessità sociale peculiare della nostra specie. Nello studio, apparso su Psychological Science, i ricercatori hanno reclutato 36 bimbi fra quattro e sei anni, registrando il numero di parole pronunciate e ascoltate da ognuno e il numero di turni conversazionali intercorsi con gli adulti in casa.

Come ci si aspettava, è emersa una correlazione positiva fra il numero di turni e i punteggi ottenuti dai piccoli nei test standardizzati di valutazione delle abilità linguistiche, compresi il vocabolario, la grammatica e il ragionamento verbale. I bambini sono stati poi sottoposti a una risonanza magnetica, durante la quale hanno ascoltato storie. L’analisi delle attivazioni cerebrali ha messo in luce che, proprio nei più attivi nei turni conversazionali, c’era un maggior coinvolgimento del giro frontale inferiore sinistro, corrispondente all’area di Broca, una delle principali zone del cervello alla base delle capacità verbali. Indipendentemente da altri fattori come lo status socioeconomico e il livello educativo dei genitori. <<Questo è il primo dato>>, scrivono gli autori dello studio, <<che mette direttamente in relazione l’ambiente linguistico dei bambini con lo sviluppo a livello neurale del linguaggio>>. I risultati sono stati confermati da ulteriori analisi eseguite dallo stesso gruppo sui risultati della risonanza magnetica.  Secondo il nuovo lavoro, appena pubblicato sul Journal of Neuroscience, i bambini coinvolti in maggiori turni conversazionali mostrano modificazioni funzionali e anche anatomiche. Si tratta di un potenziamento strutturale dei sistemi di fibre dell’emisfero sinistro, quello normalmente dominante per il linguaggio, che mettono in comunicazione l’area di Broca con le aree temporali e parietali critiche nell’elaborazione del linguaggio.

Ciò che è importante è il dialogo, lasciare ai bambini spazio di parola, incoraggiarli ad esprimersi.

La comunicazione umana e le sue basi innate

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All’International Congress of Infant Studies, che si è svolto lo scorso luglio a Philadelphia, la psicologa F. Simion dell’Università di Padova, ha presentato un lavoro sulla sensibilità dei bimbi di tre e sei mesi all’orientamento degli occhi: già alla nascita il neonato, messo di fronte ad un volto con gli occhi che si muovono verso destra, è in grado di volgere il suo sguardo nella stessa direzione. Questa capacità precoce di interazione con lo sguardo, è vitale per il neonato e su queste basi innate, si costruisce la nostra capacità di capire gli altri, le loro emozioni e il loro comportamento.

Già a poche ore di vita, con un cervello non completamente sviluppato, il neonato sa individuare e riconoscere facce, le distingue da stimoli visivamente simili e preferisce lo sguardo diretto. A 24 ore è più affascinato dai movimenti che simulano quelli biologici, come una camminata, rispetto a quelli meccanici, come un oggetto che rotola. Questa predisposizione per gli stimoli sociali rientra tra quei “nuclei di conoscenza” alquanto complessi in nostro possesso sin dalla nascita, frutto della storia evolutiva della nostra specie. Fa parte di tali competenze cognitive innate anche la sensibilità verso il mondo acustico. Quando i neonati aprono gli occhi, sono già equipaggiati per essere cittadini del mondo: sanno discriminare i suoni linguistici da quelli non linguistici, possono riconoscere i contrasti acustici foneticamente rilevanti di tutte le lingue del mondo. Dopo qualche mese d’ immersione, si sintonizzano con l’ambiente sonoro e linguistico nativo. Infatti, tra gli otto e i dieci mesi di vita c’è un periodo critico, in cui accade qualcosa che li rende uditori di una sola lingua, la lingua madre; questo fenomeno è chiamato “canalizzazione o sintonizzazione percettiva”. Anche i suoni prodotti dal bambino in età pre-verbale, s’ inseriscono in questo contesto e hanno intenzioni comunicative.

Lo scambio proto-verbale con gli adulti è molto importante, secondo la neuropsichiatra infantile A. Chilosi, responsabile del Laboratorio di Neurolinguistica e Neuropsicologia dello sviluppo dell’Irccs Fondazione Stella Maris di Pisa << i turni conversazionali offrono al piccolo la possibilità di fare pratica e di migliorare proprio grazie alla risposta che riceve dall’adulto, il quale aggiusta costantemente la propria mimica e il proprio linguaggio sulla base del comportamento del bambino. Si tratta di un modellamento reciproco>>. Gli studi dimostrano, che una maggior abilità nel rispondere e rilanciare della madre è associata a espressioni più sofisticate del figlio, probabilmente grazie alla maggiore motivazione, oltre che al feed-back del genitore.

 

Per pensare serve la bocca

bocca e pensiero

Jean Piaget (1896-1980) e Lev S. Vygotskij (1896-1934) sono considerati tra i teorici più influenti e determinanti per la psicologia dello sviluppo, nelle loro opere hanno indagato su gran parte dello sviluppo cognitivo e nello specifico sul rapporto tra linguaggio e la cognizione e il linguaggio con il pensiero.

