L’uomo per evolversi ha dovuto mettere “i piedi a terra”

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L’idea dominante in antropologia, è che il cambiamento nella morfologia del cranio dipenda solo dall’encefalizzazione, cioè l’aumento della massa cerebrale, riconoscendo così una supremazia della mente sul corpo. Da un tale punto di vista, la trasformazione della mandibola nel nostro percorso evolutivo, è avvenuta lentamente ed è dovuta alla trasformazione delle abitudini alimentari e culturali: l’uso della tecnologia e del fuoco ha depotenziato la mandibola, non più necessaria per masticare cibo crudo e duro, e per mostrare i grandi canini minacciosi ai rivali.

Uno studio italiano, pubblicato il 9/05/2018 su Nature Scientific Report, svolto da un team di ricercatori delle Università di Napoli Federico II, Roma Sapienza e Firenze, guidati dal Prof. Pasquale Raia, ha dimostrato che nella nostra evoluzione, contrariamente all’idea dominante, lo stravolgimento dell’assetto della mandibola è stato una risposta legata all’acquisizione del bipedismo. Se questa non si fosse ridotta infatti, non saremmo mai riusciti a scendere dagli alberi e a camminare eretti.

I ricercatori hanno analizzato i tassi di evoluzione delle mandibole di tutti i primati fossili e viventi e hanno scoperto che la mandibola dell’uomo si è modificata molto velocemente e che il cambiamento era già in corso con la specie Australopithecus.

Già negli anni ’60, il famoso antropologo André Leroi-Gouhan, nel suo libro “Il gesto e la parola” (1977), aveva ipotizzato che la stazione eretta avesse innescato le modifiche nella struttura del cranio; tale ipotesi però, non era stata allora confermata da prove sufficienti.

Altri ricercatori, inoltre, come il neuroscienziato e psicologo Michael Corballis e il linguista Philip Lieberman,vedono nel  bipedismo il fattore fondamentale per l’evoluzione del linguaggio umano. Questo avrebbe provocato una riorganizzazione neurale dei gangli basali del cervello, con effetti profondi sulla capacità di apprendimento.

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

https://www.nature.com/articles/s41598-018-25309-8

Leroi-Gourhan A., Il gesto e la parola– Einaudi 1977

Corballis M., Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio– Raffaello Cortina Editore 2009

 

 

 

 

 

 

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Dall’antropologia medica un approccio critico ai concetti di malattia di Alzheimer e Mild Cognitive Impairment o “deterioramento cognitivo lieve”

Antropologia dell'Alzheimer

La storia del Mild Cognitive Impairment o“deterioramento cognitivo lieve” si inscrive nella più lunga storia del concetto di malattia di Alzheimer come tassello ulteriore di una riflessione ormai più che centenaria sul declino cognitivo che si verifica in età avanzata, in cui nozioni e concezioni di senilità, demenza, normalità ed invecchiamento sono state oggetto di pratiche di riconfigurazione capaci di influenzare l’esperienza delle persone, di produrre modi di pensare l’anziano e l’anzianità.

L’etichetta malattia di Alzheimer è diventata un paradigma per pensare il disturbo di memoria in età avanzata molto potente, ma anche carico di stereotipi ed intriso di significati terrifici veicolati dai messaggi della biomedicina, che la descrivono come sequela di “perdi-te”: dalla memoria ad altre funzioni cognitive, dalla capacità di autogestione al controllo su di sé. È una patologia vissuta come promessa di annullamento della persona e del sé.

La storia concettuale della malattia di Alzheimer mobilita un approccio critico verso il contenuto dei termini tecnici biomedici, la loro genesi, il loro sviluppo e si configura come un’ occasione per fondare, attraverso i filtri esplicativi ed interpretativi dell’ “antropologia medica”, un ripensamento delle categorie biomediche: proprio perché la storia della malattia d’Alzheimer è anche la storia di una riflessione sul rapporto controverso fra il quadro patologico così designato e l’ invecchiamento normale o naturale.

Il Mild Cognitive Impairment copre la transizione fra l’invecchiamento normale ed una demenza molto precoce, individuando i soggetti destinati a svilupparla in una fase anticipata del declino, tuttavia, la distinzione tra lo stato che il Mild Cognitive Impairment dovrebbe identificare e l’invecchiamento normale è molto labile (PETERSEN R. C. 2004).  Per questi motivi, l’esplorazione delle pratiche diagnostiche correnti del deterioramento cognitivo è molto importante perché quelle ambiguità definitorie tornano, più o meno occultate nella routinarietà di prassi consolidate e nella standardizzazione delle procedure, attraverso i meccanismi che orientano il giudizio clinico e l’emanazione di una diagnosi, e possono agire sia sotto forma di presupposti impliciti soggettivi che poi producono delle scelte.

 Siccome la biomedicina attualmente non dispone di risorse farmacologiche per contrastare il Mild Cognitive Impairment, come non ha strumenti terapeutici efficaci contro l’evoluzione a carattere progressivo e degenerativo della malattia di Alzheimer, intorno alla validità della diagnosi precoce del declino cognitivo si incardinano visioni e percezioni diversificate all’interno della stessa cultura epistemica biomedica: alcuni studi condotti con medici di medicina generale hanno rilevato che, fra di loro, la tendenza alla diagnosi precoce è scoraggiata dal fatto che imporre al paziente un’etichetta nosologica carica di stereotipi e fonte di stigmatizzazione in assenza di terapie efficaci, ritengono, non farebbe che allungare il periodo di malattia senza apportate reali benefici al “malato” (cfr. HANSEN E. C. et al. 2008).

