Per pensare serve la bocca

bocca e pensiero

Jean Piaget (1896-1980) e Lev S. Vygotskij (1896-1934) sono considerati tra i teorici più influenti e determinanti per la psicologia dello sviluppo, nelle loro opere hanno indagato su gran parte dello sviluppo cognitivo e nello specifico sul rapporto tra linguaggio e la cognizione e il linguaggio con il pensiero.

Secondo la teoria genetica di Jean Piaget l’uomo è in interazione continua con l’ambiente ed i suoi scambi con la realtà vengono guidati da strutture interne non innate ma costruite nel corso dello sviluppo. E’ attraverso l’esperienza, partendo da pochi riflessi innati, che il bambino costruisce il proprio sistema cognitivo e sviluppa il linguaggio.

Il linguaggio umano consiste nel completamento dei processi cognitivi dello stadio senso-motorio, il primo stadio di sviluppo infantile. Il linguaggio è in rapporto al pensiero, e più precisamente alla funzione simbolico-rappresentativa che caratterizza il secondo anno di vita del bambino. Le prime parole costituiscono il momento di transizione dall’intelligenza senso-motoria a quella rappresentativa. Esistono due forme di linguaggio infantile, quello “egocentrico” e quello “socializzato”. Il linguaggio socializzato, secondo Piaget, si afferma progressivamente attraverso il superamento dell’egocentrismo cognitivo, consentendo al bambino di considerare punti di vista diversi dal proprio e compiere azioni mentali, esso diviene effettivamente socializzato attraverso l’azione del linguaggio.

Per Lev S. Vygotskij, diversamente da Piaget, il linguaggio “sociale” è alla base dello sviluppo psichico del bambino e non alla fine: “ la funzione iniziale del linguaggio è la funzione della comunicazione, del legame sociale, dell’azione su coloro che sono attorno, sia dalla parte degli adulti che dalla parte del bambino”( Lev S. VygotsKij, 1934). Secondo l’autore, il linguaggio non diventa sociale soltanto nel processo del suo cambiamento e sviluppo, ma è sociale sin dall’inizio.

Oggi la questione è ancora fonte di dibattito e rimane aperta a nuovi studi, molte delle ricerche attuali hanno evidenziato che non è tanto lo sviluppo cognitivo a determinare quello linguistico quanto piuttosto linguaggio e cognizione possono avere sviluppi paralleli spiegabili a partire da strutture comuni ad entrambe queste capacità.

Uno studio dell’Università la Sapienza di Roma e dell’Istituto di Scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), appena pubblicato sulla rivista di Scienze Biologiche della Royal Society, ha dimostrato che il linguaggio risente sia delle esperienze sensorio-motorie non linguistiche che delle esperienze linguistiche, comunque radicate nel senso-motorio e che aprono al sociale.

Per comprendere un concetto concreto come sedia, spiega Anna Borghi, del dipartimento di Psicologia dinamica e clinica,– occorre aver visto molte sedie, mentre per comprendere un concetto astratto come libertà, che aggrega esperienze molto diverse tra loro, occorre il contributo di altri,  all’esperienza linguistica. Quando pensiamo a concetti astratti, come “fantasia” e “libertà”,rievochiamo l’esperienza linguistica, attivando la bocca. La capacità di sviluppare e usare concetti astratti come “fantasia” e “libertà” è una tra le più sofisticate abilità di cui gli esseri umani sono dotati e li differenzia dagli altri primati.

La sperimentazione condotta su un campione di individui adulti a cui erano stati assegnati una serie di compiti. Nel misurare i tempi di reazione dei partecipanti, è stato osservato che, per i compiti nei quali la risposta doveva essere data utilizzando la bocca per premere un tasto, l’elaborazione dei concetti astratti risultava facilitata. Nelle risposte in cui era previsto l’utilizzo della mano, l’individuo risultava più veloce nel rispondere ai concetti concreti.

Questo risultato ha portato il gruppo di ricerca ad avviare un’altra sperimentazione, questa volta su un campione composto da bambini di otto anni. Misurando i tempi di risposta in un compito di categorizzazione di parole, si è osservato che i bambini che avevano fatto uso del ciuccio oltre i 3 anni, rispondevano meno velocemente ai concetti astratti rispetto ai bambini che ne avevano interrotto l’uso prima. Questo suggerisce che, limitare la mobilità oro-facciale durante l’acquisizione di competenze linguistiche e sociali, rallenta selettivamente l’elaborazione dei concetti astratti. (Anna M. Borghi A. M. , Barca L., Binkofski F., Tummolini L. , 2018 )

Lidia Gomato

Riferimenti:

Piaget J., La costruzione del reale nel bambino – La Nuova Italia 1979

Vjgoskij Lev. S., Pensiero e linguaggio – Laterza 2006, pag 57

Anna M. Borghi, Laura Barca, Ferdinand Binkofski and Luca Tummolini – Abstract concepts, language and sociality: from acquisition to inner speech. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 373, 20170134. (doi:10.1098/rstb.2017.0134)

(L’articolo si inserisce all’interno di un numero speciale, interamente dedicato ai concetti astratti e curato dagli autori)

Anna M. Borghi, Laura Barca, Ferdinand Binkofski and Luca Tummolini – Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Science Varieties of abstract concepts: development, use, and representation in the brain  – numero speciale (2018)

 

 

 

 

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Il contributo di Lamberto Longhi al modello “embodied” nella riabilitazione neuropsicologica del malato con cerebrolesione acquisita. Approccio antropologico-fenomenologico

foto Longhi

Nella prima metà del Novecento il filosofo francese M. Merleau-Ponty, esponente di primo piano della fenomenologia, per superare la dicotomia mente-corpo ha scelto la terza via, quella della “relazione” tra il corpo e il mondo. Il corpo è il punto di inizio del nostro stare al mondo e attraverso di esso acquisiamo esperienza,  noi siamo nella misura in cui ci relazioniamo al mondo. Non c’è niente che possa essere fatto, detto, pensato, espresso, che possa istituire una relazione a prescindere dal nostro corpoaprirsi al mondo partendo dal corpo significa guardarlo da una prospettiva ‘situata’ in uno spazio e in un tempo.

