Il contributo degli studi di L.Longhi sull’esperienza cosciente nell’organizzazione dello spazio nei malati con C.A. Approccio Neurofenomenologico alla Riabilitazione

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Il vissuto del soggetto nell’ottica neurofenomenologica, è per principio logicamente ed empiricamente irriducibile a una funzione neuronale, la coscienza è un’emergenza che richiede l’esistenza di questi tre fenomeni: il corpo, il mondo e gli altri.

Merleau-Ponty ha scritto ampiamente circa l’importanza dell’organizzazione spaziale per la salute dell’uomo. Un contributo alla conoscenza del mondo dei pazienti in seguito alla cerebrolesione può dunque derivare dalla descrizione della loro organizzazione spaziale, che è in realtà fondamentale per qualunque esperienza del mondo umano.

Appare sempre più chiaramente nelle scienze cognitive contemporanee che un metodo disciplinato di applicazione e di studio dei dati in prima persona sia richiesto in quanto processo di validazione necessariamente complementare allo studio in terza persona della dinamica neuronale di un soggetto ( Depraz 2006).

Le neuroscienze ritengono oggi che l’”esperienza vivente” sia distribuita, non localizzata in specifiche strutture del cervello e che essa costruisca sè stessa ininterrottamente. E’ dai movimenti nello spazio che siamo in grado di costruire una mappa dei nostri movimenti e questo assume una forma in funzione dei nostri scopi. Poincaré già nel 1913 scarta l’idea di un presunto senso spaziale in grado di fornirci la localizzazione delle sensazioni all’interno di uno spazio già definito e rapporta la percezione dello spazio circostante direttamente al nostro corpo, detto anche spazio peripersonale, cioè a portata di mano, vicino. Egli introduce i concetti di “rappresentazioni delle sensazioni” e di “molteplici parate” che sono in grado di spiegare molto bene come attraverso il movimento finalizzato si venga a costruire quella piccola parte dello spazio che definiamo peripersonale e afferma inoltre, che siccome tali atti coinvolgono le parti più elementari del sistema nervoso, essi non sarebbero una conquista dell’individuo bensì della specie, tanto è vero che ne riscontriamo traccia anche nel neonato. Secondo questo ragionamento la conquista di uno spazio peripersonale secondo le direzioni vicino-lontano deve essere stata la prima in ordine temporale perché in sua assenza la difesa dell’organismo sarebbe stata impossibile. Se iscriviamo nel quadro dell’evoluzione la dicotomia vicino-lontano e la connessione tra le possibilità motorie delle varie parti del corpo con modalità di codificazione delle relazioni spaziali, lo spazio non viene più rappresentato “per sé” bensì la sua costruzione dipende dall’attività dei circuiti neurali la cui funzione primaria è quella di organizzare l’insieme dei movimenti, sia pure con effettori diversi (braccio, mano, bocca, occhi, ecc.) i quali consentono di agire sull’ambiente circostante localizzandone possibili opportunità e/o minacce. (Rizzolatti, Sinigaglia 2006: 68,69).

Le ricerche svolte da L. Longhi e coll. nella prospettiva neurofenomenologica, sulle “ spazialità prospettiche”   nei malati  con emiplegia desta e sinistra,  hanno dato luogo all’ideazione del test dei bastoncini  che si è dimostrato efficace, ad esempio, nel cogliere l’alterazione o la possibilità di strutturazione dello spazio già a partire dall’ “orientamento direzionale”.

Lidia Gomato

“ So quel che fai” G. Rizzolatti, C. Sinigaglia – Ed Raffaello Cortina 2006

“ Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente” M. Cappuccio Ed. Bruno Mondadori 2009

“ Un contributo al metodo in Riabilitazione” L.Gomato- Rivista Sistema Nervoso e Riabilitazione 2004

“ Le spazialità prospettiche. Gradienti direzionali” L. Longhi, F. Pisarri, G. Puccetti, I. Zani – Rivista di Neurobiologia – Università di Perugia 1980

“ La parola come gesto: la sua spazialità” L.Longhi, L. Gomato, O. Manzetti, K. Pimpinella, D. Parenti – Neuroriabilitazione Dell’Emiplegico. Aspetti Teorici e Pratici. 1981

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“IL PROFILO DELL’AFASICO” E’ UN PROTOCOLLO IDONEO A COGLIERE I SEGNI QUALITATIVI DEL “FARSI” DELL’ESPERIENZA COSCIENTE E DEL LINGUAGGIO NEI MALATI AFASICI

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La parola non è un oggetto estraneo all’Io che parla e che ascolta; essa invece è uno dei modi del dispiegarsi del Sé, l’afasia pertanto va posta come gesto del Sé e come momento del dispiegarsi di un “significare” che può mostrare ancora una correlazione, più o meno evidente, con la gestualità.