Secondo la teoria genetica di Jean Piaget l’uomo è in interazione continua con l’ambiente ed i suoi scambi con la realtà vengono guidati da strutture interne non innate ma costruite nel corso dello sviluppo. E’ attraverso l’esperienza, partendo da pochi riflessi innati, che il bambino costruisce il proprio sistema cognitivo e sviluppa il linguaggio.

Il linguaggio umano consiste nel completamento dei processi cognitivi dello stadio senso-motorio, il primo stadio di sviluppo infantile. Il linguaggio è in rapporto al pensiero, e più precisamente alla funzione simbolico-rappresentativa che caratterizza il secondo anno di vita del bambino. Le prime parole costituiscono il momento di transizione dall’intelligenza senso-motoria a quella rappresentativa. Esistono due forme di linguaggio infantile, quello “egocentrico” e quello “socializzato”. Il linguaggio socializzato, secondo Piaget, si afferma progressivamente attraverso il superamento dell’egocentrismo cognitivo, consentendo al bambino di considerare punti di vista diversi dal proprio e compiere azioni mentali, esso diviene effettivamente socializzato attraverso l’azione del linguaggio.

Per Lev S. Vygotskij, diversamente da Piaget, il linguaggio “sociale” è alla base dello sviluppo psichico del bambino e non alla fine: “ la funzione iniziale del linguaggio è la funzione della comunicazione, del legame sociale, dell’azione su coloro che sono attorno, sia dalla parte degli adulti che dalla parte del bambino”( Lev S. VygotsKij, 1934). Secondo l’autore, il linguaggio non diventa sociale soltanto nel processo del suo cambiamento e sviluppo, ma è sociale sin dall’inizio.

Oggi la questione è ancora fonte di dibattito e rimane aperta a nuovi studi, molte delle ricerche attuali hanno evidenziato che non è tanto lo sviluppo cognitivo a determinare quello linguistico quanto piuttosto linguaggio e cognizione possono avere sviluppi paralleli spiegabili a partire da strutture comuni ad entrambe queste capacità.

Uno studio dell’Università la Sapienza di Roma e dell’Istituto di Scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), appena pubblicato sulla rivista di Scienze Biologiche della Royal Society, ha dimostrato che il linguaggio risente sia delle esperienze sensorio-motorie non linguistiche che delle esperienze linguistiche, comunque radicate nel senso-motorio e che aprono al sociale.

Per comprendere un concetto concreto come sedia, spiega Anna Borghi, del dipartimento di Psicologia dinamica e clinica,– occorre aver visto molte sedie, mentre per comprendere un concetto astratto come libertà, che aggrega esperienze molto diverse tra loro, occorre il contributo di altri,  all’esperienza linguistica. Quando pensiamo a concetti astratti, come “fantasia” e “libertà”,rievochiamo l’esperienza linguistica, attivando la bocca. La capacità di sviluppare e usare concetti astratti come “fantasia” e “libertà” è una tra le più sofisticate abilità di cui gli esseri umani sono dotati e li differenzia dagli altri primati.

La sperimentazione condotta su un campione di individui adulti a cui erano stati assegnati una serie di compiti. Nel misurare i tempi di reazione dei partecipanti, è stato osservato che, per i compiti nei quali la risposta doveva essere data utilizzando la bocca per premere un tasto, l’elaborazione dei concetti astratti risultava facilitata. Nelle risposte in cui era previsto l’utilizzo della mano, l’individuo risultava più veloce nel rispondere ai concetti concreti.

Questo risultato ha portato il gruppo di ricerca ad avviare un’altra sperimentazione, questa volta su un campione composto da bambini di otto anni. Misurando i tempi di risposta in un compito di categorizzazione di parole, si è osservato che i bambini che avevano fatto uso del ciuccio oltre i 3 anni, rispondevano meno velocemente ai concetti astratti rispetto ai bambini che ne avevano interrotto l’uso prima. Questo suggerisce che, limitare la mobilità oro-facciale durante l’acquisizione di competenze linguistiche e sociali, rallenta selettivamente l’elaborazione dei concetti astratti. (Anna M. Borghi A. M. , Barca L., Binkofski F., Tummolini L. , 2018 )

Lidia Gomato

Riferimenti:

Piaget J., La costruzione del reale nel bambino – La Nuova Italia 1979

Vjgoskij Lev. S., Pensiero e linguaggio – Laterza 2006, pag 57

Anna M. Borghi, Laura Barca, Ferdinand Binkofski and Luca Tummolini – Abstract concepts, language and sociality: from acquisition to inner speech. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 373, 20170134. (doi:10.1098/rstb.2017.0134)

(L’articolo si inserisce all’interno di un numero speciale, interamente dedicato ai concetti astratti e curato dagli autori)

Anna M. Borghi, Laura Barca, Ferdinand Binkofski and Luca Tummolini – Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Science Varieties of abstract concepts: development, use, and representation in the brain  – numero speciale (2018)

 

 

 

 

Il contributo di Lamberto Longhi al modello “embodied” nella riabilitazione dell’afasia Approccio antropologico – fenomenologico

foto Longhi

Nella prima metà del Novecento il filosofo francese M. Merleau-Ponty, esponente di primo piano della fenomenologia, per superare la dicotomia mente-corpo ha scelto la terza via, quella della “relazione” tra il corpo e il mondo. Il corpo è il punto di inizio del nostro stare al mondo e attraverso di esso acquisiamo esperienza,  noi siamo nella misura in cui ci relazioniamo al mondo. Non c’è niente che possa essere fatto, detto, pensato, espresso, che possa istituire una relazione a prescindere dal nostro corpoaprirsi al mondo partendo dal corpo significa guardarlo da una prospettiva ‘situata’ in uno spazio e in un tempo.