La principale novità teorica introdotta da Merleau-Ponty e quella di fare del corpo, e non della coscienza, il riferimento principale dell’intenzionalità. Il riferimento dell’intenzionalità al “mondo della vita” (Lebenswelt) può essere considerato la seconda novità importante introdotta dal filosofo. Merleau-Ponty cerca di dare rilievo a questo aspetto interpretando quest’ultimo concetto sia come una “struttura”, che non va intesa come un’astrazione, sia come una “forma” nel senso della Gestaltpsychologie (M. Merleau-Ponty, 1945, trad. 1965) (1). In questo ambito viene data un’importanza fondamentale al movimento inteso come motilità preriflessiva e viene perciò usato il termine “intenzionalità motoria” o “intenzionalità operante”, questo tipo di intenzionalità è sempre diretta verso “qualcosa” e traduce uno degli aspetti definitori dell’intenzionalità stessa: la direzionalità. L’intenzionalità diventa così, una funzione conoscitiva preriflessiva, pratica e precede la conoscenza intellettuale vera e propria.

Merleau-Ponty rompe la tradizionale concezione della coscienza con cui l’accademismo precedente aveva costruito un’immagine dell’uomo fatta di solo pensiero; egli vuol mostrare che la soggettività umana è incarnata sulle basi biologiche della natura umana, una situazione aperta all’intersoggettività che si è stabilita storicamente. L’organismo biologico è molto di più che la somma delle sue parti, secondo una riorganizzazione complessiva che porta ad abbandonare la separazione materia e pensiero. Si deve reintegrare alle nostre riflessioni l’esistenza corporea, vincolando il pensiero alla percezione che sono indivisi perché si fondano solo vivendo, facendo esperienza (De Vecchi F., 2012) (2).

Sviluppare un’analisi fenomenologica significa dispiegare un’analisi intenzionale, che mette in luce << le differenze di struttura tra il tipo di rapporto intenzionale che col mondo intrattiene l’organismo e quello che con esso intrattengono, invece, gli esseri umani. Per questo, nell’avviare la discussione della differenza antropologica, la fenomenologica analizza, in primo luogo, le strutture intenzionali, o meglio: la correlazione intenzionale e il tipo di mondo che si manifesta in essa. Infatti, a caratterizzare l’organismo è la “povertà di mondo”, dunque un certo tipo di rapporto intenzionale con il mondo che manca interamente nel caso della macchina>> (Costa V., 2010 ) (3).

La fenomenologia scuote dalle fondamenta il modello tradizionale di apprendimento e rimanda ad un tipo di conoscenza pratica del corpo in relazione ai suoi compiti, che Merleau-Ponty definisce con il termine “praktonosia”, e introduce un atteggiamento nuovo nel rapporto di “cura” terapeuta-malato.

La prospettiva fenomenologica in Italia non ha avuto nel passato molto successo, contrariamente a quanto è avvenuto all’estero, e si è sviluppata prevalentemente in ambito psicopatologico (Rossi M., Cangiotti F. , 2012) (4).

L. Longhi è stato uno tra i fenomenologi italiani di prima generazione, insieme a D.Cargnello, A.Ballerini, E. Borgna, B. Callieri, L.Calvi ed altri, a loro si deve il ribaltamento della vecchia psichiatria e l’affermarsi di una più moderna concezione dell’esperienza psicopatologica.

Il merito del Prof. Lamberto Longhi, allievo di Ugo Cerletti, è stato quello di estendere l’approccio fenomenologico dall’ambito psichiatrico a quello neuropsicopatologico e soprattutto alla neuroriabilitazione.

I vissuti neuropsicopatologici, nella prospettiva fenomenologica longhiana, sono viste come modalità diverse di “essere-nel-mondo”, non più considerate come aggregazioni sintomatologiche prive di senso, ma come alterazioni del gesto o comportamento finalizzato, cioè capace di intenzionare un oggetto o un tema nella relazione con il mondo e con gli altri.

Longhi ha studiato a fondo l’esperienza percettiva nei malati con cerebrolesione acquisita, e ha cercato di impostare una semeiotica psiconeurologica “indiretta” in grado di cogliere il significato costante sotteso ad ogni atto per semplice o complicato che esso sia; la spazialità, la temporalità e la causalità fenomenologica dello stesso.  Egli scrive: “La psicologia fenomenologica è in grado di portare avanti un’ indagine , anche nei suoi aspetti clinici, sui caratteri essenziali del fatto percettivo, nei quali, forse è più facile cogliere immediatamente gli aspetti e le dimensioni autentiche dell’operazione percettiva, non più in un universale raggiunto induttivamente, partendo dal dato empirico, ma da un universale antropologico colto intuitivamente. Il nostro compito è quindi quello di determinare i suddetti caratteri essenziali del fatto percettivo, di impostare la corrispondente semeiologia e fin, dove ci sarà possibile, la fisiopatologia.” (Longhi L., 1969, p. 122-123) (5)

Un primo passo metodologico, per l’impostazione di tale semeiologia è stato quello di “mettere in parentesi” (“epoché” di Husserl) tutta la semeiotica della motilità che classifica il movimento corporeo come uno spostamento di un oggetto attraverso uno spazio e un tempo fisici. Un secondo passo è stato quello di ricercare le strutture senso-motorie attraverso le quali si giunge al comportamento astratto o oggettivo. Sulla traccia del neurologo e psichiatra F.J.J Buytendijk, Longhi ha distinto tre classi di modalità di sviluppo del movimento o gesto, ed ha ipotizzato:

  1. una senso-motricità con le caratteristiche proprie della corporeità
  2. una senso-motricità con le caratteristiche di un volgersi-verso l’ambiente
  3. una senso-motricità con le caratteristiche strutturali di una creatività gestuale

(Longhi L. 1969, Longhi L., Gomato L.,2004, 2005) (5-6-7) poi, per ogni classe, ha specificato le modalità motorie, sensitive e spazio temporali del gesto fino ad comprendere le strutture più complesse ed astratte, come il linguaggio.

E’ interessante notare come alcune recenti ricerche dell’Embodied Cognition, hanno evidenziato che:” il linguaggio risente sia delle esperienze sensorio-motorie non linguistiche che delle esperienze linguistiche, comunque radicate nel senso-motorio e che aprono al sociale (cit. Caruana F., Borghi A., 2014) (9).

