Dalla “scienza delle nuvole” un metodo per prevedere le trasformazioni dell’esperienza umana

nuvole 3

Luke Howard, un giovane metereologo inglese, nel 1802 ebbe l’intuizione geniale di ridurre le numerose forme individuali delle nuvole a un numero limitato, di classificare tre forme fondamentali di nuvole: cirrus, cumulus e stratus. Il sistema d’identificazione che adottò ha consentito agli scienziati di classificare tutte le nuvole come una varietà delle tre forme di base, diffondere conoscenze su di loro, studiarle ulteriormente e applicare le informazioni per fare le previsioni metereologiche. Howard fu il solo a capire che la nube non è un oggetto, non è uno stato, ma una transizione costante e come tale andava descritta, così gettò le basi per la “scienza delle nuvole”, cioè la meteorologia.

Nella “sfida alla complessità” non è più possibile inseguire qualcosa di definito e misurabile, il nesso causale non è più lineare, l’evento aleatorio scuote la ripetizione dell’identico; nello studio dell’esperienza umana si preannuncia un sapere nuovo, capace di convivere con l’incerto e le sue trasformazioni, in grado di apprezzare le qualità.

La nuvola è una miscela indeterminata, campo dei possibili in cui le forme traggono origine, il tempo delle meteore è irreversibile così come la vita dell’uomo, non è lo stesso dell’orologio di precisione, modello dei sistemi regolari, ma piuttosto quello dei “sistemi disordinati più o meno imprevedibili” e non possiamo che affidarci alle probabilità statistiche per anticipare il futuro. La sorte degli umani non segue una traiettoria precisa e neanche il cammino della storia.

Lidia Gomato

 

Spunti tratti dai seguenti articoli:

 Lo scienziato che legge le nuvole di M. Bucchi – la Repubblica 15/04/2016

Nuvola di M.Porro www.doppiozero.com 5/05/2016

 

 

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Rizzolatti : corporeità, movimento, percezione e la crisi della psicologia cognitiva

Il modello classico delle scienze cognitive, per il quale il cervello era sostanzialmente un computer, un elaboratore di informazioni provenienti dall’esterno, è oggi in crisi, perché la “macchina” non può rendere conto di problematiche inerenti la corporeità, come il movimento, la percezione in tutte le sue forme, l’unità dell’Io, ecc.

Secondo G. Rizzolatti e molti altri neuroscenziati moderni, per avere una visione del funzionamento del sistema nervoso la scienza ha bisogno di un panorama concettuale ampio, come quello della fenomenologia o della psicanalasi.

Nelle ricerche di Rizzolatti e coll. il movimento risulta sempre più un fattore fondamentale per la costruzione della percezione, compresa quella dello spazio; il sistema motorio sembra garantire un’elaborazione degli stimoli non dall’esterno, come nella concezione classica della psicologia cognitiva, ma dall’interno dell’organismo. L’acquisizione di tali conoscenze porta a un rovesciamento di prospettiva anche negli approcci riabilitativi.

Lamberto Longhi: neurologo,psichiatra,psicologo e fenomenologo

foto Longhi

Le ricerche del neurofenomenologo Lamberto Longhi si sviluppano sulla traccia di Merleau-Ponty, Kurt Goldstein, F.J.JBuitendijk ed altri; esse partono dalla convinzione che una concezione di tipo puramente meccanicista o “stimolo-funzionale” dell’organismo e della vita umana non permette di accedere alla comprensione, quindi alla conoscenza, della vasta gamma di sfumature che si collocano tra la “normalità” di una facoltà e la sua “insufficienza”.

Si può davvero curare una persona riducendo i suoi deficit solo a carenze e disfunzioni clinico-fisiche del cervello? Se è possibile riconoscere le specifiche aree traumatiche del cervello e ricostruire un’eziologia di alcuni disturbi neurologici peculiari bisogna altresì situare l’intera struttura di vita di un paziente quegli stessi disturbi, dal momento che il nostro organismo viene esperito non come una moltitudine di fatti isolati, ma come una totalità in continua trasformazione, come un continuo movimento sinestesico situato nel mondo. Attraverso il metodo fenomenologico di Husserl, Longhi ha tentato nelle sue ricerche di coniugare la necessità della scomposizione con il rispetto della totalità, l’importanza dell’analisi con la salvaguardia di una visione sintetica del singolo e della realtà nel suo complesso.

 

Perché oltre che con il linguaggio comunichiamo con i gesti?

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I gesti sono considerati il primo passo degli esseri umani sulla strada evoluzionistica del linguaggio, gli umani comunicano in modo significativo con i gesti prima di parlare, gli infanti sordi non esposti ad una lingua dei segni iniziano presto a comunicare in modi complessi usando gesti inventati, gli esseri umani che non condividono convenzioni comunicative trovano facile comunicare ricorrendo ai segni.

Se gli umani fossero evoluti solo per un adattamento al linguaggio vocale, allora queste intenzioni gestuali sarebbero estensioni quasi inspiegabili della capacità fondamentale: ma se a svilupparsi per primo fosse stato l’adattamento a qualcosa simile alla comunicazione gestuale, con la modalità vocale emersa solo in seguito, allora queste invenzioni gestuali sarebbero spiegabili molto più facilmente.