Riferimenti bibliografici:

PASQUARELLI E. (2018) Antropologia dell’Alzheimer. Neurologia e politiche della normalità. Alpes Italia, 2018

PASQUARELLI E. (2011) Dalla malattia di Alzheimer al Mild Cognitive Impairment: il declino cognitivo fra etnoantropologia, storia e pratiche biomedicheUnpublished doctoral dissertation. Università Sapienza di Roma, Italia.

PETERSEN Ronald C. (2004), Mild cognitive impairment as a diagnostic entity, in “Journal of Internal Medicine”, vol. 256, n. 3, pp. 183-194.

HANSEN Emily C. – HUGHES Clarissa – ROUTLEY Georgina – ROBINSON Andrew L. (2008), General practitioners‟ experiences and understandings of diagnosing dementia: Factors impacting on early diagnosis, in “Social Science & Medicine”, vol. 67, n. 11, pp. 1776-1783.

 

 

Il metodo fenomenologico-antropologico, una risorsa nello studio dei protocolli qualitativi per la riabilitazione neuropsicologica

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La fenomenologia è un metodo per comprendere la significatività dell’esperienza vissuta, non vuole spiegare, la descrive a partire dalla fedeltà al fenomeno e l’intersoggettività. <<La fenomenologia husserliana cerca nell’esperienza umana come fenomeno le caratteristiche invarianti, sottolineando in questo modo il valore intersoggettivo delle percezioni. E’ questo il realismo fenomenologico: un realismo intersoggettivo, basato sulla fedeltà al fenomeno, frutto della condivisione dei punti di vista. La realtà secondo Husserl, quindi, non è mai solamente nella mente dell’individuo ma è dentro a un processo condiviso, non solitario, di significazione>> (Ghirotto L.,2016)

Sviluppare un’analisi fenomenologica-antropologica significa dispiegare un’analisi intenzionale, che mette in luce << le differenze di struttura tra il tipo di rapporto intenzionale che col mondo intrattiene l’organismo e quello che con esso intrattengono, invece, gli esseri umani. Per questo, nell’avviare la discussione della differenza antropologica,la fenomenologica analizza, in primo luogo, le strutture intenzionali, o meglio: la correlazione intenzionale e il tipo di mondo che si manifesta in essa. Infatti, a caratterizzare l’organismo è la “povertà di mondo”, dunque un certo tipo di rapporto intenzionale con il mondo che manca interamente nel caso della macchina>>(Costa V., 2010 ).

L’antropologia-fenomenologica (o fenomenologia obbiettiva) intende accedere direttamente ai fenomeni neuropsicopatologici considerandoli nella loro immediatezza semantica,ricercando in essi una articolazione di senso.

L’ indagine fenomenologico-antropologica è interessata alla storia della vita del malato (alla Lebenswelt), non alla sola storia clinicaLe esperienze neuro-psico-patologiche sono viste come modalità diverse di “essere-nel-mondo”, non più considerate come aggregazioni sintomatologiche prive di senso, ma come alterazioni del gesto o comportamento finalizzato, cioè capace di intenzionare un oggetto o un tema nella relazione con il mondo e con gli altri.

L’indagine fenomenologico-antropologica nell’ambito della riabilitazione neuropsicologica ha come scopo di comprendere “chi-è” il malato nel mondo-della-vita (Lebenswelt), analizzando e cercando di dare una sistemazione teorica al problema complesso di come egli riesce ad ambientare le proprie possibilità senso-motorie, di qual’è e com’è lo spazio per il movimento che il malato vive prospetticamente (Longhi L., Gomato L, Pisarri F., 1990).

Solo nel contesto di una indagine fenomenologico-antropologica ciò che separa il “nostro” mondo dal mondo della realtà neuropsicopatologica si fa scientificamente comprensibile e scientificamente modificabile. La comprensione della spazialità abitabile o agibile dal gesto nei malati cerebrolesi, è in grado di indicare i modi concreti dell’agire terapeutico.

L’ alterazione del vissuto spazio-temporale è un elemento fenomenologico e neuropsicopatologico che deve essere riconosciuto nella sua articolata dimensione nei protocolli qualitativi per una prassi riabilitativa adeguata. Non si può parlare di  riabilitazione “qualitativa”, se non simette in pratica una ricerca di qualità, ciò significa accogliere la “visione del mondo” del malato, <<la prospettiva del senso o del significato che alle cose l’individuo dà, intenzionalmente e consapevolmente o no>> (Ghirotto L., 2016).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

Costa V. La questione dell’antropologia nell’analisi fenomenologica –Etica & Politica / Ethics & Politics, XII, 2010, 2, pp. 137-163

Ghirotto L., Il metodo di ricerca e la pedagogia fenomenologica. Riflessioni a partire da Piero Bertolini –  Encyclopaideia XX (45), 82-95, 2016, ISSN 1590-492X

 Longhi L.,Gomato L.,Pisarri F.M., La neuroriabilitazione. Approccio neuropsicologico e versione antropologica – Riabilitazione e apprendimento, Anno 10, n°1, 1990 – Liviana editrice

 

Quale esperienza il malato emiplegico ha del proprio corpo? Verso un approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione neurologica e neuropsicologica

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L’esperienza clinica e riabilitativa con gli emiplegici e la posizione di pensiero fenomenologica portano alla problematica del “chi-è” l’emiplegico; vale a dire non nella sua apparenza emiplegica, bensì nel suo “porsi” emiplegico nel Mondo.