Lo studio fenomenologico delle alterazioni del linguaggio, inteso come comportamento o gesto comunicativo verbale e non verbale, è stato un altro punto centrale delle ricerche neuropsicologiche di L. Longhi e collaboratori. Tali studi hanno portato ad una nuova classificazione semeiologica dell’afasia, in grado di cogliere nel malato afasico i momenti di sviluppo ancora possibili del gesto mimico, prassico, iconografico e verbale tramite il protocollo di valutazione qualitativa il “Profilo dell’Afasico” (Longhi L., Gomato L., et all. 1981, Longhi L. 1985, Gomato L., 2013) (10-11-12)

E’ importante sottolineare che una riabilitazione “qualitativa” non è possibile, se non si mette in pratica una ricerca di qualità, ciò significa accogliere la “visione del mondo” del malato, <<la prospettiva del senso o del significato che alle cose l’individuo dà, intenzionalmente e consapevolmente o no>> (Sasso, L., Bagnasco, A., Ghirotto L., 2015) (13).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

  1. Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione –Editore Bompiani, 2009
  2. De Vecchi F., Ontologia sociale e intenzionalità: quattro tesi– Rivista di Estetica, 2012 http://estetica.revues.org/1707
  3. Costa V., Fenomenologia dell’intersoggettività. Empatia, socialità, cultura – Carrocci, 2010
  4. Rossi M., Cangiotti F., Maestri senza cattedra. Psicopatologia fenomenologica e mondo accademico, Antigone Edizioni, 2012
  5. Longhi L., Introduzione a una neurologia fenomenologica – Società Editrice Universo, Roma,1969, p.122-123
  6. Gomato L., Un contributo al metodo in Riabilitazione– Rivista Sistema Nervoso e Riabilitazione, vol. VII – n° 3, 2004
  7. Gomato L., Approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione dell’emiplegico – Rivista Sistema nervoso e Riabilitazione, vol. VIII, n°2, 2005
  8. Longhi L., Gomato L, Pisarri F.M,La Neuroriabilitazione: approccio neuropsicologico e versione antropologica-Riabilitazione e Apprendimento, Liviana Editrice, Anno 10, n°2, 1990
  9. Caruana F.,Borghi A., Embodied Cognition: una nuova psicologia, Researchegate 2013 https://www.researchgate.net/publication/256301776_Embodied_Cognition_una_nuova_psicologia
  1. Longhi L., Gomato L., Manzetti O., Pimpinella K., Pigazzi L., La parola come gesto: la sua spazialità,Neuroriabilitazione dell’Emiplegico. Aspetti Teorici e Pratici. 1981
  2. Longhi L.,Afasia– Trattato di Neurologia Riabilitativa M.M. Formica – Editore Marrapese 1985
  3. Gomato L., L’Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico– Rivista di Neuroscienze, Psicologia e Scienze cognitive, 2013 https://www.neuroscienze.net/lafasia-come-alterazione-del-gesto-verbale-valutazione-e-riabilitazione/
  4. Sasso L., Bagnasco A., Ghirotto L., La ricerca qualitativa. Una risorsa per i professionisti della salute– Edra 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché lo studio del gesto ancora fatica a guadagnarsi un posto di rilievo negli studi sul linguaggio?

Comunicazione gestuale

La psicologia del Novecento è stata dominata dalla distinzione tra comunicazione verbale e comunicazione non verbale. Secondo questa distinzione, solo la comunicazione verbale può esprimere il contenuto vero e proprio del messaggio, mentre la comunicazione non verbale si limita a veicolare informazioni di relazione, cioè stati d’animo, emozioni, dinamiche di ruolo tra i partecipanti. La prima era considerata intenzionale e sotto il controllo del parlante, mentre la seconda era vista come inconscia, automatica e, per di più, in comune con gli altri primati. Questa distinzione, purtroppo, è ancora profondamente radicata anche in molti ambienti universitari, dove ancora si insegna agli studenti che tutto ciò che non è verbale deve essere definito ‘paralinguistico’, in quanto è considerato come qualcosa che si accompagna al parlato ma che non possiamo considerare linguaggio a pieno titolo.

Le evidenze sperimentali e le osservazioni naturalistiche degli ultimi decenni hanno dimostrato ampiamente che il gesto non è soltanto un precursore della parola che scompare all’arrivo di questa, ma che gesti e parole si sviluppano in un unico processo di­namico, in cui la relazione tra i due si evolve di tappa in tappa, e che ha il suo culmine nel complesso sistema multimodale tipico degli adulti.

Ciò che gli esperti ci dicono è che il linguaggio umano è per sua natura multimodale e ogni suo componente deve essere considerato linguistico, non perché può stare da solo (ad esempio, se guardassimo soltanto i gesti di una persona che parla non riusciremmo a capire quasi niente), ma perché contribuisce alla creazione del significato globale del parlante.

E’ stato ampiamente dimostrato non solo che i destinatari tengono conto dell’informazione veicolata dal gesto, ma soprattutto che la presenza dei gesti migliora la comprensione di un messaggio: addirittura, spesso i destinatari sono in grado di ricordare perfettamente l’informazione presente nel gesto, ma non ricordano in quale modalità è stata loro presentata. Questi risultati sono stati confermati anche da studi neuroscientifici; sembra, infatti, che il cervello processi l’informazione proveniente dai gesti attraverso gli stessi meccanismi con cui processa il parlato.

Già negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, gli studi antropologici degli scienziati A. Leroi-Gourhan (1977) e A. Kendon (2004) avevano messo in evidenza come i gesti hanno a che fare con qualcosa d’arcaico che c’è in noi, qualcosa che l’evoluzione non ha cancellato, ma ha provveduto a mantenere. Studiando la lingua dei segni degli aborigeni australiani e dei gesti delle mani dei napoletani, A. Kendon è stato il primo a sviluppare l’analisi cinetica del gesto e a creare la terminologia sulla gestualità oggi in uso.

Anche il libro “Dalla mano alla bocca” (2009) scritto dallo scienziato cognitivista M.C. Corballis, un testo senza dubbio originale, non ha destato negli studiosi molto interesse, è stato criticato ed è già sparito dalle librerie. lo avevo segnalato come testo d’esame agli studenti logopedisti del mio corso, presso l’Università Sapienza di Roma, e quest’anno l’ho dovuto sostituire all’ultimo momento con una dispensina, ma c’è una bella differenza tra studiare quattro o cinque pagine di appunti o un libro (in questa ed altre occasioni ho potuto constatare quanto sia difficile, per una serie di fattori, poter uscire da una cultura un po’ troppo omologata).

Per concludere, ripropongo insieme ad E. Campisi autrice del libro “Che cos’è la gestualità?” (2018), la seguente domanda: ”Perché, ancora oggi, negli studi sul linguaggio si riscontra un così scarso interesse verso il gesto? Dal momento che:

–      dove c’è comunicazione c’è gesto

–       prima di imparare a parlare, impariamo a fare gesti

–      non esiste cultura o lingua che, accanto al vocabolario, non abbia un repertorio gestuale altrettanto efficace nell’espressione dei significati più complessi?