La principale novità teorica introdotta da Merleau-Ponty e quella di fare del corpo, e non della coscienza, il riferimento principale dell’intenzionalità. Il riferimento dell’intenzionalità al “mondo della vita” (Lebenswelt) può essere considerato la seconda novità importante introdotta dal filosofo. Merleau-Ponty cerca di dare rilievo a questo aspetto interpretando quest’ultimo concetto sia come una “struttura”, che non va intesa come un’astrazione, sia come una “forma” nel senso della Gestaltpsychologie (M. Merleau-Ponty, 1945, trad. 1965) (1). In questo ambito viene data un’importanza fondamentale al movimento inteso come motilità preriflessiva e viene perciò usato il termine “intenzionalità motoria” o “intenzionalità operante”, questo tipo di intenzionalità è sempre diretta verso “qualcosa” e traduce uno degli aspetti definitori dell’intenzionalità stessa: la direzionalità. L’intenzionalità diventa così, una funzione conoscitiva preriflessiva, pratica e precede la conoscenza intellettuale vera e propria.

Merleau-Ponty rompe la tradizionale concezione della coscienza con cui l’accademismo precedente aveva costruito un’immagine dell’uomo fatta di solo pensiero; egli vuol mostrare che la soggettività umana è incarnata sulle basi biologiche della natura umana, una situazione aperta all’intersoggettività che si è stabilita storicamente. L’organismo biologico è molto di più che la somma delle sue parti, secondo una riorganizzazione complessiva che porta ad abbandonare la separazione materia e pensiero. Si deve reintegrare alle nostre riflessioni l’esistenza corporea, vincolando il pensiero alla percezione che sono indivisi perché si fondano solo vivendo, facendo esperienza (De Vecchi F., 2012) (2).

Sviluppare un’analisi fenomenologica significa dispiegare un’analisi intenzionale, che mette in luce << le differenze di struttura tra il tipo di rapporto intenzionale che col mondo intrattiene l’organismo e quello che con esso intrattengono, invece, gli esseri umani. Per questo, nell’avviare la discussione della differenza antropologica, la fenomenologica analizza, in primo luogo, le strutture intenzionali, o meglio: la correlazione intenzionale e il tipo di mondo che si manifesta in essa. Infatti, a caratterizzare l’organismo è la “povertà di mondo”, dunque un certo tipo di rapporto intenzionale con il mondo che manca interamente nel caso della macchina>> (Costa V., 2010 ) (3).

La fenomenologia scuote dalle fondamenta il modello tradizionale di apprendimento e rimanda ad un tipo di conoscenza pratica del corpo in relazione ai suoi compiti, che Merleau-Ponty definisce con il termine “praktonosia”, e introduce un atteggiamento nuovo nel rapporto di “cura” terapeuta-malato.

La prospettiva fenomenologica in Italia non ha avuto nel passato molto successo, contrariamente a quanto è avvenuto all’estero, e si è sviluppata prevalentemente in ambito psicopatologico (Rossi M., Cangiotti F. , 2012) (4).

L. Longhi è stato uno tra i fenomenologi italiani di prima generazione, insieme a D.Cargnello, A.Ballerini, E. Borgna, B. Callieri, L.Calvi ed altri, a loro si deve il ribaltamento della vecchia psichiatria e l’affermarsi di una più moderna concezione dell’esperienza psicopatologica.

Il merito del Prof. Lamberto Longhi, allievo di Ugo Cerletti, è stato quello di estendere l’approccio fenomenologico dall’ambito psichiatrico a quello neuropsicopatologico e soprattutto alla neuroriabilitazione.

I vissuti neuropsicopatologici, nella prospettiva fenomenologica longhiana, sono viste come modalità diverse di “essere-nel-mondo”, non più considerate come aggregazioni sintomatologiche prive di senso, ma come alterazioni del gesto o comportamento finalizzato, cioè capace di intenzionare un oggetto o un tema nella relazione con il mondo e con gli altri.

Longhi ha studiato a fondo l’esperienza percettiva nei malati con cerebrolesione acquisita, e ha cercato di impostare una semeiotica psiconeurologica “indiretta” in grado di cogliere il significato costante sotteso ad ogni atto per semplice o complicato che esso sia; la spazialità, la temporalità e la causalità fenomenologica dello stesso.  Egli scrive: “La psicologia fenomenologica è in grado di portare avanti un’ indagine , anche nei suoi aspetti clinici, sui caratteri essenziali del fatto percettivo, nei quali, forse è più facile cogliere immediatamente gli aspetti e le dimensioni autentiche dell’operazione percettiva, non più in un universale raggiunto induttivamente, partendo dal dato empirico, ma da un universale antropologico colto intuitivamente. Il nostro compito è quindi quello di determinare i suddetti caratteri essenziali del fatto percettivo, di impostare la corrispondente semeiologia e fin, dove ci sarà possibile, la fisiopatologia.” (Longhi L., 1969, p. 122-123) (5)

