Lidia Gomato

Lidia

Dott.ssa Lidia Gomato

Da “Afasia Forum”intervista del 23/11/2013

Era il 1980 quando, presi per mano dal neurofenomenologo Lamberto Longhi, abbiamo cominciato a rivedere la storia dell’afasia; e’ stata una svolta importante nella mia vita perché da quel momento ho trovato un senso nel mio lavoro.
Prima dell’incontro con L.Longhi avevo passato cinque anni a tentare di inquadrare e classificare afasie, deficit linguistici e disturbi associati a non finire , ad analizzare minuziosamente frammenti sparsi di un linguaggio morto. E’ proprio vero che noi siamo innanzi tutto ciò che sentiamo e vediamo, il mio “sguardo” di allora era così limitato da farmi sentire ingabbiata in un mondo arido, un mondo senza l’”altro”. Tutto il lavoro di L.Longhi mirava a farci contattare i vissuti, le esperienze dei malati, a spingere il nostro “sguardo” oltre le apparenze. Pian piano le nostre menti riuscivano a liberarsi dalle teorie apprese e dalla tentazione di formulare giudizi, iniziavamo a toccare, a vedere la fragilità umana: chi è l’uomo e cos’è il suo mondo? Il risultato di un lungo processo di costruzione del sé e del reale, di un’organizzazione che trova fondamento nel nostro corpo, un corpo vivo che si muove nell’ambiente e percepisce. La lesione cerebrale manda in frantumi ciò che siamo e ciò che ci circonda, ma la natura provvede ad una ri-organizzazione delle nostre funzioni, altrimenti non potremmo continuare a vivere.
Se vogliamo aiutare le persone afasiche dobbiamo stabilire con loro una “relazione”senza la quale non è possibile alcuna comunicazione, dobbiamo recuperare il linguaggio che parla di noi, delle nostre esperienze, dei nostri sentimenti e desideri.
Compito del terapeuta è cercare di comprendere quali sono le possibilità di ri-organizzazione del comportamento comunicativo, non solo verbale ma anche non verbale e poi metterle a frutto nella terapia. Lo scopo della logopedia quindi, nell’ottica antropologica-fenomenologica, non è quello di insegnare ai malati afasici a parlare, leggere e scrivere correttamente la lingua convenzionale dei “normali”, su questa via otteniamo soltanto di “sfasciarli” ulteriormente, è come se a una persona che a malapena riesce a camminare chiedessimo di eseguire perfettamente un salto in alto, ma è quello di creare situazioni in grado di facilitare  l’organizzazione di  gesti capaci di incarnare un’intenzione e uno scopo, di significare.
Tutti  noi abbiamo il bisogno di produrre un “segno”, un’”impronta” per affermare il nostro  sé, l’impronta” permette all’uomo di dire” Io ci sono”, “Io ho qualcosa da esprimere”, ho potuto constatare che se diamo alle persone afasiche questa possibilità si rimettono in moto delle capacità: i ricordi e le emozioni si risvegliano, così pure la motivazione e il piacere, non solo di parlare di sé con ogni mezzo, ma anche di ascoltare gli altri e i loro diversi punti di vista, in alcuni casi ho visto una maggiore attenzione nella cura della propria persona ed i famigliari  ci hanno confermato che ciò accadeva in vista dei nostri appuntamenti.
La necessità di esprimersi delle persone afasiche è grande e lo spazio per farlo con il supporto di professionisti in grado di aiutarli è irrisorio; dobbiamo formare i loro care-giver e soprattutto una nuova generazione di logopedisti capaci di vedere il linguaggio da un punto di vista olistico, nella sua complessità,  che siano anche preparati alla  relazione d’aiuto.
Nella relazione io-tu, nella quale terapeuta e paziente sono sullo stesso piano, si instaura un sentimento di amicizia, di gratitudine e il rapporto si mantiene nel tempo: una telefonata  ogni tanto, un sms anche di una parola: una ragazza ad esempio, che ha recuperato quasi totalmente il suo linguaggio ed ha ricominciato a lavorare, ogni tanto si ricorda di me e mi manda un  messaggino con un saluto e una faccetta che ride, in quel messaggio c’è una domanda, io le rispondo e poi non ci sentiamo più per mesi. In questo tipo di rapporto è possibile proporre nella terapia individuale anche compiti molto impegnativi, ma lo sforzo e la percezione profonda delle proprie difficoltà sono condivise e quindi più accettabili. Nei nostri incontri di gruppo chiediamo alle persone di portare delle foto, degli oggetti per loro significativi, qualsiasi cosa può essere uno spunto per comunicare: un guardiacaccia afasico,  che ci ha insegnato l’amore per la natura, con molta fatica un giorno è riuscito a spiegarci le strategie usate dai daini per l’accoppiamento, pendevamo dalla sue labbra,  tutto il gruppo partecipava al suo racconto, alcuni addirittura gli suggerivano le parole per farlo andare avanti, la  settimana successiva è venuto puntualmente all’appuntamento e mi ha portato in regalo un corno di daino enorme; il significato di quel gesto era grande, perché lui quel corno l’aveva conservato per una vita. Di esperienze come questa ne potrei raccontare altre, ma penso di aver reso un po’ l’idea dell’approccio antropo-fenomenologico alla logopedia degli afasici  e dei possibili giovamenti che questa può avere  nella loro vita.

Lidia Gomato

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