Lidia Gomato

 

Riferimenti bibliografici:

Campisi E., Che cos’è la gestualità, Carocci Editore, 2018

Corballis M.C., Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, Cortina Editore, 2009

 Kendon A., Gesture: Visible Action as Utterance, Cambridge University Press, 2004

Leroi- Gourhan A., Il gesto e la parola, Einaudi Paperbacks, 1977

 

 

 

 

 

 

 

L’uomo per evolversi ha dovuto mettere “i piedi a terra”

Senza titolo

L’idea dominante in antropologia, è che il cambiamento nella morfologia del cranio dipenda solo dall’encefalizzazione, cioè l’aumento della massa cerebrale, riconoscendo così una supremazia della mente sul corpo. Da un tale punto di vista, la trasformazione della mandibola nel nostro percorso evolutivo, è avvenuta lentamente ed è dovuta alla trasformazione delle abitudini alimentari e culturali: l’uso della tecnologia e del fuoco ha depotenziato la mandibola, non più necessaria per masticare cibo crudo e duro, e per mostrare i grandi canini minacciosi ai rivali.

Uno studio italiano, pubblicato il 9/05/2018 su Nature Scientific Report, svolto da un team di ricercatori delle Università di Napoli Federico II, Roma Sapienza e Firenze, guidati dal Prof. Pasquale Raia, ha dimostrato che nella nostra evoluzione, contrariamente all’idea dominante, lo stravolgimento dell’assetto della mandibola è stato una risposta legata all’acquisizione del bipedismo. Se questa non si fosse ridotta infatti, non saremmo mai riusciti a scendere dagli alberi e a camminare eretti.

I ricercatori hanno analizzato i tassi di evoluzione delle mandibole di tutti i primati fossili e viventi e hanno scoperto che la mandibola dell’uomo si è modificata molto velocemente e che il cambiamento era già in corso con la specie Australopithecus.

Già negli anni ’60, il famoso antropologo André Leroi-Gouhan, nel suo libro “Il gesto e la parola” (1977), aveva ipotizzato che la stazione eretta avesse innescato le modifiche nella struttura del cranio; tale ipotesi però, non era stata allora confermata da prove sufficienti.

Altri ricercatori, inoltre, come il neuroscienziato e psicologo Michael Corballis e il linguista Philip Lieberman,vedono nel  bipedismo il fattore fondamentale per l’evoluzione del linguaggio umano. Questo avrebbe provocato una riorganizzazione neurale dei gangli basali del cervello, con effetti profondi sulla capacità di apprendimento.

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

https://www.nature.com/articles/s41598-018-25309-8

Leroi-Gourhan A., Il gesto e la parola– Einaudi 1977

Corballis M., Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio– Raffaello Cortina Editore 2009

 

 

 

 

 

 

Dall’antropologia medica un approccio critico ai concetti di malattia di Alzheimer e Mild Cognitive Impairment o “deterioramento cognitivo lieve”

Antropologia dell'Alzheimer

La storia del Mild Cognitive Impairment o“deterioramento cognitivo lieve” si inscrive nella più lunga storia del concetto di malattia di Alzheimer come tassello ulteriore di una riflessione ormai più che centenaria sul declino cognitivo che si verifica in età avanzata, in cui nozioni e concezioni di senilità, demenza, normalità ed invecchiamento sono state oggetto di pratiche di riconfigurazione capaci di influenzare l’esperienza delle persone, di produrre modi di pensare l’anziano e l’anzianità.

L’etichetta malattia di Alzheimer è diventata un paradigma per pensare il disturbo di memoria in età avanzata molto potente, ma anche carico di stereotipi ed intriso di significati terrifici veicolati dai messaggi della biomedicina, che la descrivono come sequela di “perdi-te”: dalla memoria ad altre funzioni cognitive, dalla capacità di autogestione al controllo su di sé. È una patologia vissuta come promessa di annullamento della persona e del sé.

La storia concettuale della malattia di Alzheimer mobilita un approccio critico verso il contenuto dei termini tecnici biomedici, la loro genesi, il loro sviluppo e si configura come un’ occasione per fondare, attraverso i filtri esplicativi ed interpretativi dell’ “antropologia medica”, un ripensamento delle categorie biomediche: proprio perché la storia della malattia d’Alzheimer è anche la storia di una riflessione sul rapporto controverso fra il quadro patologico così designato e l’ invecchiamento normale o naturale.

Il Mild Cognitive Impairment copre la transizione fra l’invecchiamento normale ed una demenza molto precoce, individuando i soggetti destinati a svilupparla in una fase anticipata del declino, tuttavia, la distinzione tra lo stato che il Mild Cognitive Impairment dovrebbe identificare e l’invecchiamento normale è molto labile (PETERSEN R. C. 2004).  Per questi motivi, l’esplorazione delle pratiche diagnostiche correnti del deterioramento cognitivo è molto importante perché quelle ambiguità definitorie tornano, più o meno occultate nella routinarietà di prassi consolidate e nella standardizzazione delle procedure, attraverso i meccanismi che orientano il giudizio clinico e l’emanazione di una diagnosi, e possono agire sia sotto forma di presupposti impliciti soggettivi che poi producono delle scelte.

 Siccome la biomedicina attualmente non dispone di risorse farmacologiche per contrastare il Mild Cognitive Impairment, come non ha strumenti terapeutici efficaci contro l’evoluzione a carattere progressivo e degenerativo della malattia di Alzheimer, intorno alla validità della diagnosi precoce del declino cognitivo si incardinano visioni e percezioni diversificate all’interno della stessa cultura epistemica biomedica: alcuni studi condotti con medici di medicina generale hanno rilevato che, fra di loro, la tendenza alla diagnosi precoce è scoraggiata dal fatto che imporre al paziente un’etichetta nosologica carica di stereotipi e fonte di stigmatizzazione in assenza di terapie efficaci, ritengono, non farebbe che allungare il periodo di malattia senza apportate reali benefici al “malato” (cfr. HANSEN E. C. et al. 2008).

Riferimenti bibliografici:

PASQUARELLI E. (2018) Antropologia dell’Alzheimer. Neurologia e politiche della normalità. Alpes Italia, 2018

PASQUARELLI E. (2011) Dalla malattia di Alzheimer al Mild Cognitive Impairment: il declino cognitivo fra etnoantropologia, storia e pratiche biomedicheUnpublished doctoral dissertation. Università Sapienza di Roma, Italia.

PETERSEN Ronald C. (2004), Mild cognitive impairment as a diagnostic entity, in “Journal of Internal Medicine”, vol. 256, n. 3, pp. 183-194.

HANSEN Emily C. – HUGHES Clarissa – ROUTLEY Georgina – ROBINSON Andrew L. (2008), General practitioners‟ experiences and understandings of diagnosing dementia: Factors impacting on early diagnosis, in “Social Science & Medicine”, vol. 67, n. 11, pp. 1776-1783.