Un primo passo metodologico, per l’impostazione di tale semeiologia è stato quello di “mettere in parentesi” (“epoché” di Husserl) tutta la semeiotica della motilità che classifica il movimento corporeo come uno spostamento di un oggetto attraverso uno spazio e un tempo fisici. Un secondo passo è stato quello di ricercare le strutture senso-motorie attraverso le quali si giunge al comportamento astratto o oggettivo. Sulla traccia del neurologo e psichiatra F.J.J Buytendijk, Longhi ha distinto tre classi di modalità di sviluppo del movimento o gesto, ed ha ipotizzato:

  1. una senso-motricità con le caratteristiche proprie della corporeità
  2. una senso-motricità con le caratteristiche di un volgersi-verso l’ambiente
  3. una senso-motricità con le caratteristiche strutturali di una creatività gestuale

(Longhi L. 1969, Longhi L., Gomato L.,2004, 2005) (5-6-7) poi, per ogni classe, ha specificato le modalità motorie, sensitive e spazio temporali del gesto fino ad comprendere le strutture più complesse ed astratte, come il linguaggio.

E’ interessante notare come alcune recenti ricerche dell’Embodied Cognition, hanno evidenziato che:” il linguaggio risente sia delle esperienze sensorio-motorie non linguistiche che delle esperienze linguistiche, comunque radicate nel senso-motorio e che aprono al sociale (cit. Caruana F., Borghi A., 2014) (9).

Lo studio fenomenologico delle alterazioni del linguaggio, inteso come comportamento o gesto comunicativo verbale e non verbale, è stato un altro punto centrale delle ricerche neuropsicologiche di L. Longhi e collaboratori. Tali studi hanno portato ad una nuova classificazione semeiologica dell’afasia, in grado di cogliere nel malato afasico i momenti di sviluppo ancora possibili del gesto mimico, prassico, iconografico e verbale tramite il protocollo di valutazione qualitativail “Profilo dell’Afasico” (Longhi L., Gomato L., et all. 1981, Longhi L. 1985, Gomato L., 2013) (10-11-12)

E’ importante sottolineare che una riabilitazione “qualitativa” non è possibile, se non si mette in pratica una ricerca di qualità, ciò significa accogliere la “visione del mondo” del malato, <<la prospettiva del senso o del significato che alle cose l’individuo dà, intenzionalmente e consapevolmente o no>> (Sasso, L., Bagnasco, A., Ghirotto L., 2015) (13).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

  1. Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione –Editore Bompiani, 2009
  2. De Vecchi F., Ontologia sociale e intenzionalità: quattro tesi– Rivista di Estetica, 2012 http://estetica.revues.org/1707
  3. Costa V., Fenomenologia dell’intersoggettività. Empatia, socialità, cultura – Carrocci, 2010
  4. Rossi M., Cangiotti F., Maestri senza cattedra. Psicopatologia fenomenologica e mondo accademico, Antigone Edizioni, 2012
  5. Longhi L., Introduzione a una neurologia fenomenologica – Società Editrice Universo, Roma,1969, p.122-123
  6. Gomato L., Un contributo al metodo in Riabilitazione– Rivista Sistema Nervoso e Riabilitazione, vol. VII – n° 3, 2004
  7. Gomato L., Approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione dell’emiplegico – Rivista Sistema nervoso e Riabilitazione, vol. VIII, n°2, 2005
  8. Longhi L., Gomato L, Pisarri F.M,La Neuroriabilitazione: approccio neuropsicologico e versione antropologica-Riabilitazione e Apprendimento, Liviana Editrice, Anno 10, n°2, 1990
  9. Caruana F.,Borghi A., Embodied Cognition: una nuova psicologia, Researchegate 2013 https://www.researchgate.net/publication/256301776_Embodied_Cognition_una_nuova_psicologia
  1. Longhi L., Gomato L., Manzetti O., Pimpinella K., Pigazzi L., La parola come gesto: la sua spazialità,Neuroriabilitazione dell’Emiplegico. Aspetti Teorici e Pratici. 1981
  2. Longhi L.,Afasia– Trattato di Neurologia Riabilitativa M.M. Formica – Editore Marrapese 1985
  3. Gomato L., L’Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico– Rivista di Neuroscienze, Psicologia e Scienze cognitive, 2013 https://www.neuroscienze.net/lafasia-come-alterazione-del-gesto-verbale-valutazione-e-riabilitazione/
  4. Sasso L., Bagnasco A., Ghirotto L., La ricerca qualitativa. Una risorsa per i professionisti della salute– Edra 2015

Perché lo studio del gesto ancora fatica a guadagnarsi un posto di rilievo negli studi sul linguaggio?