Longhi e coll. (1981) hanno osservato su circa 250 emiplegici dell’ Ospedale S. G. Battista la presenza di una buona percentuale (circa 18%) di sindromi emiplegiche nelle quali accanto alle paralisi di moto volontario della muscolatura appendicolare, vi era un interessamento della muscolatura assiale caratterizzato da un netto ipotono antigravitativo, con ipotono propriocettivo, sinergico e di sostegno cinetico (<ereismatische Motorik di R. Hess), con scarso o nessun aumento dei riflessi propriocettivi e con frequente assenza del riflessi di Babinski.

Dal momento che in tale sindrome gli AA hanno trovato, con una netta frequenza, anche quei disturbi che H. Hecaen e J. Ajuriaguerra hanno indicato come “disturbi di dimezzamento corporeo”, cioè: emisomatognosia, sentimento d’assenza di un’emicorpo (che può essere anche un sentimento di non-appartenenza), l’anosognosia, la alloestesia, l’agnosia spaziale unilaterale, hanno pensato di raccogliere in un’unica “sindrome di dimezzamento”, un assieme di sintomi caratterizzabili fisiopatologicamente secondo una prospettiva fenomenologica … [1981; p. 234]. Longhi e coll. hanno ipotizzato nel quadro emiplegico, nel quale una metà somatica appare esclusa dal punto di vista della motilità volontaria, di quella tonica e tonica cinetica, anche un disturbo dell’esperienza spontanea dei segmenti del proprio corpo ( o somatoestesia).

Quell’esperienza che, K. Conrad (1933), nella sua versione gestaltica, ritiene come l’ <<espressione di un processo globale>>, per cui <<la divisione in parti tattili, ottiche ecc. dei dati della coscienza esplicita del nostro corpo è secondaria. […] Se noi possiamo separare certe parti del corpo, come la mano, il modo ottico, tattile e cinestesico, tuttavia la coscienza del corpo non si costituisce grazie a questi atti isolati; essa è del tutto anteriore a tali atti>> (cit. 1981, p. 226)

Alla versione gestaltica di K. Conrad di un “campo” somatico sul quale possono iscriversi le “figure” percettive ottiche, tattili e cinestesiche, Merleau-Ponty (1945) propone una versione antropologica in cui: <<Il corpo è veicolo dell’essere al mondo, ed avere un corpo significa, per il vivente potersi unire all’ambiente, confondersi con gli oggetti in un impegno continuo>>. Si tratta di due esperienze quella di un corpo abituale e quella di un corpo attuale>> e si deve pensare alla necessità “che il mio corpo sia colto non solo nell’esperienza istantanea, singolare, piena; ma anche sotto un aspetto di generalità….>>

Una tale prospettiva di due esperienze del corpo nell’ipotesi Longhi e coll.,sembra poter unire le varie sindromi di dimezzamento dell’esperienza somatognosica fondate su una comune impressione di “negligenza”, da parte del soggetto, non soltanto riguardo all’emisoma ma anche all’emispazio nel quale la gestualità e la percettività dello stesso si compiono. E’ allora possibile comprendere quei sentimenti di <assenza> o di <non appartenenza> di un emisoma ed il fatto che nella sindrome di eminattenzione questa può interessare contemporaneamente il tatto, la vista, l’udito. <<Anche il fenomeno dell’”estinzione sensitiva” ci dice che il problema non può essere quello di una lesione delle strutture neuroniche che sottendono l’elaborazione degli inputs sensitivi, fino al perceptum; ma piuttosto quello della presenza funzionale, di una variabile “capacità di attenzione” ai modi somatici: siano essi motori, sensitivo-sensoriali o simbolici >> (1981, p.226).

Longhi e coll. (1981) hanno formulato l’ipotesi di una “esperienza”, di un “vissuto” centrale sul quale sembrano incardinarsi tutte le modalità che manifestano la nostra attività neurologica e neuropsicologica. <<Quel “vissuto” centrale che V.E. Gebsattel (1954) ha indicato come l’”ambito di una fisionomia generale sopraindividuale” (1981; cit. p. 227). <Vissuto> centrale al quale è forse riferibile il concetto di “funzione sopramodale” che ricorre spesso nell’ analisi, ad esempio, dei disturbi dell’orientamento spaziale.

La domanda del “chi-è” l’emiplegico e le possibili risposte, possono essere utili nell’ambito della neuroriabilitazione, accanto alle risposte sul “che cosa” sono le singole alterazioni neurologiche del tono, della motricità, nelle sue diverse forme della senso-percettività (Longhi e coll. 1981; p.237).

Lidia Gomato

  1. Longhi L., Cobianchi A.,Corona R., Pisarri F., Puccetti G., “ Il dimezzamento corporeo (H.Hecaen e J de Ajuriaguerra) nella prospettiva neuroriabilitativa” – in: La programmazione della esperienza post-lesionale – Atti del 12° Congresso della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitazione  1981 (a cura di Perfetti C. e Ambrosino N.)
  2. Conrad K. , (cit.1981, da:”Das Korpershema. Eine kritische Studies und der Versuch einer Revision. Ztschr. ges. Neurol. u. Psychiatr.147,346-369,1933)
  3. Gebsattel V. E. v. (cit.1981, da: “Prolegomena einer medizinischen Antropologie. Springer. Berlin, Göttingen, New York 320, 1954)
  4. Merleau Ponty M.  “Phénomenologie de la perception, Gallimard, Paris, 1945; trad. it. Fenomenologia della percezionetraduzione di Andrea Bonomi, II Saggiatore, Milano, 1965.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fase incerta della neurologia tra medicina “specialistica” e medicina “olistica”

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La frammentazione della realtà è un aspetto caratteristico dell’infermità mentale”

F. Capra (scienziato fisico)

Per capire un po’ le problematiche attuali, che si presentano in ambito neurologico e, di riflesso, anche in quello neuroriabilitativo, è utile riassumere i principi della neurologia “specialistica” e “olistica” .