Lamberto Longhi (Afasia 1985)

Una debolezza riscontrata dal mondo scientifico nei modelli materialisti, sia essi riduzionisti o funzionalisti, che sottendono i classici approcci logopedici di rieducazione dell’afasia è che essi sono incompleti, perché non sono in grado di cogliere il carattere qualitativo dell’esperienza cosciente  legata ad un punto di vista unico e soggettivo. Gli aspetti qualitativi dell’esperienza cosciente, come vari autori hanno evidenziato (T. Nagel, F. Jackson e D. Chalmers), non sono riducibili alla sola struttura fisica, cioè al cervello in sé, ed il tentativo di ottenere una maggiore oggettività in questo campo non può che allontanare dalla reale natura del fenomeno, che è quella che l’individuo sperimenta fenomenologicamente in “prima persona”.

Nell’attuale panorama scientifico quindi, che ha accettato la “sfida della complessità”, l’analisi fenomenologica dell’esperienza cosciente e del linguaggio nei malati afasici, che è alla base della semeiologia del disturbo afasico proposta dal Prof. L. Longhi, valutabile tramite il protocollo “Il PROFILO DELL’AFASICO” (L. Longhi, L. Gomato e coll. 1981, L. Longhi 1985, L.Gomato 1996, 2013), rappresenta un’importante contributo ad un approccio riabilitativo moderno in tale ambito, supportato  oltre che dall’esperienza diretta  pluriennale a contatto con le persone afasiche  anche da evidenze scientifiche ottenute più recentemente dalle ricerche delle neuroscienze e scienze  cognitive “incarnate”.

Lidia Gomato

Che cos’è la neurofenomenologia?

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La neurofenomenologia è un metodo di ricerca “rigoroso” che cerca di studiare l’”esperienza” umana, il nostro essere persone radicate nella biologia della nostra specie ed incapaci di agire se non alla luce della coscienza, ha lo scopo di gettare un ponte tra due culture filosofiche da sempre in opposizione: quella analitica e quella cosiddetta “continentale”, perché una cultura diventa troppo arida quando non ci da i mezzi per pensare alla vita così come noi la viviamo.

Attraverso il metodo fenomenologico, la neurofenomenologia vuole condurre le moderne ricerche delle neuroscienze all’interno di un panorama concettuale più ampio, di superare la scissione mente-corpo sulla quale si è basata tutta la scienza epistemologica tradizionale. Essa cerca di dare una spinta innovativa alla ricerca scientifica sui temi complessi, non più eludibili, che pongono delle domande rilevanti inerenti alla vita delle persone in tutti gli aspetti qualificanti, dalla cognizione alle decisioni e all’esercizio della razionalità pratica, all’esperienza emotiva in tutta la sua ricchezza, compresa quella estetica e morale.

 

“Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente” M. Cappuccio

Ed. Bruno Mondadori 2009

 

 

L’attualità dell’interpretazione delle sindromi aprassiche nell’ottica neurofenomenologica del Prof. L. Longhi

foto Longhi

La visione classica pensava che il gesto finalistico, fosse mosso e retto dalle immagini: Per Liepmann, ad esempio, un “abbozzo eidetico” risvegliava “formule cinetiche” dell’azione motoria. Tuttavia col succedersi delle osservazioni cliniche, l’analisi del disturbo aprassico, da parte di AA sempre più numerosi, spostava l’attenzione sull’esecuzione stessa del gesto volontario. P. Marie, Bouttier e Bailey pensarono piuttosto ad una “rappresentazione” del movimento stesso, e Morlaas ad uno “sviluppo spaziale” del gesto, discinesia spaziale, sviluppo nel quale potevano verificarsi degli “errori topografici ”. Nello stesso senso l’analisi dei casi di “aprassia costruttiva”, già da parte di Strauss e di Kleist parve mettere a fuoco l’esistenza di “immagini e forme spaziali” del movimento, così come anche Lhermitte e coll. avevano parlato di un “pensiero specializzato per la nozione dello spazio”. In tali versioni si trattava di uno spazio non più inteso nel senso di uno “spazio intellettualizzato”, tipo spazio geometrico, ma di uno spazio-ambiente proprio del gesto finalistico.

