LE SPAZIALITA’ PROSPETTICHE O AGIBILI DEL GESTO FINALISTICO

foto Longhi

Tratto da Lamberto Longhi “Appunti sulla fenomenologia del movimento volontario” Rivista di Neurobiologia – Università di Perugia – Vol. IX – Fasc. 1 – 1980e liberamente modif. da Lidia Gomato

Longhi pone il problema se l’esperienza della volontarietà, nel movimento finalistico, possa correlarsi ad un progetto psichico del movimento oppure all’esperienza di un “dis-porsi” dell’organismo al gesto finalistico, cioè nel momento dell’approntamento tonico del “corpo-soggetto” sul piano di una coscienza intenzionale ed in uno spazio prospettico caratterizzato dalla presenza di gradienti direzionali.

Ci ha confortato nella nostra ricerca sulle spazialità prospettiche il fatto che un filosofo Karl Popper ed un neurofisiologo John C Eccles, si sono messi insieme per scrivere un libro dal titolo “ The self and its brain” (Springer International 1977), proprio per vedere le strutture neurofisiologiche nelle loro possibili valenze nell’ambito dell’esperienza del Sé. Quell’esperienza che sembra, sotto diversi aspetti, il denominatore comune, ad esempio, di tutte quelle sindromi per le quali Hecaen e Ajuriaguerra hanno usato il termine di “dimidiation corporelles” e che vanno dalle eminattenzioni, tattile, visiva ed acustica, al disorientamento destro-sinistro, all’estinzione sensitiva, alla allocheiria, all’emisomato-agnosia, all’anosognosia, fino all’illusione del sosia. Sindromi la cui fisiopatologia non appare riconducibile a deficit afferenziali estero o propriocettivi; bensì ad un’alterata disponibilità di una metà del proprio corpo e/ o dello spazio normalmente abitabile dallo stesso. Potremmo dire di un Sé che non dispone più di una propria metà.

Dai nostri tests sulle “indicazioni prospettiche” l’unica variabile è una variabile direzionale: il soggetto doveva disporsi all’indicazione richiesta, verso destra e verso sinistra, nella prima ricerca, verso l’alto e verso il basso, nella seconda. Quando tale variabile direzionale non era più presente, come nel test con linea di meta circolare, gli scarti delle indicazioni prospettiche da quelle geometriche, sia nei soggetti normali, che nei cerebrolesi, si riducono nettamente e non mostrano più alcuna sistematizzazione. In altri termini, nelle situazioni nelle quali il soggetto normale nel suo dis-porsi orientato al gesto dell’indicazione manifesta nel suo comportamento un’azione più netta del gradiente di orizzontalità o di verticalità, il soggetto cerebroleso mostra in modo ancor più netto tale azione.

Dalle nostre ricerche l’aumento degli scarti suddetti sembra verificarsi quando, in un certo senso, l’organismo nel suo approntarsi, esce dalla postura di equilibrio tonico simmetrico: quella cioè della stazione eretta con allineamento simmetrico dei vari segmenti corporei, per volgersi-verso qualcosa nell’ambiente. Questo è il momento in cui il soggetto ha l’esperienza di “potersi muoveree quella di “poter percepire”. Vale a dire il momento di esperienza di “volontà” che accompagna il movimento volontario (pp. 67-68).

Non c’è dubbio che i parametri per mezzo dei quali la fisica descrive il moto sono lo spazio e il tempo. Entro un tale quadro di riferimento tutto è oggetto. Pertanto se si vuole descrivere il movimento animale e quello umano in particolare, è inevitabile che anche l’animale e l’uomo vengano considerati come oggetti. Tuttavia parlando di movimento volontario, un tale attributo sembra portarci di necessità ad un uomo che è anche soggetto, poichè senza soggetto l’attributo di volontario manca di ogni possibile sostegno logico.