Il principio olistico afferma che le qualità possedute da un tutto (una qualsivoglia totalità) sono diverse e superiori a quelle possedute dalle parti.

Contrariamente a quanto sosteneva il riduzionismo positivistico, non è possibile capire una realtà limitandosi ad analizzarne le componenti isolate: un organismo (un animale, una società, un individuo, un cervello…) è sempre qualcosa di più della somma delle parti.

L’idea olistica è nata nell’ambito della neurologia come una delle due possibili ipotesi relative al funzionamento del cervello. L’idea contraria, di gran lunga più conosciuta e praticata, sostiene il principio di localizzazione, ossia che tutte le funzioni psichiche siano frutto dell’attività di specifiche zone della corteccia cerebrale. Esisterebbero in questo caso aree del cervello deputate all’elaborazione di stimoli sensoriali, altre deputate al linguaggio, alla scrittura, al pensiero astratto e così via. Questa teoria locazionista si impose nell’Ottocento quando il chirurgo francese P. Broca riuscì a dimostrare che il disturbo del linguaggio, definito “afasico” di due suoi pazienti era dovuto a lesioni della parte inferiore del lobo frontale, che doveva essere quindi considerato la sede cerebrale del linguaggio espressivo.

Successive ricerche hanno però dimostrato che le menomazioni cerebrali non portano mai alla definitiva perdita di una competenza: il sistema nervoso possiede una sorta di plasticità che lo pone in grado di recuperare parte delle capacità trasferendo l’attività in altre aree cerebrali (in altri termini il cervello è una macchina in grado di riparare se stessa). Numerose altre conferme fanno oggi preferire il principio olistico: il cervello è sempre implicato per intero in ogni sua attività (almeno quelle intellettualmente complesse) e deve quindi essere considerata struttura integrata.

Il successo della posizione olistica è stato rafforzato dalla fecondità di quest’idea, applicabile con successo anche in altre aree di ricerca: gli psicologi della Gestalt, per esempio, vi hanno trovato una conferma delle leggi gestaltiche della visione e della ristrutturazione percettiva (v. concetto di “Insight”), fenomeni che si rendono comprensibili solo assumendo il principio olistico della priorità del tutto rispetto alle parti.

Dal punto di vista filosofico l’olismo contesta la distinzione cartesiana fra res cogitans e res extensa promuovendo una visione unitaria dell’individuo. L’esperienza sana di sé stessi è un’esperienza dell’intero organismo, corpo e mente. Le infermità mentali sorgono spesso dall’incapacità di integrare le varie componenti di questo organismo. La scissione cartesiana fra mente e corpo e la separazione concettuale degli uomini dal loro ambiente sono sintomi di un’infermità mentale collettiva condivisa dalla maggior parte della cultura occidentale, e come tali sono percepite da altre culture (Nicola U, 1 p. 458).

La contrapposizione tra una medicina “olistica” e “specialistica” appare oggi piuttosto superata, perché il progresso delle conoscenze è tale da non consentire più una separazione.

Nella pratica clinica neurologica però, si opera ancora molto sulla base di vecchie   classificazioni “specialistiche”, pertanto ci sarebbe da chiedersi se allo stato attuale delle conoscenze che ci pervengono dalle scienze di base ” è ancora possibile circoscrivere la neurologia “entro i limiti che rimangono isolati nell’ambito di malattie esclusivamente pertinenti al sistema nervoso” (Barella M; 2), al sapere “specialistico” delle malattie “neurologiche”(come il Morbo di Alzheimer, l’epilessia, il Parkinson ecc), e se questa “può affidarsi unicamente alla persistenza di fondamentali lacune di conoscenza circa la realtà biologica che sostiene tali patologie (Barella M;2).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

Nicola U., Atlante illustrato di filosofia, Demetra 1999 (1)

Barrella M., La trasformazione della neurologia (2) (https://www.paginemediche.it/benessere/storia-della-medicina/la-trasformazione-della-neurologia)

 

 

 

Nel protocollo di valutazione il “Profilo dell’afasico” articolazioni e correlazioni del gesto verbale e non verbale per un approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione

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La fenomenologia, definita “scienza dell’esperienza”, nasce con E. Husserl alla fine dell’800 e si diffonde in Europa nella prima meta del 900 con il contributo di molti autori, tra i quali M. Scheler,K. Jaspers, E. Stein,  J-P Sartre, M. Merleau-Ponty.

La fenomenologia ha dato un contributo metodologico importante al progresso degli studi nell’ambito delle scienze umane: psicologia, pedagogia, sociologia, antropologia, ed anche nelle odierne filosofia della mente e scienze cognitive, conosciute come “Embodied Cognition”. N.Depraz nel libro “Neurofenomenologia” scrive: “appare sempre più chiaramente nelle scienze cognitive contemporanee che un metodo disciplinato di applicazione e di studio dei dati in prima persona sia richiesto in quanto processo di validazione necessariamente complementare allo studio in terza persona della dinamica neuronale di un soggetto (Depraz N. 2006;5)

La ricerca neuropsicologica condotta attraverso il metodo fenomenologico è orientata allo studio dell’esperienza vissuta dei malati, che per principio è logicamente ed empiricamente irriducibile alla funzione neuronale, cioè al cervello. L’esperienza rappresenta il punto di inizio del nostro stare al mondo e comprende, in un intreccio, tre fenomeni: il corpo, il mondo e gli altri.