Comunicazione gestuale

La psicologia del Novecento è stata dominata dalla distinzione tra comunicazione verbale e comunicazione non verbale. Secondo questa distinzione, solo la comunicazione verbale può esprimere il contenuto vero e proprio del messaggio, mentre la comunicazione non verbale si limita a veicolare informazioni di relazione, cioè stati d’animo, emozioni, dinamiche di ruolo tra i partecipanti. La prima era considerata intenzionale e sotto il controllo del parlante, mentre la seconda era vista come inconscia, automatica e, per di più, in comune con gli altri primati. Questa distinzione, purtroppo, è ancora profondamente radicata anche in molti ambienti universitari, dove ancora si insegna agli studenti che tutto ciò che non è verbale deve essere definito ‘paralinguistico’, in quanto è considerato come qualcosa che si accompagna al parlato ma che non possiamo considerare linguaggio a pieno titolo.

Le evidenze sperimentali e le osservazioni naturalistiche degli ultimi decenni hanno dimostrato ampiamente che il gesto non è soltanto un precursore della parola che scompare all’arrivo di questa, ma che gesti e parole si sviluppano in un unico processo di­namico, in cui la relazione tra i due si evolve di tappa in tappa, e che ha il suo culmine nel complesso sistema multimodale tipico degli adulti.

Ciò che gli esperti ci dicono è che il linguaggio umano è per sua natura multimodale e ogni suo componente deve essere considerato linguistico, non perché può stare da solo (ad esempio, se guardassimo soltanto i gesti di una persona che parla non riusciremmo a capire quasi niente), ma perché contribuisce alla creazione del significato globale del parlante.

E’ stato ampiamente dimostrato non solo che i destinatari tengono conto dell’informazione veicolata dal gesto, ma soprattutto che la presenza dei gesti migliora la comprensione di un messaggio: addirittura, spesso i destinatari sono in grado di ricordare perfettamente l’informazione presente nel gesto, ma non ricordano in quale modalità è stata loro presentata. Questi risultati sono stati confermati anche da studi neuroscientifici; sembra, infatti, che il cervello processi l’informazione proveniente dai gesti attraverso gli stessi meccanismi con cui processa il parlato.

Già negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, gli studi antropologici degli scienziati A. Leroi-Gourhan (1977) e A. Kendon (2004) avevano messo in evidenza come i gesti hanno a che fare con qualcosa d’arcaico che c’è in noi, qualcosa che l’evoluzione non ha cancellato, ma ha provveduto a mantenere. Studiando la lingua dei segni degli aborigeni australiani e dei gesti delle mani dei napoletani, A. Kendon è stato il primo a sviluppare l’analisi cinetica del gesto e a creare la terminologia sulla gestualità oggi in uso.

Anche il libro “Dalla mano alla bocca” (2009) scritto dallo scienziato cognitivista M.C. Corballis, un testo senza dubbio originale, non ha destato negli studiosi molto interesse, è stato criticato ed è già sparito dalle librerie. lo avevo segnalato come testo d’esame agli studenti logopedisti del mio corso, presso l’Università Sapienza di Roma, e quest’anno l’ho dovuto sostituire all’ultimo momento con una dispensina, ma c’è una bella differenza tra studiare quattro o cinque pagine di appunti o un libro (in questa ed altre occasioni ho potuto constatare quanto sia difficile, per una serie di fattori, poter uscire da una cultura un po’ troppo omologata).

Per concludere, ripropongo insieme ad E. Campisi autrice del libro “Che cos’è la gestualità?” (2018), la seguente domanda: ”Perché, ancora oggi, negli studi sul linguaggio si riscontra un così scarso interesse verso il gesto? Dal momento che:

–      dove c’è comunicazione c’è gesto

–       prima di imparare a parlare, impariamo a fare gesti

–      non esiste cultura o lingua che, accanto al vocabolario, non abbia un repertorio gestuale altrettanto efficace nell’espressione dei significati più complessi?

Lidia Gomato

 

Riferimenti bibliografici:

Campisi E., Che cos’è la gestualità, Carocci Editore, 2018

Corballis M.C., Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, Cortina Editore, 2009

 Kendon A., Gesture: Visible Action as Utterance, Cambridge University Press, 2004

Leroi- Gourhan A., Il gesto e la parola, Einaudi Paperbacks, 1977

 

 

 

 

 

 

 

L’uomo per evolversi ha dovuto mettere “i piedi a terra”

Senza titolo

L’idea dominante in antropologia, è che il cambiamento nella morfologia del cranio dipenda solo dall’encefalizzazione, cioè l’aumento della massa cerebrale, riconoscendo così una supremazia della mente sul corpo. Da un tale punto di vista, la trasformazione della mandibola nel nostro percorso evolutivo, è avvenuta lentamente ed è dovuta alla trasformazione delle abitudini alimentari e culturali: l’uso della tecnologia e del fuoco ha depotenziato la mandibola, non più necessaria per masticare cibo crudo e duro, e per mostrare i grandi canini minacciosi ai rivali.

Uno studio italiano, pubblicato il 9/05/2018 su Nature Scientific Report, svolto da un team di ricercatori delle Università di Napoli Federico II, Roma Sapienza e Firenze, guidati dal Prof. Pasquale Raia, ha dimostrato che nella nostra evoluzione, contrariamente all’idea dominante, lo stravolgimento dell’assetto della mandibola è stato una risposta legata all’acquisizione del bipedismo. Se questa non si fosse ridotta infatti, non saremmo mai riusciti a scendere dagli alberi e a camminare eretti.