Per cercare una via d’uscita a tale impasse, ci si può chiedere, con la moderna ricerca antropo-fenomenologica, se il dispiegarsi della nostra conoscenza dell’uomo, conoscenza che va dall’uomo-soggetto all’uomo-oggetto, non possa anche costituire un’ipotesi di lavoro che ponga lo spazio-tempo geometrico al termine, ad un polo, del dispiegarsi che inizia con uno spazio-tempo soggettivo o anche fisionomico, nel senso di J. Zutt per il quale, l’ambito del fisionomico è precisamente l’ambito dei modi dell’esistere umano.

Ci sembra lecito chiederci se lo spazio e il tempo siano “nel movimento” piuttosto che il movimento sia nello spazio e nel tempo. Ci è sembrato allora interessante impostare una ricerca che mirasse a cogliere lo spazio e il tempo “nel movimento”Ricerca che ci è sembrato trovare uno spazio privilegiato nell’ambito dei soggetti neuromotulesi nei quali un livello di integrazione senso-motoria, in qualche modo diminuito, poteva in ipotesi , mettere più facilmente in evidenza le spazialità del nostro movimento volontario (pp.70-71)”.

 

 

 

 

 

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Rizzolatti : corporeità, movimento, percezione e la crisi della psicologia cognitiva

Il modello classico delle scienze cognitive, per il quale il cervello era sostanzialmente un computer, un elaboratore di informazioni provenienti dall’esterno, è oggi in crisi, perché la “macchina” non può rendere conto di problematiche inerenti la corporeità, come il movimento, la percezione in tutte le sue forme, l’unità dell’Io, ecc.

Secondo G. Rizzolatti e molti altri neuroscenziati moderni, per avere una visione del funzionamento del sistema nervoso la scienza ha bisogno di un panorama concettuale ampio, come quello della fenomenologia o della psicanalasi.

Nelle ricerche di Rizzolatti e coll. il movimento risulta sempre più un fattore fondamentale per la costruzione della percezione, compresa quella dello spazio; il sistema motorio sembra garantire un’elaborazione degli stimoli non dall’esterno, come nella concezione classica della psicologia cognitiva, ma dall’interno dell’organismo. L’acquisizione di tali conoscenze porta a un rovesciamento di prospettiva anche negli approcci riabilitativi.

LA CORPOREITA’ E IL CORPO DELLA SCIENZA E DELLA MEDICINA

Galimberti

Tratto da un’art. di U. Galimberti “ L’invenzione dell’anima” Repubblica 5/03/2005 e liberamente modif. da Lidia Gomato

 Il nostro corpo vivo, impegnato nell’esistenza, non è l’organismo che la scienza, per sue esigenze metodologiche descrive, eppure sempre più ci andiamo identificando con esso.

L’organismo non è infatti, lo sguardo che vede qualcosa per me, o il braccio che si protende per afferrare qualcosa per me, ma sono io questo sguardo che ispeziona, così come sono io questo braccio che afferra.

L’io non si distingue dal corpo, non dispiega un’esistenza in cui il corpo compare come uno strumento. Io sono davanti al Mondo, non davanti al mio corpo, per questo si dicono “alienati” coloro che vivono il corpo come “altro” da sé, come qualcosa del mondo, da cui l’io è diviso.

Il piacere non può mai essere, localizzato, delimitato ad un punto del mio corpo. Il piacere infatti, coinvolge l’esistenza nella sua totalità e la rende piacevole. Non è solo il mio corpo che sente, ma sono io che coincido pienamente con la sua sensazione, perché pienamente al mio corpo mi sono concesso. Il piacere di un bacio non è qualcosa che registra la mia mucosa, ma qualcosa che invade il mio essere. Il “bacio” quindi, come tutti i nostri gesti, chiama il mio corpo ad un ordine di significati che prima di quel gesto erano insospettati.