Lo studio dell’esperienza afasica, da un punto di vista fenomenologico-strutturalista, non può prescindere dal formulare un’ipotesi su come si “costituisce”, si “forma, si “struttura” il linguaggio visto nella sua unità mente-corpo, cioè sulla sua genesi: “l’esperienza possiede, in una sua forma di manifestazione, una struttura, e la ricerca fenomenologica deve rendere evidente questa struttura, mostrando con chiarezza i nodi e le sue articolazioni ……Il metodo fenomenologico nell’ambito di una fenomenologia dell’esperienza: vuole caratterizzare gli atti dell’esperienza, esibendo le loro differenze di struttura (Piana. G, trad. 1998; 6). E’ importante sottolineare che:” i temi fenomenologici non hanno nulla a che vedere con il panorama filosofico e culturale che deriva dalla linguistica……Tra il nostro corpo, il mondo e gli altri si stabilisce una relazione originaria che Merleau-Ponty esprime con la nozione di “struttura”, in questo contesto “la parola struttura rimanda all’idea di uno scheletro, di uno schematismo interno, ad un modo della costituzione interna, all’idea di una forma caratteristica” (Piana G. trad. 1998;6).

L’ottica fenomenologica-strutturalista, per quanto riguarda lo studio del disturbo afasico, inteso come alterazione del comportamento o gesto espressivo-comunicativo  da  cerebrolesione acquisita è particolarmente importante, perché consente al ricercatore di inserire nei protocolli sperimentali dei parametri “qualitativi” inerenti all’esperienza vissuta: del corpo, dello spazio, d’uso della mimica, degli oggetti, della parola.

L. Longhi ha condotto con i suoi collaboratori, delle ricerche neuropsicologiche di indirizzo fenomenologico-strutturalista sul vissuto afasico, visto all’interno della sindrome, più globale, “emiplegica”. Egli scrive: “Il gesto trova una sua dimensione nel rapporto col mondo, che sottende e definisce, i contenuti del mondo stesso, sia come parametri di spazio e di tempo oggettualizzati, sia come contenuti concettuali categoriali..……In senso analogo la parola nasce dall’incontro del soggetto col mondo, in un continuo crearsi e ricrearsi, non è un risultato postumo, essa si rimodella in ogni gesto che la incarna. Si potrebbe anche dire che ogni gestualità porta in sé le potenziali compossibilità delle tematizzazioni che le sono congeniali ( Longhi L 1985; 1).

Sotto questo profilo “è allora possibile il quesito se la convivenza fattuale tra gestualità e tema possa costituire un asse funzionale portante, lungo il quale si succedono i vari modi di tematizzazione del gesto corporeo: dal rapido e fuggevole ammiccamento, alla mimica gestuale, alla pantomima, al disegno, o pittura, o scultura, alla parola (Longhi L, Gomato L. et al. 1981; 2)

Dai risultati delle ricerche suddette, effettuate tramite protocollo sperimentale, il “Profilo dell’afasico”, è stato possibile articolare una classificazione semeiologica delle alterazioni della gestualità verbale e non verbale, da prendere come modello di riferimento per l’impostazione di un progetto riabilitativo fatto su misura del malato (Gomato L. 1996, 2013; 3).

Lidia Gomato

Bibliografia di riferimento:

  1. Longhi L., Afasia, – Trattato di Neurologia Riabilitativa M.M. Formica – Editore Marrapese 1985
  2. Longhi L, Gomato L, Manzetti O, Parenti D, Pigazzi, L, Pimpinella K.., La parola come gesto: La parola: la sua spazialità – Neuroriabilitazione dell’emiplegico – Aspetti teorici e pratici, Editore  Ermes Medica, Roma 1981
  3. Gomato L, .L’Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico, Gomato L.- Rivista Riabilitazione e Apprendimento – anno 16 n.2 – Guido Gnocchi Editore 1996 (ultima versione pubblicata sulla Rivista di “Neuroscienze, Psicologia e Scienze cognitive” anno 2013, net@gmail.com)
  4. Neuroriabilitazione dell’emiplegico – Aspetti teorici e pratici, Editore Ermes Medica, Roma 1981
  5. Depraz N., Mettere al lavoro il metodo fenomenologico nei protocolli sperimentali , “ passaggi generativi”, tra l’empirico e il trascendentale” in Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, (a cura) di Cappuccio M.Bruno Mondadori 2006
  6. Piana G.,.L’idea di uno strutturalismo fenomenologico o di un punto di vista fenomenologico strutturale – Phanomenologie in Italien, edito da Renato Cristin, Verlag Knigshausen & Neumann, Wurzburg 1996 (traduzione italiana dell’Università di Milano facoltà di filosofia, immissione nel sito http://www.filosofia.unimi.it/  1998)

 

 

 

 