 

 

Il metodo fenomenologico-antropologico, una risorsa nello studio dei protocolli qualitativi per la riabilitazione neuropsicologica

uomo spezzato

La fenomenologia è un metodo per comprendere la significatività dell’esperienza vissuta, non vuole spiegare, la descrive a partire dalla fedeltà al fenomeno e l’intersoggettività. <<La fenomenologia husserliana cerca nell’esperienza umana come fenomeno le caratteristiche invarianti, sottolineando in questo modo il valore intersoggettivo delle percezioni. E’ questo il realismo fenomenologico: un realismo intersoggettivo, basato sulla fedeltà al fenomeno, frutto della condivisione dei punti di vista. La realtà secondo Husserl, quindi, non è mai solamente nella mente dell’individuo ma è dentro a un processo condiviso, non solitario, di significazione>> (Ghirotto L.,2016)

Sviluppare un’analisi fenomenologica-antropologica significa dispiegare un’analisi intenzionale, che mette in luce << le differenze di struttura tra il tipo di rapporto intenzionale che col mondo intrattiene l’organismo e quello che con esso intrattengono, invece, gli esseri umani. Per questo, nell’avviare la discussione della differenza antropologica,la fenomenologica analizza, in primo luogo, le strutture intenzionali, o meglio: la correlazione intenzionale e il tipo di mondo che si manifesta in essa. Infatti, a caratterizzare l’organismo è la “povertà di mondo”, dunque un certo tipo di rapporto intenzionale con il mondo che manca interamente nel caso della macchina>>(Costa V., 2010 ).

L’antropologia-fenomenologica (o fenomenologia obbiettiva) intende accedere direttamente ai fenomeni neuropsicopatologici considerandoli nella loro immediatezza semantica,ricercando in essi una articolazione di senso.

L’ indagine fenomenologico-antropologica è interessata alla storia della vita del malato (alla Lebenswelt), non alla sola storia clinicaLe esperienze neuro-psico-patologiche sono viste come modalità diverse di “essere-nel-mondo”, non più considerate come aggregazioni sintomatologiche prive di senso, ma come alterazioni del gesto o comportamento finalizzato, cioè capace di intenzionare un oggetto o un tema nella relazione con il mondo e con gli altri.

L’indagine fenomenologico-antropologica nell’ambito della riabilitazione neuropsicologica ha come scopo di comprendere “chi-è” il malato nel mondo-della-vita (Lebenswelt), analizzando e cercando di dare una sistemazione teorica al problema complesso di come egli riesce ad ambientare le proprie possibilità senso-motorie, di qual’è e com’è lo spazio per il movimento che il malato vive prospetticamente (Longhi L., Gomato L, Pisarri F., 1990).

Solo nel contesto di una indagine fenomenologico-antropologica ciò che separa il “nostro” mondo dal mondo della realtà neuropsicopatologica si fa scientificamente comprensibile e scientificamente modificabile. La comprensione della spazialità abitabile o agibile dal gesto nei malati cerebrolesi, è in grado di indicare i modi concreti dell’agire terapeutico.

L’ alterazione del vissuto spazio-temporale è un elemento fenomenologico e neuropsicopatologico che deve essere riconosciuto nella sua articolata dimensione nei protocolli qualitativi per una prassi riabilitativa adeguata. Non si può parlare di  riabilitazione “qualitativa”, se non simette in pratica una ricerca di qualità, ciò significa accogliere la “visione del mondo” del malato, <<la prospettiva del senso o del significato che alle cose l’individuo dà, intenzionalmente e consapevolmente o no>> (Ghirotto L., 2016).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

Costa V. La questione dell’antropologia nell’analisi fenomenologica –Etica & Politica / Ethics & Politics, XII, 2010, 2, pp. 137-163

Ghirotto L., Il metodo di ricerca e la pedagogia fenomenologica. Riflessioni a partire da Piero Bertolini –  Encyclopaideia XX (45), 82-95, 2016, ISSN 1590-492X

 Longhi L.,Gomato L.,Pisarri F.M., La neuroriabilitazione. Approccio neuropsicologico e versione antropologica – Riabilitazione e apprendimento, Anno 10, n°1, 1990 – Liviana editrice

 

Quale esperienza il malato emiplegico ha del proprio corpo? Verso un approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione neurologica e neuropsicologica

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L’esperienza clinica e riabilitativa con gli emiplegici e la posizione di pensiero fenomenologica portano alla problematica del “chi-è” l’emiplegico; vale a dire non nella sua apparenza emiplegica, bensì nel suo “porsi” emiplegico nel Mondo.

Longhi e coll. (1981) hanno osservato su circa 250 emiplegici dell’ Ospedale S. G. Battista la presenza di una buona percentuale (circa 18%) di sindromi emiplegiche nelle quali accanto alle paralisi di moto volontario della muscolatura appendicolare, vi era un interessamento della muscolatura assiale caratterizzato da un netto ipotono antigravitativo, con ipotono propriocettivo, sinergico e di sostegno cinetico (<ereismatische Motorik di R. Hess), con scarso o nessun aumento dei riflessi propriocettivi e con frequente assenza del riflessi di Babinski.

Dal momento che in tale sindrome gli AA hanno trovato, con una netta frequenza, anche quei disturbi che H. Hecaen e J. Ajuriaguerra hanno indicato come “disturbi di dimezzamento corporeo”, cioè: emisomatognosia, sentimento d’assenza di un’emicorpo (che può essere anche un sentimento di non-appartenenza), l’anosognosia, la alloestesia, l’agnosia spaziale unilaterale, hanno pensato di raccogliere in un’unica “sindrome di dimezzamento”, un assieme di sintomi caratterizzabili fisiopatologicamente secondo una prospettiva fenomenologica … [1981; p. 234]. Longhi e coll. hanno ipotizzato nel quadro emiplegico, nel quale una metà somatica appare esclusa dal punto di vista della motilità volontaria, di quella tonica e tonica cinetica, anche un disturbo dell’esperienza spontanea dei segmenti del proprio corpo ( o somatoestesia).