Se il corpo non è prima di tutto un campo di gioco di forze biologiche, ma un’originaria apertura al mondo, il modo in cui l’esistenza vive il proprio corpo rivela il modo in cui vive il mondo. Finché non ci libereremo di questa mentalità dualistica, che accanto al “corpo”, ridotto a pura materia organica, colloca la “mente” (ex-anima) vivremo, separati dal nostro corpo, un’esistenza mancata. Il corpo è un significante, un nucleo di significazione che non rinvia ad una cripticita’ psichica. La medicina ha una grande responsabilità rispetto al perdurare di questa alienazione, perché al “Leib”, cioè al corpo vissuto (termine usato per la prima volta da Husserl, padre fondatore della fenomenologia) possa essere, finalmente restituita la sua vera identità, non più reificata o peggio scissa dal “Korper”, ossia dal corpo anatomico.

 

Lamberto Longhi alla ricerca della complessità dell’organizzazione del “gesto” nell’esperienza clinica neurologica

foto Longhi

Tratto da L. Longhi “Riflessioni sulla semeiologia neurologica” in Neuroriabilitazione dell’Emiplegico: Aspetti teorici e pratici – Ermes Medica 1981

e liberamente modific. da Lidia Gomato

 Il movimento è automovimento, esso è un muoversi dell’organismo nel suo ambiente ed è un muoversi in una coerenza ordinata, in una struttura in cui può situarsi.

Ora se il movimento o la senso-motricità, è il cardine dell’ordinamento organismo-ambiente, un’alterazione del muoversi, nel suo momento esecutivo, e ancora di più nel suo momento dispositivo, cioè quello di farsi atto all’uso, non può non incidere sull’ordinamento in questione, nel senso che già dopo la lesione , e successivamente , si avranno degli ordinamenti organismo-ambiente che vanno presi in considerazione per una migliore comprensione dei deficit percettivo-motori e dei modi del loro evolversi.

L’ottica antropologica-fenomenologica ci permette una migliore comprensione del fatto clinico e con ciò una migliore interpretazione del “segno” clinico. Il segno clinico è un modo, fra i possibili modi di essere di un sistema; quindi va compreso nell’ambito dell’esperienza neurologica, in un’”osservazione” di ciò che si mostra nel suo apparire sul suo sfondo antropologico.

L’esperienza neurologica può essere compresa come manifestazione dello stato-post-lesionale del sistema organismo-ambiente. Stato che può essere “compreso” attraverso una riduzione del dato semeiologico in parametri spazio-temporali prospettici e in quello di organizzazione di una certa “ coerenza ordinata” (motricità correlata al mondo esterno e al corpo stesso, propria dell’organismo vivente), cercando di cogliere la vulnerabilità di tale “coerenza ordinata” alle variazione della situazione “organismo ambiente”.

In tal modo il “segno” non è direttamente legato ad una lesione del S.N.C, esso va visto come correlazione con altri segni nell’’ambito delle modificazioni del rapporto organismo-ambiente.

Ciò che dovremmo chiederci è se “le componenti patologiche” non rappresentino anch’esse delle sequenze comportamentali che mirano a stabilire pur sempre una “coerenza” organismo-ambiente, per cui la loro interpretazione non può restare entro una supposta economia energetica del S.N.C..

Le ricerche fatte assieme ai miei coll.: test dell’indicazione prospettica negli emiplegici, test dei bastoncini negli afasici e negli emiplegici sinistri, rappresentano un approccio antropologico-fenomenologico alla neurofisiopatologia e correlativamente , alla semeiologia neurologica (pag. 76).

 

Il movimento, l’uso dell’oggetto e la costituzione di uno “spazio abitabile”

camera di magritte

Lidia Gomato

L’oggetto che nomino non assume il suo significato solo al momento della sua designazione verbale, né dalla sua collocazione in una rete logico-linguistica: esso lo possiede perché l’uomo nella sua relazione col mondo ha stabilito con esso un rapporto, un valore d’uso attraverso il movimento, la manipolazione. In prima istanza, l’oggetto non esiste distaccato dal mondo che “io abito”, l’oggetto è maneggevole oppure no, è grande o piccolo, sta in alto o in basso, a destra o a sinistra, in riferimento al mio corpo che ne fa esperienza.