LINGUAGGIO E FUNZIONI CEREBRALI DAL PUNTO DI VISTA OLISTICO DELLA PSICOLOGIA DELLA GESTALT

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Una ragione importante di questa relativa indifferenza per l’emisfero destro o «minore», come è sempre chiamato, è che mentre gli effetti di lesioni variamente localizzate nella parte sinistra sono facilmente dimostrabili, le corrispondenti sindromi dell’emisfero destro appaiono molto meno distinte. D’altro lato, è l’emisfero destro che è preposto alla cruciale funzione del riconoscimento della realtà, capacità che ogni creatura umana deve avere per sopravvivere    (O. Sacks)

In Germania, nella prima metà del Novecento, si afferma una teoria che si oppone alla specializzazione emisferica sinistra del cervello per quanto riguarda il linguaggio: si tratta della scuola della psicologia della forma (Gestaltpsychologie), secondo la quale una forma è percepita come un tutto e non si riduce all’insieme delle parti che la compongono. In questo senso si definisce “gestaltico” l’emisfero destro, che interviene in una prima fase di decodifica globale dei messaggi. Secondo queste teorie i due emisferi non funzionano indipendentemente ma cooperano nell’elaborazione dei messaggi. Si può parlare di “specializzazione emisferica” solo in termini di modalità di elaborazione: l’emisfero sinistro è efficace nella comprensione e produzione linguistica perché il suo modo di elaborazione è analitico – successivo si presta alle particolarità fisiche del materiale verbale (ma anche della melodia, se questa viene scomposta in note dall’ascoltatore musicista): catene di elementi discreti, susseguenti nel tempo (lingua e musica orale) e nello spazio (lingua e musica scritta). L’emisfero destro elabora invece l’informazione cogliendola nella globalità, senza preventiva decomposizione, secondo una modalità globalista-simultanea (olistica), come chi non conosce le note e percepisce solo il contorno musicale di una forma melodica. Nella percezione di una frase gli aspetti formali (lessico e sintassi) sono intimamente legati agli aspetti prosodici che veicolano informazioni altrettanto importanti mostrando la complementarità dei due emisferi. Analogamente, nella lettura i segni grafici sono decodificati ricorrendo alle attività cognitive dell’emisfero destro ma contemporaneamente interviene l’emisfero sinistro che individua gli indici linguistici relativi ai significati e alle categorie grammaticali. Lo stesso avviene nella percezione degli oggetti: la percezione della forma fa intervenire di preferenza l’emisfero destro, ma l’individuo possiede anche le conoscenze grazie alle quali è in grado di interpretare cognitivamente l’oggetto come conosciuto, sconosciuto o impossibile (come ad esempio certi disegni dell’artista olandese Maurits Cornelius Escher).

Negli anni Sessanta gli studi sui pazienti epilettici che avevano subito la recisione del corpo calloso (complesso fascio di fibre nervose che permette ai due emisferi, destro e sinistro, di comunicare tra loro) permisero di rivedere l’ipotesi semplicistica della localizzazione del linguaggio nell’emisfero sinistro (Sabatelli M.B, 2010, p.36-37-38).

Un’elaborazione della teoria della forma per quanto riguarda le funzioni cognitive, il linguaggio e il disturbo afasico è dovuta al contributo di Kurt Goldstein (1878-1965). Egli osservò negli ex-combattenti della prima guerra mondiale che un danno del Sistema Nervoso Centrale non produce una menomazione localizzata, ma comporta una modificazione complessa che coinvolge l’intero organismo e i suoi rapporti con l’ambiente. L’afasia, pertanto, produce mutamenti non solo di questa o quella funzione ma di tutta la personalità del malato. Sulla scorta di tali osservazioni Goldstein formulò alcune teorie del funzionamento cognitivo, tra cui quella secondo la quale una persona si esprime ed utilizza il linguaggio in un modo rappresentativo del suo pensare e del suo fare esperienza: prestare attenzione a come un individuo parla abitualmente può condurre ad importanti scoperte sulla sua organizzazione cognitiva. Le analisi dei fenomeni afasici condotte da Goldstein e il ricco materiale da lui raccolto nel corso dei suoi studi risultano ancor oggi utilizzabili tanto per un’ulteriore approfondimento della patologia del linguaggio quanto per lo studio del funzionamento del linguaggio e dei processi cognitivi normali.

Nella prima metà del 900, oltre alla psicologia della Gestalt (Koffka; Köhler; Wertheimer) si è sviluppato un vasto e fecondo insieme di nuove discipline che hanno contribuito a definire quella che, successivamente, è stata riconosciuta come la visione ‘umanistica’ della psicologia e, tra queste, spiccavano l’Olismo (Smuts 1926), la Teoria del Campo (Lewin), la Fenomenologia e l’Esistenzialismo (Buber; Heidegger; Husserl; Kierkegaard; Merleau-Ponty). Oggi molti concetti della psicologia della Gestalt e della psicologia, cosiddetta “umanistica”, per quanto concerne la relazione tra linguaggio e processo cognitivo, sono stati ripresi dalle teorie della complessità e interpretati “come sistemi funzionali dinamici e complessi: si tratta di funzioni sociali per la loro origine, sistemiche per la loro struttura, dinamiche per il loro sviluppo” (Pariente J.C p.12).