I ricercatori hanno analizzato i tassi di evoluzione delle mandibole di tutti i primati fossili e viventi e hanno scoperto che la mandibola dell’uomo si è modificata molto velocemente e che il cambiamento era già in corso con la specie Australopithecus.

Già negli anni ’60, il famoso antropologo André Leroi-Gouhan, nel suo libro “Il gesto e la parola” (1977), aveva ipotizzato che la stazione eretta avesse innescato le modifiche nella struttura del cranio; tale ipotesi però, non era stata allora confermata da prove sufficienti.

Altri ricercatori, inoltre, come il neuroscienziato e psicologo Michael Corballis e il linguista Philip Lieberman,vedono nel  bipedismo il fattore fondamentale per l’evoluzione del linguaggio umano. Questo avrebbe provocato una riorganizzazione neurale dei gangli basali del cervello, con effetti profondi sulla capacità di apprendimento.

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

https://www.nature.com/articles/s41598-018-25309-8

Leroi-Gourhan A., Il gesto e la parola– Einaudi 1977

Corballis M., Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio– Raffaello Cortina Editore 2009

 

 

 

 

 

 

Dall’antropologia medica un approccio critico ai concetti di malattia di Alzheimer e Mild Cognitive Impairment o “deterioramento cognitivo lieve”

Antropologia dell'Alzheimer

La storia del Mild Cognitive Impairment o“deterioramento cognitivo lieve” si inscrive nella più lunga storia del concetto di malattia di Alzheimer come tassello ulteriore di una riflessione ormai più che centenaria sul declino cognitivo che si verifica in età avanzata, in cui nozioni e concezioni di senilità, demenza, normalità ed invecchiamento sono state oggetto di pratiche di riconfigurazione capaci di influenzare l’esperienza delle persone, di produrre modi di pensare l’anziano e l’anzianità.

L’etichetta malattia di Alzheimer è diventata un paradigma per pensare il disturbo di memoria in età avanzata molto potente, ma anche carico di stereotipi ed intriso di significati terrifici veicolati dai messaggi della biomedicina, che la descrivono come sequela di “perdi-te”: dalla memoria ad altre funzioni cognitive, dalla capacità di autogestione al controllo su di sé. È una patologia vissuta come promessa di annullamento della persona e del sé.

La storia concettuale della malattia di Alzheimer mobilita un approccio critico verso il contenuto dei termini tecnici biomedici, la loro genesi, il loro sviluppo e si configura come un’ occasione per fondare, attraverso i filtri esplicativi ed interpretativi dell’ “antropologia medica”, un ripensamento delle categorie biomediche: proprio perché la storia della malattia d’Alzheimer è anche la storia di una riflessione sul rapporto controverso fra il quadro patologico così designato e l’ invecchiamento normale o naturale.

Il Mild Cognitive Impairment copre la transizione fra l’invecchiamento normale ed una demenza molto precoce, individuando i soggetti destinati a svilupparla in una fase anticipata del declino, tuttavia, la distinzione tra lo stato che il Mild Cognitive Impairment dovrebbe identificare e l’invecchiamento normale è molto labile (PETERSEN R. C. 2004).  Per questi motivi, l’esplorazione delle pratiche diagnostiche correnti del deterioramento cognitivo è molto importante perché quelle ambiguità definitorie tornano, più o meno occultate nella routinarietà di prassi consolidate e nella standardizzazione delle procedure, attraverso i meccanismi che orientano il giudizio clinico e l’emanazione di una diagnosi, e possono agire sia sotto forma di presupposti impliciti soggettivi che poi producono delle scelte.

 Siccome la biomedicina attualmente non dispone di risorse farmacologiche per contrastare il Mild Cognitive Impairment, come non ha strumenti terapeutici efficaci contro l’evoluzione a carattere progressivo e degenerativo della malattia di Alzheimer, intorno alla validità della diagnosi precoce del declino cognitivo si incardinano visioni e percezioni diversificate all’interno della stessa cultura epistemica biomedica: alcuni studi condotti con medici di medicina generale hanno rilevato che, fra di loro, la tendenza alla diagnosi precoce è scoraggiata dal fatto che imporre al paziente un’etichetta nosologica carica di stereotipi e fonte di stigmatizzazione in assenza di terapie efficaci, ritengono, non farebbe che allungare il periodo di malattia senza apportate reali benefici al “malato” (cfr. HANSEN E. C. et al. 2008).

Riferimenti bibliografici:

PASQUARELLI E. (2018) Antropologia dell’Alzheimer. Neurologia e politiche della normalità. Alpes Italia, 2018

PASQUARELLI E. (2011) Dalla malattia di Alzheimer al Mild Cognitive Impairment: il declino cognitivo fra etnoantropologia, storia e pratiche biomedicheUnpublished doctoral dissertation. Università Sapienza di Roma, Italia.

PETERSEN Ronald C. (2004), Mild cognitive impairment as a diagnostic entity, in “Journal of Internal Medicine”, vol. 256, n. 3, pp. 183-194.