Il biologo Jacob von Uexkull, che per primo introdusse in biologia il concetto di “ Umwelt” cioè di “Ambiente”, ha descritto molto bene nel suo libro (Ambiente e comportamento” Saggiatore 1967) come l’”oggetto” entra a far parte del nostro mondo individuale attraverso un “ciclo operazionale”: se le azioni che possiamo effettuare sono poche, pochi saranno gli oggetti costituenti l’universo individuale, se le azioni sono tante invece, ci saranno altrettanti oggetti nel nostro ambiente. Nel caso della malattia ad esempio, “la strabocchevole varietà delle cose esistenti si sarà ridotta ad un ben povero mondo, ma in compenso aumenta la sicurezza: essendo assai più facile comportarsi in modo conveniente in mezzo a pochi, che non frammezzo a molti oggetti. Gli animali, (non solo l’animale uomo) costituiscono dei mondi individuali suscettibili di far tesoro delle esperienze, il numero degli oggetti invece, si accresce anche nel corso della vita, giacché a ogni nuova esperienza consegue una nuova presa di posizione di fronte a nuove impressioni; in tal modo il soggetto entra in possesso di nuove figure percepite, e di nuove tonalità effettuali. E’ particolarmente facile osservare questi fatti nei cani, che imparano a servirsi, per scopi, diciamo così, canini, di oggetti d’uso dell’uomo, ciò nonostante, il numero degli oggetti che popolano il mondo di un cane è di gran lunga inferiore a quello del nostro mondo personale (pg 170).

Dal punto di vista estetico Magritte, nel dipinto della sua “camera”, mette ben in evidenza il concetto espresso da Uexkull: gli oggetti che fanno parte del mondo individuale dell’artista, sono quelli con i quali ha stabilito un rapporto d’uso, essi non sono percepiti e rappresentati tutti allo stesso modo, quelli di dimensioni più grandi hanno un valore, un significato particolare, predominante rispetto agli altri.

 

I mondi individuali degli animali e degli uomini: il contributo di Jakob Von Uexkull alla biologia e alla biosemeiotica

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“Non esiste un mondo unico, così come non esiste un tempo e uno spazio unico”

Il lavoro di Jakob von Uexkull ha cercato di dimostrare che non solo i mondi umani sarebbero diversi uno dall’altro, ma anche i mondi animali; quest’esperienza è alla nostra portata tutti i giorni, non solo nelle relazioni umane ma anche nella nostra relazione con gli animali domestici.

Tratto da un articolo di Filippo Trasatti e liberamente modif. da Lidia Gomato

 Gli studi pioneristici del biologo e zoologo Jakob Von Uexkull (premio Nobel) hanno avuto dei riflessi importanti in differenti campi della ricerca del XX sec.: dalla teoria dei sistemi di Ludwing von Bertalanfly, all’etologia di Konrad Lorenz e Nicolaas Timbergen, alla semeiotica di Thomas Sebeok che lo definì “il Signore dei segni”, alla cibernetica, alla filosofia di pensatori come Heidegger e Deleuze.

Partito da ricerche neurofisiologiche sul movimento degli invertebrati e sui meccanismi di percezione, arrivò a definire il concetto di “circolo funzionale” per illustrare il comportamento animale come un processo di autoregolazione, come un sistema cibernetico. Si trattava di una reazione contro il modo di intendere i viventi come macchine, per quanto complicate, dimenticando che la funzione delle parti degli animali e dei loro organi si comprendono solo in relazione all’ambiente a cui rispondono, con cui sono in risonanza.

Il mondo-ambiente (Umwelt) presenta degli elementi, dei segni portatori di significato per un soggetto vivente, segni, marche, che sono del tutto diverse in relazione ai differenti apparati percettivi-motori, e alle caratteristiche fisiche di ciascuna creatura vivente.