Quell’esperienza che, K. Conrad (1933), nella sua versione gestaltica, ritiene come l’ <<espressione di un processo globale>>, per cui <<la divisione in parti tattili, ottiche ecc. dei dati della coscienza esplicita del nostro corpo è secondaria. […] Se noi possiamo separare certe parti del corpo, come la mano, il modo ottico, tattile e cinestesico, tuttavia la coscienza del corpo non si costituisce grazie a questi atti isolati; essa è del tutto anteriore a tali atti>> (cit. 1981, p. 226)

Alla versione gestaltica di K. Conrad di un “campo” somatico sul quale possono iscriversi le “figure” percettive ottiche, tattili e cinestesiche, Merleau-Ponty (1945) propone una versione antropologica in cui: <<Il corpo è veicolo dell’essere al mondo, ed avere un corpo significa, per il vivente potersi unire all’ambiente, confondersi con gli oggetti in un impegno continuo>>. Si tratta di due esperienze quella di un corpo abituale e quella di un corpo attuale>> e si deve pensare alla necessità “che il mio corpo sia colto non solo nell’esperienza istantanea, singolare, piena; ma anche sotto un aspetto di generalità….>>

Una tale prospettiva di due esperienze del corpo nell’ipotesi Longhi e coll.,sembra poter unire le varie sindromi di dimezzamento dell’esperienza somatognosica fondate su una comune impressione di “negligenza”, da parte del soggetto, non soltanto riguardo all’emisoma ma anche all’emispazio nel quale la gestualità e la percettività dello stesso si compiono. E’ allora possibile comprendere quei sentimenti di <assenza> o di <non appartenenza> di un emisoma ed il fatto che nella sindrome di eminattenzione questa può interessare contemporaneamente il tatto, la vista, l’udito. <<Anche il fenomeno dell’”estinzione sensitiva” ci dice che il problema non può essere quello di una lesione delle strutture neuroniche che sottendono l’elaborazione degli inputs sensitivi, fino al perceptum; ma piuttosto quello della presenza funzionale, di una variabile “capacità di attenzione” ai modi somatici: siano essi motori, sensitivo-sensoriali o simbolici >> (1981, p.226).

Longhi e coll. (1981) hanno formulato l’ipotesi di una “esperienza”, di un “vissuto” centrale sul quale sembrano incardinarsi tutte le modalità che manifestano la nostra attività neurologica e neuropsicologica. <<Quel “vissuto” centrale che V.E. Gebsattel (1954) ha indicato come l’”ambito di una fisionomia generale sopraindividuale” (1981; cit. p. 227). <Vissuto> centrale al quale è forse riferibile il concetto di “funzione sopramodale” che ricorre spesso nell’ analisi, ad esempio, dei disturbi dell’orientamento spaziale.

La domanda del “chi-è” l’emiplegico e le possibili risposte, possono essere utili nell’ambito della neuroriabilitazione, accanto alle risposte sul “che cosa” sono le singole alterazioni neurologiche del tono, della motricità, nelle sue diverse forme della senso-percettività (Longhi e coll. 1981; p.237).

Lidia Gomato

  1. Longhi L., Cobianchi A.,Corona R., Pisarri F., Puccetti G., “ Il dimezzamento corporeo (H.Hecaen e J de Ajuriaguerra) nella prospettiva neuroriabilitativa” – in: La programmazione della esperienza post-lesionale – Atti del 12° Congresso della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitazione  1981 (a cura di Perfetti C. e Ambrosino N.)
  2. Conrad K. , (cit.1981, da:”Das Korpershema. Eine kritische Studies und der Versuch einer Revision. Ztschr. ges. Neurol. u. Psychiatr.147,346-369,1933)
  3. Gebsattel V. E. v. (cit.1981, da: “Prolegomena einer medizinischen Antropologie. Springer. Berlin, Göttingen, New York 320, 1954)
  4. Merleau Ponty M.  “Phénomenologie de la perception, Gallimard, Paris, 1945; trad. it. Fenomenologia della percezionetraduzione di Andrea Bonomi, II Saggiatore, Milano, 1965.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fase incerta della neurologia tra medicina “specialistica” e medicina “olistica”

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La frammentazione della realtà è un aspetto caratteristico dell’infermità mentale”

F. Capra (scienziato fisico)

Per capire un po’ le problematiche attuali, che si presentano in ambito neurologico e, di riflesso, anche in quello neuroriabilitativo, è utile riassumere i principi della neurologia “specialistica” e “olistica” .

Il principio olistico afferma che le qualità possedute da un tutto (una qualsivoglia totalità) sono diverse e superiori a quelle possedute dalle parti.

Contrariamente a quanto sosteneva il riduzionismo positivistico, non è possibile capire una realtà limitandosi ad analizzarne le componenti isolate: un organismo (un animale, una società, un individuo, un cervello…) è sempre qualcosa di più della somma delle parti.

L’idea olistica è nata nell’ambito della neurologia come una delle due possibili ipotesi relative al funzionamento del cervello. L’idea contraria, di gran lunga più conosciuta e praticata, sostiene il principio di localizzazione, ossia che tutte le funzioni psichiche siano frutto dell’attività di specifiche zone della corteccia cerebrale. Esisterebbero in questo caso aree del cervello deputate all’elaborazione di stimoli sensoriali, altre deputate al linguaggio, alla scrittura, al pensiero astratto e così via. Questa teoria locazionista si impose nell’Ottocento quando il chirurgo francese P. Broca riuscì a dimostrare che il disturbo del linguaggio, definito “afasico” di due suoi pazienti era dovuto a lesioni della parte inferiore del lobo frontale, che doveva essere quindi considerato la sede cerebrale del linguaggio espressivo.

Successive ricerche hanno però dimostrato che le menomazioni cerebrali non portano mai alla definitiva perdita di una competenza: il sistema nervoso possiede una sorta di plasticità che lo pone in grado di recuperare parte delle capacità trasferendo l’attività in altre aree cerebrali (in altri termini il cervello è una macchina in grado di riparare se stessa). Numerose altre conferme fanno oggi preferire il principio olistico: il cervello è sempre implicato per intero in ogni sua attività (almeno quelle intellettualmente complesse) e deve quindi essere considerata struttura integrata.

Il successo della posizione olistica è stato rafforzato dalla fecondità di quest’idea, applicabile con successo anche in altre aree di ricerca: gli psicologi della Gestalt, per esempio, vi hanno trovato una conferma delle leggi gestaltiche della visione e della ristrutturazione percettiva (v. concetto di “Insight”), fenomeni che si rendono comprensibili solo assumendo il principio olistico della priorità del tutto rispetto alle parti.

Dal punto di vista filosofico l’olismo contesta la distinzione cartesiana fra res cogitans e res extensa promuovendo una visione unitaria dell’individuo. L’esperienza sana di sé stessi è un’esperienza dell’intero organismo, corpo e mente. Le infermità mentali sorgono spesso dall’incapacità di integrare le varie componenti di questo organismo. La scissione cartesiana fra mente e corpo e la separazione concettuale degli uomini dal loro ambiente sono sintomi di un’infermità mentale collettiva condivisa dalla maggior parte della cultura occidentale, e come tali sono percepite da altre culture (Nicola U, 1 p. 458).