HANSEN Emily C. – HUGHES Clarissa – ROUTLEY Georgina – ROBINSON Andrew L. (2008), General practitioners‟ experiences and understandings of diagnosing dementia: Factors impacting on early diagnosis, in “Social Science & Medicine”, vol. 67, n. 11, pp. 1776-1783.

 

 

Il metodo fenomenologico-antropologico, una risorsa nello studio dei protocolli qualitativi per la riabilitazione neuropsicologica

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La fenomenologia è un metodo per comprendere la significatività dell’esperienza vissuta, non vuole spiegare, la descrive a partire dalla fedeltà al fenomeno e l’intersoggettività. <<La fenomenologia husserliana cerca nell’esperienza umana come fenomeno le caratteristiche invarianti, sottolineando in questo modo il valore intersoggettivo delle percezioni. E’ questo il realismo fenomenologico: un realismo intersoggettivo, basato sulla fedeltà al fenomeno, frutto della condivisione dei punti di vista. La realtà secondo Husserl, quindi, non è mai solamente nella mente dell’individuo ma è dentro a un processo condiviso, non solitario, di significazione>> (Ghirotto L.,2016)

Sviluppare un’analisi fenomenologica-antropologica significa dispiegare un’analisi intenzionale, che mette in luce << le differenze di struttura tra il tipo di rapporto intenzionale che col mondo intrattiene l’organismo e quello che con esso intrattengono, invece, gli esseri umani. Per questo, nell’avviare la discussione della differenza antropologica,la fenomenologica analizza, in primo luogo, le strutture intenzionali, o meglio: la correlazione intenzionale e il tipo di mondo che si manifesta in essa. Infatti, a caratterizzare l’organismo è la “povertà di mondo”, dunque un certo tipo di rapporto intenzionale con il mondo che manca interamente nel caso della macchina>>(Costa V., 2010 ).

L’antropologia-fenomenologica (o fenomenologia obbiettiva) intende accedere direttamente ai fenomeni neuropsicopatologici considerandoli nella loro immediatezza semantica,ricercando in essi una articolazione di senso.

L’ indagine fenomenologico-antropologica è interessata alla storia della vita del malato (alla Lebenswelt), non alla sola storia clinicaLe esperienze neuro-psico-patologiche sono viste come modalità diverse di “essere-nel-mondo”, non più considerate come aggregazioni sintomatologiche prive di senso, ma come alterazioni del gesto o comportamento finalizzato, cioè capace di intenzionare un oggetto o un tema nella relazione con il mondo e con gli altri.

L’indagine fenomenologico-antropologica nell’ambito della riabilitazione neuropsicologica ha come scopo di comprendere “chi-è” il malato nel mondo-della-vita (Lebenswelt), analizzando e cercando di dare una sistemazione teorica al problema complesso di come egli riesce ad ambientare le proprie possibilità senso-motorie, di qual’è e com’è lo spazio per il movimento che il malato vive prospetticamente (Longhi L., Gomato L, Pisarri F., 1990).

Solo nel contesto di una indagine fenomenologico-antropologica ciò che separa il “nostro” mondo dal mondo della realtà neuropsicopatologica si fa scientificamente comprensibile e scientificamente modificabile. La comprensione della spazialità abitabile o agibile dal gesto nei malati cerebrolesi, è in grado di indicare i modi concreti dell’agire terapeutico.

L’ alterazione del vissuto spazio-temporale è un elemento fenomenologico e neuropsicopatologico che deve essere riconosciuto nella sua articolata dimensione nei protocolli qualitativi per una prassi riabilitativa adeguata. Non si può parlare di  riabilitazione “qualitativa”, se non simette in pratica una ricerca di qualità, ciò significa accogliere la “visione del mondo” del malato, <<la prospettiva del senso o del significato che alle cose l’individuo dà, intenzionalmente e consapevolmente o no>> (Ghirotto L., 2016).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

Costa V. La questione dell’antropologia nell’analisi fenomenologica –Etica & Politica / Ethics & Politics, XII, 2010, 2, pp. 137-163

Ghirotto L., Il metodo di ricerca e la pedagogia fenomenologica. Riflessioni a partire da Piero Bertolini –  Encyclopaideia XX (45), 82-95, 2016, ISSN 1590-492X

 Longhi L.,Gomato L.,Pisarri F.M., La neuroriabilitazione. Approccio neuropsicologico e versione antropologica – Riabilitazione e apprendimento, Anno 10, n°1, 1990 – Liviana editrice

 

Quale esperienza il malato emiplegico ha del proprio corpo? Verso un approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione neurologica e neuropsicologica

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L’esperienza clinica e riabilitativa con gli emiplegici e la posizione di pensiero fenomenologica portano alla problematica del “chi-è” l’emiplegico; vale a dire non nella sua apparenza emiplegica, bensì nel suo “porsi” emiplegico nel Mondo.

Longhi e coll. (1981) hanno osservato su circa 250 emiplegici dell’ Ospedale S. G. Battista la presenza di una buona percentuale (circa 18%) di sindromi emiplegiche nelle quali accanto alle paralisi di moto volontario della muscolatura appendicolare, vi era un interessamento della muscolatura assiale caratterizzato da un netto ipotono antigravitativo, con ipotono propriocettivo, sinergico e di sostegno cinetico (<ereismatische Motorik di R. Hess), con scarso o nessun aumento dei riflessi propriocettivi e con frequente assenza del riflessi di Babinski.