Schilder (1935), sulla scorta di uno studio psicologico del gesto volontario, pur ammettendo un “abbozzo” precedente del movimento, precisa che non si tratta di rappresentazioni chiare del movimento bensì di una specie di “conoscenza intuitiva”. L’esperienza del soggetto sarebbe piuttosto quella di una “direzione”, di un’intenzione diretta ad uno scopo e ciò rappresenterebbe il “germe” di un piano, o di uno schema, in un campo psichico dato dalla com-presenza dell’Io e del mondo esterno, vale a dire dell’oggetto.

Ma l’inizio del movimento può poggiare solo sulla conoscenza del proprio corpo, da parte del soggetto, conoscenza che non è nozionale ma derivante dall’esperienza di un “modello posturale” poiché l’ “abbozzo” del gesto deve comprendere sia l’oggetto verso il quale il gesto viene mosso, sia “l’immagine” del corpo nella sua totalità e del segmento adibito al gesto.

Schilder intende per “modello posturale” necessario al gesto, come una “costruzione che si rinnova continuamente sulla base delle informazioni sensitive in un’esperienza vaga ai bordi della coscienza”.

E’  indiscutibile che Il gesto “abita” contemporaneamente una spazialità corporea ed una spazialità esterna al corpo, esso è intimamente legato all’esperienza ed alla conoscenza del proprio corpo, all’orientamento su di esso ed infine alla conoscenza dello spazio esterno ed all’orientamento in esso.

Binswanger riconduce la fisiopatologia dell’aprassia ai due termini di corpo e di spazio, egli precisa che il tronco rappresenta il vero “qui” nel senso in cui esso rappresenta la premessa anatomo-fisiologica che permette agli arti di cogliere uno spazio tattile polidimensionale ed alla cinestesia oculare di darci la profondità dello spazio ottico.

Tutto ciò sembra fondare uno spazio prassico comune nel quale esperienza del corpo, movimento e visione appaiono funzionalmente concorrenti al gesto finalistico. Una tale condizione spiega bene come l’alterazione di uno dei tre fattori suddetti possa essere causa di aprassia.

Tratto da Lamberto Longhi “ Neuropsichiatria” Ed. Le Monnier 1973

 

 

 

La spazialità prospettica del gesto verbale nell’afasico

foto Longhi

Nelle ricerche sull’afasia, la tentazione di smontare l’unità funzionale del “comunicare”, dove il “declinarsi” reciproco degli interlocutori raggiunge la sua massima evidenza, sembra irresistibile.

L’afasico però non adopera “pezzi” smontati del suo normale comunicare, bensì una nuova “totalità” funzionale, anche se ridotta.

Il pronunciare una parola su ripetizione , su lettura, su immagine, pronunciarla in una serie numerale non è comunicare.

Senza dubbio il comunicare come ogni gesto finalistico , implica una progettualità con una propria spazio-temporalità e con un proprio orientamento spazio-temporale.

Implica cioè un ordinarsi coerente del soggetto al complemento, attraverso il predicato. Implicazione che possiamo cogliere anche nella coniugazione di un tempo verbale o nel numerare alla rovescia.

Ciò sembra poter spiegare sufficientemente il netto scarto di rendimento che si osserva molto spesso fra la parola ripetuta o letta o su immagine , o nella serie numerale normale e quella nella serie numerale rovesciata e nella coniugazione.

Soprattutto nel confronto fra serie numerale normale e serie numerale rovesciata si potrebbe dire che mentre il patrimonio verbale è uguale , è proprio il momento della agibilità prospettica del tutto che distingue nettamente l’agibilità del gesto verbale in quanto agibilità fondata sull’uso contestuale e non sulla sola struttura propria del gesto.

Di fronte all’afasico spesso il nostro atteggiamento spontaneo è quello di farlo parlare col ricorso a stimolazioni che facilitino il gesto fonetico-articolatorio: parola ripetuta, parola letta, parola su immagine; ma questo non è ancora parlare, perché si tratta di una parola senza “contesto”.

Il parlare non può essere che comunicazione ed informazione; e queste dimensioni non possono in alcun modo essere trascurate in afasiologia. Il malato in effetti ci chiede questo linguaggio  e non il recupero della parola ripetuta o letta ecc.

Mi sembra ovvio che nel linguaggio spontaneo: nella frase, nel periodo, il problema della spazialità agibile, come spazialità logico-discorsiva è più che mai presente e, per tale motivo può essere di particolare interesse una sua possibile semiologia. Il test dei  “bastoncini” ha, almeno nelle nostre intenzioni, un tale scopo.

Tratto da “La parola come gesto: la sua spazialità” L.Longhi, L.Gomato et al. – Neuriabilitazione dell’Emiplegico. Aspetti teorici e pratici- Ed. Ermes Medica 1981