La contrapposizione tra una medicina “olistica” e “specialistica” appare oggi piuttosto superata, perché il progresso delle conoscenze è tale da non consentire più una separazione.

Nella pratica clinica neurologica però, si opera ancora molto sulla base di vecchie   classificazioni “specialistiche”, pertanto ci sarebbe da chiedersi se allo stato attuale delle conoscenze che ci pervengono dalle scienze di base ” è ancora possibile circoscrivere la neurologia “entro i limiti che rimangono isolati nell’ambito di malattie esclusivamente pertinenti al sistema nervoso” (Barella M; 2), al sapere “specialistico” delle malattie “neurologiche”(come il Morbo di Alzheimer, l’epilessia, il Parkinson ecc), e se questa “può affidarsi unicamente alla persistenza di fondamentali lacune di conoscenza circa la realtà biologica che sostiene tali patologie (Barella M;2).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

Nicola U., Atlante illustrato di filosofia, Demetra 1999 (1)

Barrella M., La trasformazione della neurologia (2) (https://www.paginemediche.it/benessere/storia-della-medicina/la-trasformazione-della-neurologia)

 

 

 

Nel protocollo di valutazione il “Profilo dell’afasico” articolazioni e correlazioni del gesto verbale e non verbale per un approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione

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La fenomenologia, definita “scienza dell’esperienza”, nasce con E. Husserl alla fine dell’800 e si diffonde in Europa nella prima meta del 900 con il contributo di molti autori, tra i quali M. Scheler,K. Jaspers, E. Stein,  J-P Sartre, M. Merleau-Ponty.

La fenomenologia ha dato un contributo metodologico importante al progresso degli studi nell’ambito delle scienze umane: psicologia, pedagogia, sociologia, antropologia, ed anche nelle odierne filosofia della mente e scienze cognitive, conosciute come “Embodied Cognition”. N.Depraz nel libro “Neurofenomenologia” scrive: “appare sempre più chiaramente nelle scienze cognitive contemporanee che un metodo disciplinato di applicazione e di studio dei dati in prima persona sia richiesto in quanto processo di validazione necessariamente complementare allo studio in terza persona della dinamica neuronale di un soggetto (Depraz N. 2006;5)

La ricerca neuropsicologica condotta attraverso il metodo fenomenologico è orientata allo studio dell’esperienza vissuta dei malati, che per principio è logicamente ed empiricamente irriducibile alla funzione neuronale, cioè al cervello. L’esperienza rappresenta il punto di inizio del nostro stare al mondo e comprende, in un intreccio, tre fenomeni: il corpo, il mondo e gli altri.

Lo studio dell’esperienza afasica, da un punto di vista fenomenologico-strutturalista, non può prescindere dal formulare un’ipotesi su come si “costituisce”, si “forma, si “struttura” il linguaggio visto nella sua unità mente-corpo, cioè sulla sua genesi: “l’esperienza possiede, in una sua forma di manifestazione, una struttura, e la ricerca fenomenologica deve rendere evidente questa struttura, mostrando con chiarezza i nodi e le sue articolazioni ……Il metodo fenomenologico nell’ambito di una fenomenologia dell’esperienza: vuole caratterizzare gli atti dell’esperienza, esibendo le loro differenze di struttura (Piana. G, trad. 1998; 6). E’ importante sottolineare che:” i temi fenomenologici non hanno nulla a che vedere con il panorama filosofico e culturale che deriva dalla linguistica……Tra il nostro corpo, il mondo e gli altri si stabilisce una relazione originaria che Merleau-Ponty esprime con la nozione di “struttura”, in questo contesto “la parola struttura rimanda all’idea di uno scheletro, di uno schematismo interno, ad un modo della costituzione interna, all’idea di una forma caratteristica” (Piana G. trad. 1998;6).

L’ottica fenomenologica-strutturalista, per quanto riguarda lo studio del disturbo afasico, inteso come alterazione del comportamento o gesto espressivo-comunicativo  da  cerebrolesione acquisita è particolarmente importante, perché consente al ricercatore di inserire nei protocolli sperimentali dei parametri “qualitativi” inerenti all’esperienza vissuta: del corpo, dello spazio, d’uso della mimica, degli oggetti, della parola.

L. Longhi ha condotto con i suoi collaboratori, delle ricerche neuropsicologiche di indirizzo fenomenologico-strutturalista sul vissuto afasico, visto all’interno della sindrome, più globale, “emiplegica”. Egli scrive: “Il gesto trova una sua dimensione nel rapporto col mondo, che sottende e definisce, i contenuti del mondo stesso, sia come parametri di spazio e di tempo oggettualizzati, sia come contenuti concettuali categoriali..……In senso analogo la parola nasce dall’incontro del soggetto col mondo, in un continuo crearsi e ricrearsi, non è un risultato postumo, essa si rimodella in ogni gesto che la incarna. Si potrebbe anche dire che ogni gestualità porta in sé le potenziali compossibilità delle tematizzazioni che le sono congeniali ( Longhi L 1985; 1).

Sotto questo profilo “è allora possibile il quesito se la convivenza fattuale tra gestualità e tema possa costituire un asse funzionale portante, lungo il quale si succedono i vari modi di tematizzazione del gesto corporeo: dal rapido e fuggevole ammiccamento, alla mimica gestuale, alla pantomima, al disegno, o pittura, o scultura, alla parola (Longhi L, Gomato L. et al. 1981; 2)

Dai risultati delle ricerche suddette, effettuate tramite protocollo sperimentale, il “Profilo dell’afasico”, è stato possibile articolare una classificazione semeiologica delle alterazioni della gestualità verbale e non verbale, da prendere come modello di riferimento per l’impostazione di un progetto riabilitativo fatto su misura del malato (Gomato L. 1996, 2013; 3).