Cosicché quello che consideriamo uno spazio fisico, ad esempio una foresta, assume un significato del tutto diverso per la civetta, il toporagno, il boscaiolo. Il mondo che consideriamo unico è un’illusione: ci sono invece molteplici mondi individuali interconnessi l’uno con l’altro, come mappe diverse di uno stesso territorio sovrapposte.

Il grande merito di Uexkull è stato quello di aver mostrato i vari mondi che esistono per differenti animali, non solo i grandi animali ma anche quelli piccolissimi come il “mondo della zecca”, di aver mostrato l’animale come soggetto dell’esperienza e non come mero oggetto della sperimentazione dell’uomo.

Nel suo libro “Ambiente e comportamento”, tradotto in italiano dal Saggiatore nel 1967, si trovano diverse illustrazioni di come lo stesso ambiente, ad esempio una camera arredata con un tavolo, due sedie, una libreria, una cassettiera e un divano, può essere vista dall’uomo, dal cane e dalla mosca con una percezione cromatica differente.

https://ecolescienzaaperta.wordpress.com/2011/01/15/piacere-barone-von-uexkull/

 

 

 

 

FUNZIONALITA’ E FENOMENOLOGIA NEL SOGGETTO PATOLOGICO

corpo vivo e corpo meccanico

Molte delle tematiche sollevate dalla fenomenologia sono state riprese come oggetto di studio dalle scienze cognitive e dalle neuroscienze, alcuni argomenti però, come quelli inerenti all’intenzionalità, alla corporeità e alla creatività, sono rimasti un po’ ai margini.

Dal momento che molti dei modelli riabilitativi proposti protendono per un approccio funzionale, mi è sembrato utile oltre che interessante, rispolverare alcune riflessioni del Prof. Mario Manfredi, neurologo e psichiatra, su un aspetto fondamentale dell’esperienza patologica delle persone con cerebrolesioni acquisite, quella del “sentire il proprio-corpo” che non coincide con l’esperienza di “avere un corpo”, funzionante come una macchina più o meno intelligente.

Il dibattito tra scienze umane, neuroscienze e scienze cognitive è al momento molto fertile, si parla tanto di “complessità” e di “coscienza”, per stare al passo con i tempi ed operare delle scelte responsabili a noi terapeuti spetta il grande compito di acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che andiamo proponendo ai nostri pazienti.

tratto dal libro di Mario Manfredi “ L’irrazionale vissuto”(1971) e liberamente modif. da Lidia Gomato

” C’è ragione di credere che il quesito sulla funzionalità, pur se centrale in un tentativo di comprensione complessiva dell’esser malato, non sia decisivo in un’analisi di tipo fenomenologico.

Un fatto che emerge è che comunque la malattia provoca una crisi di intenzionalità, per motivi di reazione al morboso, mutano gli oggetti dell’attività intenzionale oppure si spezza l’unità sensibilità, intelligenza e motilità che M.Merleau-Ponty definisce “arco intenzionale”. La deformazione dell’intenzionalità coincide con la perdita o l’alterazione della facoltà di porsi in situazione, l’essere situazionale si restringe all’ambito degli oggetti che hanno a che fare con la sofferenza e la menomazione. Il malato attua la sua progettazione mondana attraverso la valorizzazione del residuo materiale disponibile, tuttavia la progettazione patologica non è sempre e soltanto l’adeguamento della progettazione al patologico, cioè la scelta delle possibilità che rimangono accessibili. A questa progettazione, condizionata dal restringimento dell’accessibilità del mondano, e posta sotto il segno del riduttivo e del deficitario, se ne affianca un’altra capace di rinvenire nel patologico possibilità positive. Ad un livello più elementare, la progettazione patologica è resa possibile dal fatto che i processi percettivi e attivi anche elementari, a cominciare dai riflessi, non costituiscono la cieca risposta a stimolazioni esterne, ma obbediscono al disegno di “situazionamento” e si inseriscono in quella “veduta pre-oggettivache è lo stesso essere al mondoCosì si spiega come certi contenuti percettivi e certe capacità motorie sono persi anche se non si è ancora perduto il contatto sensoriale , ciò che si è rotto è il contatto vitale con il mondo. Queste osservazioni di M.Merleau-Ponty sono utili al discorso sulla “progettazione patologica” in quanto aiutano a capire che quest’ultima resta in qualche misura indipendente dal potenziale percettivo e motorio effettivamente a disposizione del malato, lo trascende e lo dispone in un disegno di più largo respiro. La trasformazione patologica dell’essere al mondo si specifica come deformazione delle strutture vissute del corporeo, dello spazio e del mondo-ambiente, dell’alterità, della temporalità e del linguaggio. Il soma, come ciò che è primariamente colpito nella patologia fisica, aspira ad occupare tutto lo spazio vissuto”.