Lidia Gomato

 

Riferimenti bibliografici:

Pariente J.C, Il Linguaggio – Edizione Dedalo 1976

Sabatelli M.B, Dalle origini innatiste del linguaggio alle ultime frontiere delle neuroscienze nell’ambito neuro-psicolinguistico e della poliglossia – Tesi 2010 (p.36-37-38) http://othes.univie.ac.at/12823/1/2010-06-22_0005018.pdf

 

Il mondo-della-vita nella prospettiva neurofenomenologica e riabilitativa di L. Longhi

foto Longhi

“Sto passeggiando per le vie del centro con una amica, improvvisamente mi fermo davanti una vetrina, un vestito attira la mia attenzione, mi piace, è di mio gusto, anche la mia amica lo sta vedendo ma le è indifferente; nello stesso momento un uomo con un grosso Rottweiler sta passando accanto a noi, la mia amica si avvicina e lo accarezza, io invece ho paura e mi tengo a distanza”

La fenomenologia ha avuto il merito, in particolar modo con Merleau-Ponty, di dimostrare che nella nostra esperienza, il mondo e gli oggetti non sono affatto neutri. Noi conosciamo il mondo attraverso l’esperienza personale, nel contatto pre-logico che il nostro corpo (o Leib) stabilisce con gli oggetti nel mondo-della-vita (“Lembenswelt” secondo Husserl), cioè nel mondo pratico del quotidiano.

Piaget ha ben dimostrato (1937) come nel bambino, a partire dal caos indifferenziato dell’universo primitivo, la costruzione dell’oggetto e della trama di relazioni spazio-temporo-causali procede di pari passo con la presa di coscienza di sé. L’oggetto non è un’entità indipendente ed autonoma, nasce insieme alla coscienza dell’individualità del bambino ed è il risultato di una preliminare operazione sulle cose.

Gli oggetti non esistono distaccati dal mondo che “io abito”, l’oggetto è maneggevole oppure no, è grande o piccolo, sta in alto o in basso, a destra o a sinistra, in riferimento al corpo che ne fa esperienza. Lo spazio allora rappresenta l’inevitabile cornice di ogni agire percettivo-motorio, non è originariamente lo spazio della fisica o della geometria Euclidea, non è il costrutto logico della nostra conoscenza, ma la sorgente prima della nostra esperienza. E’ uno spazio “operativo” che rende poi possibile la sua successiva astrazione e categorizzazione. Solo perché il mio corpo ha fatto il giro dell’oggetto conosco l’orizzonte e la prospettiva, solo perché l’ho afferrato, l’ho manipolato e l’ho spostato, io posso costituire l’oggetto indipendente, tridimensionale, e posso poi intrattenermi con le cose in operazioni logiche e astratte.

Il biologo Jacob von Uexkull (premio Nobel), nel 1909 ha mostrato, con il concetto di “Funktionkreis” o “circolo funzionale”, come l’organismo nei suoi modi del percepire e dell’agire è un tutto con il Mondo, come questo non sia uno sfondo neutro in cui l’azione e la percezione vengono collocati. Esso è definito prima di tutto come “Merk-welt “o Mondo del percepire e “Wirk-welt” o Mondo dell’agire che insieme danno l’“Um-welt” o Mondo ambiente (Longhi L. 1969). J. von Uexkull” è stato il primo a parlare di un Mondo-Ambiente in biologia, egli scrive: “Gli animali, costituiscono dei mondi individuali suscettibili di far tesoro delle esperienze….  l’”oggetto” entra a far parte del mondo individuale attraverso un “ciclo operazionale”: se le azioni effettuate sono poche, pochi saranno gli oggetti costituenti l’universo individuale, se le azioni sono tante invece, ci saranno altrettanti oggetti. E’ particolarmente facile osservare questi fatti nei cani, che imparano a servirsi, per scopi, diciamo così, canini, di oggetti d’uso dell’uomo, ciò nonostante, il numero degli oggetti che popolano il mondo di un cane è di gran lunga inferiore a quello del nostro mondo personale , il numero degli oggetti si accresce anche nel corso della vita, giacché a ogni nuova esperienza consegue una nuova presa di posizione di fronte a nuove impressioni; in tal modo il soggetto entra in possesso di nuove figure percepite, e di nuove tonalità effettuali.”( J. Von Uexkull, Ambiente e Comportamento p.170). Lo stesso Uexkull sottolinea come alla malattia corrisponda una riduzione di oggetti nel mondo vitale del soggetto.

Il Prof. L. Longhi, in un’ottica fenomenologica, vede lo studio della neurologia come la storia della relazione, del dialogo tra organismo e mondo, cioè all’interno dell’evoluzione del gesto, che comprende l’intenzione, il programma e l’esecuzione verso il fine mirato, e che si articola ad ognuno dei livelli di integrazione del sistema nervoso.

Tale prospettiva trova oggi un valido supporto nelle ricerche sui neuroni- specchio. Uno studio fMRI di Jacoboni et al. (2005), ad esempio, dove i soggetti dovevano osservare tre generi di sequenze filmate che illustravano: azioni manuali di afferramento di una tazza senza un contesto, solo contesto, e azioni manuali di afferramento della stessa tazza all’interno dei due differenti contesti, ha rilevato che l’osservazione delle azioni all’interno del proprio contesto rispetto alle altre due condizioni, ha determinato un significativo incremento dell’attività della parte posteriore del giro frontale inferiore e del settore adiacente della corteccia premotoria ventrale, dove sono rappresentatele azioni manuali. Ciò ha dimostrato che l’osservazione di azioni manuali di afferramento di una tazza all’interno di un contesto attiva le aree premotorie – dotate di proprietà caratteristiche dei neuroni-specchio –  durante l’esecuzione e l’osservazione di un atto motorio ed anche nella comprensione del “perché” dell’azione, cioè dell’intenzione che l’ha promossa.