Lidia Gomato

Bibliografia di riferimento:

  1. Longhi L., Afasia, – Trattato di Neurologia Riabilitativa M.M. Formica – Editore Marrapese 1985
  2. Longhi L, Gomato L, Manzetti O, Parenti D, Pigazzi, L, Pimpinella K.., La parola come gesto: La parola: la sua spazialità – Neuroriabilitazione dell’emiplegico – Aspetti teorici e pratici, Editore  Ermes Medica, Roma 1981
  3. Gomato L, .L’Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico, Gomato L.- Rivista Riabilitazione e Apprendimento – anno 16 n.2 – Guido Gnocchi Editore 1996 (ultima versione pubblicata sulla Rivista di “Neuroscienze, Psicologia e Scienze cognitive” anno 2013, net@gmail.com)
  4. Neuroriabilitazione dell’emiplegico – Aspetti teorici e pratici, Editore Ermes Medica, Roma 1981
  5. Depraz N., Mettere al lavoro il metodo fenomenologico nei protocolli sperimentali , “ passaggi generativi”, tra l’empirico e il trascendentale” in Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, (a cura) di Cappuccio M.Bruno Mondadori 2006
  6. Piana G.,.L’idea di uno strutturalismo fenomenologico o di un punto di vista fenomenologico strutturale – Phanomenologie in Italien, edito da Renato Cristin, Verlag Knigshausen & Neumann, Wurzburg 1996 (traduzione italiana dell’Università di Milano facoltà di filosofia, immissione nel sito http://www.filosofia.unimi.it/  1998)

 

 

 

 

LINGUAGGIO E FUNZIONI CEREBRALI DAL PUNTO DI VISTA OLISTICO DELLA PSICOLOGIA DELLA GESTALT

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Una ragione importante di questa relativa indifferenza per l’emisfero destro o «minore», come è sempre chiamato, è che mentre gli effetti di lesioni variamente localizzate nella parte sinistra sono facilmente dimostrabili, le corrispondenti sindromi dell’emisfero destro appaiono molto meno distinte. D’altro lato, è l’emisfero destro che è preposto alla cruciale funzione del riconoscimento della realtà, capacità che ogni creatura umana deve avere per sopravvivere    (O. Sacks)

In Germania, nella prima metà del Novecento, si afferma una teoria che si oppone alla specializzazione emisferica sinistra del cervello per quanto riguarda il linguaggio: si tratta della scuola della psicologia della forma (Gestaltpsychologie), secondo la quale una forma è percepita come un tutto e non si riduce all’insieme delle parti che la compongono. In questo senso si definisce “gestaltico” l’emisfero destro, che interviene in una prima fase di decodifica globale dei messaggi. Secondo queste teorie i due emisferi non funzionano indipendentemente ma cooperano nell’elaborazione dei messaggi. Si può parlare di “specializzazione emisferica” solo in termini di modalità di elaborazione: l’emisfero sinistro è efficace nella comprensione e produzione linguistica perché il suo modo di elaborazione è analitico – successivo si presta alle particolarità fisiche del materiale verbale (ma anche della melodia, se questa viene scomposta in note dall’ascoltatore musicista): catene di elementi discreti, susseguenti nel tempo (lingua e musica orale) e nello spazio (lingua e musica scritta). L’emisfero destro elabora invece l’informazione cogliendola nella globalità, senza preventiva decomposizione, secondo una modalità globalista-simultanea (olistica), come chi non conosce le note e percepisce solo il contorno musicale di una forma melodica. Nella percezione di una frase gli aspetti formali (lessico e sintassi) sono intimamente legati agli aspetti prosodici che veicolano informazioni altrettanto importanti mostrando la complementarità dei due emisferi. Analogamente, nella lettura i segni grafici sono decodificati ricorrendo alle attività cognitive dell’emisfero destro ma contemporaneamente interviene l’emisfero sinistro che individua gli indici linguistici relativi ai significati e alle categorie grammaticali. Lo stesso avviene nella percezione degli oggetti: la percezione della forma fa intervenire di preferenza l’emisfero destro, ma l’individuo possiede anche le conoscenze grazie alle quali è in grado di interpretare cognitivamente l’oggetto come conosciuto, sconosciuto o impossibile (come ad esempio certi disegni dell’artista olandese Maurits Cornelius Escher).

Negli anni Sessanta gli studi sui pazienti epilettici che avevano subito la recisione del corpo calloso (complesso fascio di fibre nervose che permette ai due emisferi, destro e sinistro, di comunicare tra loro) permisero di rivedere l’ipotesi semplicistica della localizzazione del linguaggio nell’emisfero sinistro (Sabatelli M.B, 2010, p.36-37-38).

Un’elaborazione della teoria della forma per quanto riguarda le funzioni cognitive, il linguaggio e il disturbo afasico è dovuta al contributo di Kurt Goldstein (1878-1965). Egli osservò negli ex-combattenti della prima guerra mondiale che un danno del Sistema Nervoso Centrale non produce una menomazione localizzata, ma comporta una modificazione complessa che coinvolge l’intero organismo e i suoi rapporti con l’ambiente. L’afasia, pertanto, produce mutamenti non solo di questa o quella funzione ma di tutta la personalità del malato. Sulla scorta di tali osservazioni Goldstein formulò alcune teorie del funzionamento cognitivo, tra cui quella secondo la quale una persona si esprime ed utilizza il linguaggio in un modo rappresentativo del suo pensare e del suo fare esperienza: prestare attenzione a come un individuo parla abitualmente può condurre ad importanti scoperte sulla sua organizzazione cognitiva. Le analisi dei fenomeni afasici condotte da Goldstein e il ricco materiale da lui raccolto nel corso dei suoi studi risultano ancor oggi utilizzabili tanto per un’ulteriore approfondimento della patologia del linguaggio quanto per lo studio del funzionamento del linguaggio e dei processi cognitivi normali.

Nella prima metà del 900, oltre alla psicologia della Gestalt (Koffka; Köhler; Wertheimer) si è sviluppato un vasto e fecondo insieme di nuove discipline che hanno contribuito a definire quella che, successivamente, è stata riconosciuta come la visione ‘umanistica’ della psicologia e, tra queste, spiccavano l’Olismo (Smuts 1926), la Teoria del Campo (Lewin), la Fenomenologia e l’Esistenzialismo (Buber; Heidegger; Husserl; Kierkegaard; Merleau-Ponty). Oggi molti concetti della psicologia della Gestalt e della psicologia, cosiddetta “umanistica”, per quanto concerne la relazione tra linguaggio e processo cognitivo, sono stati ripresi dalle teorie della complessità e interpretati “come sistemi funzionali dinamici e complessi: si tratta di funzioni sociali per la loro origine, sistemiche per la loro struttura, dinamiche per il loro sviluppo” (Pariente J.C p.12).

Lidia Gomato

 

Riferimenti bibliografici:

Pariente J.C, Il Linguaggio – Edizione Dedalo 1976

Sabatelli M.B, Dalle origini innatiste del linguaggio alle ultime frontiere delle neuroscienze nell’ambito neuro-psicolinguistico e della poliglossia – Tesi 2010 (p.36-37-38) http://othes.univie.ac.at/12823/1/2010-06-22_0005018.pdf