Corporeità e linguaggio: il problema del vissuto corporeo nell’esperienza afasica

magritte 2

La descrizione accidentale e asistematica delle qualità della funzione comunicativa negli afasici non è lo scopo di un’analisi antropologica-fenomenologica, che si prefigge di reperire le articolazioni, le modalità, le possibilità nel malato di “generare senso”, di “simbolizzare”, attività dalla quale la corporeità non può essere esclusa. Un fatto emerge nell’osservazione del disturbo afasico ed è che comunque la malattia provoca una crisi di intenzionalità. Per motivi di reazione al morboso mutano gli oggetti dell’attività intenzionale, oppure si spezza l’unità sensibilità, motilità ed intelligenza che M. Merleau-Ponty ha definito come “arco intenzionale”. La deformazione dell’intenzionalità coincide con la perdita o con l’alterazione delle facoltà di “porsi in situazione”; l’ambiente si restringe ed il malato attua la sua progettazione mondana attraverso la valorizzazione del residuo materiale disponibile. Ad un livello più elementare, la progettazione patologica è resa possibile dal fatto che i processi percettivi e attivi anche elementari, a cominciare dai riflessi, non costituiscono la cieca risposta a stimolazioni esterne, ma obbediscono ad una pre-programmazione di “situazionamento” e si inseriscono in quella “veduta preoggettiva” che è lo stesso “essere al mondo”. La trasformazione patologica dell’”essere al mondo” si specifica come deformazione delle strutture vissute del corporeo, dello spazio, del mondo-ambiente, della temporalità e del linguaggio; tali strutture costituiscono l’oggetto di studio dell’analisi antropologica-fenomenologica applicata ai disturbi neuropsicologici. L’approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione dell’afasico si pone in un ottica moderna di concezione del linguaggio, che non può essere limitata al solo aspetto linguistico e che deve comprendere una “teoria della significazione”.

Corporeality, usability and livable space: new parameters for the anthropological-phenomenological assessment of aphasia and a new rehabilitative approach

Corpreality

 

Al Cplol Congress 2015 di Firenze, nella session poster del 9 maggio, ho presentato un lavoro di ricerca che aveva lo scopo di saggiare la capacità previsionale  del protocollo qualitativo il “Profilo dell’afasico” e il “test dei bastoncini”, messi a punto dal Prof. Lamberto Longhi e coll. dopo una serie di lavori di ricerca ad indirizzo antropologico-fenomenologico svolti in ambito neuropsicologico.

ABSTRACT

Lidia Gomato

S.G.Battista S.M.O.M Hospital, Roma, Italy

Objective: The phenomenological is the theory of knowledge through perception. The phenomenological method has the assignment of showing the correlations and the co-production between the subjective and objective dimension of an individual. Neurophenomenology aims to study the human experience systematically [2].

The neurophenomenologist Professor Longhi (1909-1997) has suggested a systematic classification of experience aphasic. Studies of aphasia Longhi try to prove that a alteration the finalized gesture, oriented in time and space, is at the base of aphasic disorder and that in aphasic patients the use of verbal gesture is more compromised in those patients who have difficulties in structuring praxic gesture and iconic gesture [3].