Dal momento che in tale sindrome gli AA hanno trovato, con una netta frequenza, anche quei disturbi che H. Hecaen e J. Ajuriaguerra hanno indicato come “disturbi di dimezzamento corporeo”, cioè: emisomatognosia, sentimento d’assenza di un’emicorpo (che può essere anche un sentimento di non-appartenenza), l’anosognosia, la alloestesia, l’agnosia spaziale unilaterale, hanno pensato di raccogliere in un’unica “sindrome di dimezzamento”, un assieme di sintomi caratterizzabili fisiopatologicamente secondo una prospettiva fenomenologica … [1981; p. 234]. Longhi e coll. hanno ipotizzato nel quadro emiplegico, nel quale una metà somatica appare esclusa dal punto di vista della motilità volontaria, di quella tonica e tonica cinetica, anche un disturbo dell’esperienza spontanea dei segmenti del proprio corpo ( o somatoestesia).

Quell’esperienza che, K. Conrad (1933), nella sua versione gestaltica, ritiene come l’ <<espressione di un processo globale>>, per cui <<la divisione in parti tattili, ottiche ecc. dei dati della coscienza esplicita del nostro corpo è secondaria. […] Se noi possiamo separare certe parti del corpo, come la mano, il modo ottico, tattile e cinestesico, tuttavia la coscienza del corpo non si costituisce grazie a questi atti isolati; essa è del tutto anteriore a tali atti>> (cit. 1981, p. 226)

Alla versione gestaltica di K. Conrad di un “campo” somatico sul quale possono iscriversi le “figure” percettive ottiche, tattili e cinestesiche, Merleau-Ponty (1945) propone una versione antropologica in cui: <<Il corpo è veicolo dell’essere al mondo, ed avere un corpo significa, per il vivente potersi unire all’ambiente, confondersi con gli oggetti in un impegno continuo>>. Si tratta di due esperienze quella di un corpo abituale e quella di un corpo attuale>> e si deve pensare alla necessità “che il mio corpo sia colto non solo nell’esperienza istantanea, singolare, piena; ma anche sotto un aspetto di generalità….>>

Una tale prospettiva di due esperienze del corpo nell’ipotesi Longhi e coll.,sembra poter unire le varie sindromi di dimezzamento dell’esperienza somatognosica fondate su una comune impressione di “negligenza”, da parte del soggetto, non soltanto riguardo all’emisoma ma anche all’emispazio nel quale la gestualità e la percettività dello stesso si compiono. E’ allora possibile comprendere quei sentimenti di <assenza> o di <non appartenenza> di un emisoma ed il fatto che nella sindrome di eminattenzione questa può interessare contemporaneamente il tatto, la vista, l’udito. <<Anche il fenomeno dell’”estinzione sensitiva” ci dice che il problema non può essere quello di una lesione delle strutture neuroniche che sottendono l’elaborazione degli inputs sensitivi, fino al perceptum; ma piuttosto quello della presenza funzionale, di una variabile “capacità di attenzione” ai modi somatici: siano essi motori, sensitivo-sensoriali o simbolici >> (1981, p.226).

Longhi e coll. (1981) hanno formulato l’ipotesi di una “esperienza”, di un “vissuto” centrale sul quale sembrano incardinarsi tutte le modalità che manifestano la nostra attività neurologica e neuropsicologica. <<Quel “vissuto” centrale che V.E. Gebsattel (1954) ha indicato come l’”ambito di una fisionomia generale sopraindividuale” (1981; cit. p. 227). <Vissuto> centrale al quale è forse riferibile il concetto di “funzione sopramodale” che ricorre spesso nell’ analisi, ad esempio, dei disturbi dell’orientamento spaziale.

La domanda del “chi-è” l’emiplegico e le possibili risposte, possono essere utili nell’ambito della neuroriabilitazione, accanto alle risposte sul “che cosa” sono le singole alterazioni neurologiche del tono, della motricità, nelle sue diverse forme della senso-percettività (Longhi e coll. 1981; p.237).

Lidia Gomato

  1. Longhi L., Cobianchi A.,Corona R., Pisarri F., Puccetti G., “ Il dimezzamento corporeo (H.Hecaen e J de Ajuriaguerra) nella prospettiva neuroriabilitativa” – in: La programmazione della esperienza post-lesionale – Atti del 12° Congresso della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitazione  1981 (a cura di Perfetti C. e Ambrosino N.)
  2. Conrad K. , (cit.1981, da:”Das Korpershema. Eine kritische Studies und der Versuch einer Revision. Ztschr. ges. Neurol. u. Psychiatr.147,346-369,1933)
  3. Gebsattel V. E. v. (cit.1981, da: “Prolegomena einer medizinischen Antropologie. Springer. Berlin, Göttingen, New York 320, 1954)
  4. Merleau Ponty M.  “Phénomenologie de la perception, Gallimard, Paris, 1945; trad. it. Fenomenologia della percezionetraduzione di Andrea Bonomi, II Saggiatore, Milano, 1965.