Lidia Gomato

Iacoboni M., Molnar-Szakacs I., Gallese V., Buccino G., Mazziotta J., Rizzolatti G.: “Grasping the intentions of others with one’s own mirror neuron sistem”. PLOS Biology, 3, 529-535, 2005

Longhi L. Introduzione ad una Neurologia Fenomenologica – Società Editrice Universo, Roma 1969

Longhi L., Manfroni S. Un approccio Antropo-Fenomenologico all’Aprassia – Rivista Neurologia Psichiatria Scienze umane, vo.2, agosto1982 – Il Pensiero Scientifico Editore

Merleau-Ponty M. Fenomenologia della Percezione -Editore Bompiani 2009

Piaget J. la costruzione del reale nel bambino –La Nuova Italia 1979

Uexkull J. Ambiente e Comportamento (p. 170) – Saggiatore 1967

 

 

 

Il laboratorio sperimentale di terapia espressiva di gruppo, a mediazione artistica, per persone afasiche

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Il lavoro sperimentale di Terapia Espressiva di Gruppo per Persone Afasiche, a mediazione artistica, è iniziato nel 2011 presso l’Ospedale di Neuroriabilitazione  S.G. Battista S.M.O.M di Roma ed è un approccio olistico e dinamico alla logopedia, da proporre ai pazienti come supporto alla terapia individuale o successivamente. Esso può essere considerato un passo ulteriore alla riabilitazione del “gesto” verbale e non verbale nel disturbo afasico, proposto dal Prof. L. Longhi nell’ambito di una neuropsicologia di indirizzo fenomenologico.

In questo tipo di approccio ho cercato di integrare l’esperienza maturata nella logopedia individuale dei malati afasici seguendo l’ipotesi longhiana sul “farsi” del gesto verbale con l’esperienza acquisita nell’uso delle nuove tecniche espressive, in un panorama teorico attinto dalla fenomenologia, dall’antropologia,  dalla psicologia della Gestalt, dalla psicologia dell’arte e dalle recenti ricerche delle neuroscienze “incarnate”, in particolare sul ruolo che la corporeità e l’intersoggettività hanno nell’acquisizione e nel recupero del linguaggio.

Lidia Gomato

 

 

 

 

L. Longhi : qual’ è la possibilità di incorporare il linguaggio nei diversi pazienti “afasici” ?

foto Longhi

Il neurofenomenologo (e psichiatra) Lamberto Longhi  nel suo scritto “Afasia” (Longhi L.1985), ha affrontato il problema di una comprensione moderna, dinamica, del disturbo afasico, in grado di superare “il marcato divario che esiste ancora tra le relazioni cliniche dei pazienti (che generalmente comportano esperienze di disturbo) e teorie e pratiche principalmente postulate a livello cerebrale” (Sestito M.T, Raballo A.,Stanghellini G., Gallese V., 2017), tra il corpo vissuto, esperito dall’interno, in prima persona dal malato, e lo studio dal punto di vista oggettivo dalle scienze naturali, come la fisiologia e anatomia (Husserl E. 1993, Merleau-Ponty M.2010).

Oltre ad aver avuto una grande un’esperienza clinica neuropsicologica e psichiatrica, il Prof. L. Longhi era un medico eclettico, con uno spessore culturale internazionale ed interdisciplinare  notevole, qualità che, del resto, condivideva con altri neuropsichiatri italiani di orientamento fenomenologico (B. Callieri, L. Calvi, A. Ballerini, ecc.); ciò gli ha consentito di muovere i primi passi nella comprensione, non semplice, della dinamica esistente nel disturbo afasico tra gli aspetti relativi all’oggetto corporeo e il soggetto corporeo (le esperienze riportate dai pazienti). Egli scrive: “L’analisi statistica delle sedi lesionali responsabili dei disturbi del linguaggio, le più raffinate conoscenze di elettrofisiologia clinica e sperimentale, i dati offerti dalla linguistica e dall’informatica hanno certamente risposto all’esigenza di una collocazione del linguaggio in una più corretta prospettiva ed hanno offerto spazio a nuove possibili ipotesi sull’afasia. Le dimensioni della fattualità linguistica escono così dai limiti della neurofisiologia per così dire strumentale, di laboratorio, per comprendere sia i parametri propri del test neuropsicologico, che sono quelli di una fondamentale funzione di organizzazione, di un comportamento percettivo-motorio tematizzato, e sia i parametri del messaggio verbale nella sua corretta dialettica della produzione-fruizione, nella realtà antropologica dell’incontro fra produttore e fruitore del messaggio” (Longhi L. 1985;p 554).

Longhi ha compiuto uno sforzo nel cercare di mettere insieme il livello oggettivo dell’analisi neuropsicologica del disturbo afasico con il suo corollario esperienziale, ed ha pianificato, con il “Profilo dell’afasico”, un protocollo di ricerca completo che include aspetti derivati dal mondo vissuto dei pazienti.

Lidia Gomato

Bibliografia

Afasia, Longhi L.– Trattato di Neurologia Riabilitativa M.M. Formica – Editore Marrapese 1985 (p.554)

Husserl E., Die Idee der Phanomenologie, Funf Vorlesungen, 1907 (trad.it L’idea della fenomenologia, Laterza 1993

Merleau-Ponty M. La structure du comportament 1942 (trad. it. La Struttura del comportamento, Mimesis 2010)

Sestito M.T, Raballo A.,Stanghellini G., Gallese V., Embodyng the Self: Neurophysiological Perspectives on Psychopathology of Anomalous Bodily Experiences – www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnhum.2017.00631/full