Methods: The study of Longhi and al. [4], performed with the neurophenomenological approach, have been conducted on 40 aphasic patients at the neurorehabilitation center of S.G. Battista S.M.O.M hospital in Rome. The aim of this study was to analyze, by using the functional evaluation protocol “Aphasic profile”, the aphasic disorder according to three new parameters: the corporeality, the usability and the livable space for to identify:

  1. the substructure most compromised
  2. the substructure less compromised
  3. the substructure which should be taken into greater consideration
  4. the substructure which may represent a possible way of facilitating functional recovery

Results: The results of this study, obtained from probabilistic analysis, showed two different behaviors of the aphasic patients: a first group of 27 patients, who did not have prominent difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed, even if at a reduced level, a causal management of the verbal gesture during a theme realization. In these patients the lesion was not so severe to completely damage the remaining brain tissue, thus the semantic level of the verbal gesture was still possible. On the other hand, a second group of 13 patients, showing marked difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed an random management of the verbal gesture, which never reached the level of a theme communication, but instead stopped at a pre-semantic level.

Conclusions: The protocol “Aphasic profile” has proven to be a useful tool for [1].:

1 – to predict the possibility to recovery;

2 – to define the therapeutic target

3 – to choose the most appropriate rehabilitation strategy to achieve the objective

 References

  1. Gomato L., Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico. Rivista di Neuroscienze, Psicologia e Scienze Cognitive, (speciale afasia) novembre 2013
  2. Cappuccio M., Neurofenomenologia,– Bruno Mondadori 2009
  3. Longhi L., Afasia. In: Trattato di Neurologia Riabilitativa Marrapese 1985
  4. Longhi L., Gomato et al., La parola come gesto; la sua spazialità. In: Neuroriabilitazione dell’Emiplegico. Ermes Medica 1981

Il tempo e lo spazio vissuto. Qual è l’esperienza dello spazio-tempo nei soggetti cerebrolesi?

tempo e spazio

Il fenomeno del tempo e dello spazio percepito nella nostra esperienza, non coincide totalmente con il tempo-spazio fisico, ce lo conferma oggi anche la scienza della fisica ( Stefan Klein “ Il tempo: la sostanza di cui è fatta la vita” Ed. Bollati Boringhieri). C’è un tempo e uno spazio esterno che misuriamo con orologi, calendari, metri ecc., ai quali siamo arrivati attraverso un percorso evolutivo e c’è un tempo e uno spazio percepito dall’organismo vivente nel suo muoversi nell’ambiente.
Ad esempio, le mosche sembrano prevedere dove arriverà la nostra mano quando cerchiamo di schiacciarle perché per loro è come se ci muovessimo a rallentatore. Grazie al metabolismo più veloce del nostro, una mosca elabora infatti più in fretta di noi le informazioni visive che arrivano al suo cervello sui cambiamenti della luce, quelle che danno il senso del tempo, per una mosca il tempo scorre quattro volte più lento che per noi. La percezione del tempo e dello spazio varia anche da persona a persona e, per una stessa persona, da momento a momento.
La percezione del tempo e dello spazio è alterata nei malati con cerebrolesioni, questa esperienza, soggettiva va studiata caso per caso con degli strumenti idonei, non sono più sufficienti i tests maturati in passato quando tali conoscenze non erano ancora acquisite; noi terapeuti che operiamo nel campo dei disturbi neuropsicologici in età adulta, dobbiamo fare i conti con l’esperienza del soggetto in terapia. La fenomenologia, scienza che studia la conoscenza dell’uomo a partire dalla percezione, ha dato un grande contributo con E. Husserl, già dalla fine dell’800, nel cercare di introdurre le problematiche inerenti all’”esperienza soggettiva” nell’ambito della scienza epistemologica tradizionale orientata a rilevare il puro “dato oggettivo”. Il neurofenomenologo L.Longhi ha dato un interessante contributo alla psico-neurologia moderna, studiando la percezione dello spazio-tempo nei soggetti cerebrolesi in generale e negli afasici in particolare.