Agli animali noi non possiamo dire nulla, neanche in modo non verbale, aspettandoci che ci comprendano. Gli esseri umani invece trovano del tutto naturali gesti come l’INDICARE e il MIMARE. La tesi centrale di Michael Tomasello è che la capacità degli esseri umani di comunicare tra di loro usando la lingua è preceduta dalla comunicazione attraverso l’uso di gesti naturali

Lamberto Longhi alla ricerca della complessità dell’organizzazione del “gesto” nell’esperienza clinica neurologica

foto Longhi

Tratto da L. Longhi “Riflessioni sulla semeiologia neurologica” in Neuroriabilitazione dell’Emiplegico: Aspetti teorici e pratici – Ermes Medica 1981

e liberamente modific. da Lidia Gomato

 Il movimento è automovimento, esso è un muoversi dell’organismo nel suo ambiente ed è un muoversi in una coerenza ordinata, in una struttura in cui può situarsi.

Ora se il movimento o la senso-motricità, è il cardine dell’ordinamento organismo-ambiente, un’alterazione del muoversi, nel suo momento esecutivo, e ancora di più nel suo momento dispositivo, cioè quello di farsi atto all’uso, non può non incidere sull’ordinamento in questione, nel senso che già dopo la lesione , e successivamente , si avranno degli ordinamenti organismo-ambiente che vanno presi in considerazione per una migliore comprensione dei deficit percettivo-motori e dei modi del loro evolversi.

L’ottica antropologica-fenomenologica ci permette una migliore comprensione del fatto clinico e con ciò una migliore interpretazione del “segno” clinico. Il segno clinico è un modo, fra i possibili modi di essere di un sistema; quindi va compreso nell’ambito dell’esperienza neurologica, in un’”osservazione” di ciò che si mostra nel suo apparire sul suo sfondo antropologico.

L’esperienza neurologica può essere compresa come manifestazione dello stato-post-lesionale del sistema organismo-ambiente. Stato che può essere “compreso” attraverso una riduzione del dato semeiologico in parametri spazio-temporali prospettici e in quello di organizzazione di una certa “ coerenza ordinata” (motricità correlata al mondo esterno e al corpo stesso, propria dell’organismo vivente), cercando di cogliere la vulnerabilità di tale “coerenza ordinata” alle variazione della situazione “organismo ambiente”.

In tal modo il “segno” non è direttamente legato ad una lesione del S.N.C, esso va visto come correlazione con altri segni nell’’ambito delle modificazioni del rapporto organismo-ambiente.

Ciò che dovremmo chiederci è se “le componenti patologiche” non rappresentino anch’esse delle sequenze comportamentali che mirano a stabilire pur sempre una “coerenza” organismo-ambiente, per cui la loro interpretazione non può restare entro una supposta economia energetica del S.N.C..

Le ricerche fatte assieme ai miei coll.: test dell’indicazione prospettica negli emiplegici, test dei bastoncini negli afasici e negli emiplegici sinistri, rappresentano un approccio antropologico-fenomenologico alla neurofisiopatologia e correlativamente , alla semeiologia neurologica (pag. 76).

 

FUNZIONALITA’ E FENOMENOLOGIA NEL SOGGETTO PATOLOGICO

corpo vivo e corpo meccanico

Molte delle tematiche sollevate dalla fenomenologia sono state riprese come oggetto di studio dalle scienze cognitive e dalle neuroscienze, alcuni argomenti però, come quelli inerenti all’intenzionalità, alla corporeità e alla creatività, sono rimasti un po’ ai margini.

Dal momento che molti dei modelli riabilitativi proposti protendono per un approccio funzionale, mi è sembrato utile oltre che interessante, rispolverare alcune riflessioni del Prof. Mario Manfredi, neurologo e psichiatra, su un aspetto fondamentale dell’esperienza patologica delle persone con cerebrolesioni acquisite, quella del “sentire il proprio-corpo” che non coincide con l’esperienza di “avere un corpo”, funzionante come una macchina più o meno intelligente.

Il dibattito tra scienze umane, neuroscienze e scienze cognitive è al momento molto fertile, si parla tanto di “complessità” e di “coscienza”, per stare al passo con i tempi ed operare delle scelte responsabili a noi terapeuti spetta il grande compito di acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che andiamo proponendo ai nostri pazienti.

tratto dal libro di Mario Manfredi “ L’irrazionale vissuto”(1971) e liberamente modif. da Lidia Gomato

” C’è ragione di credere che il quesito sulla funzionalità, pur se centrale in un tentativo di comprensione complessiva dell’esser malato, non sia decisivo in un’analisi di tipo fenomenologico.

Un fatto che emerge è che comunque la malattia provoca una crisi di intenzionalità, per motivi di reazione al morboso, mutano gli oggetti dell’attività intenzionale oppure si spezza l’unità sensibilità, intelligenza e motilità che M.Merleau-Ponty definisce “arco intenzionale”. La deformazione dell’intenzionalità coincide con la perdita o l’alterazione della facoltà di porsi in situazione, l’essere situazionale si restringe all’ambito degli oggetti che hanno a che fare con la sofferenza e la menomazione. Il malato attua la sua progettazione mondana attraverso la valorizzazione del residuo materiale disponibile, tuttavia la progettazione patologica non è sempre e soltanto l’adeguamento della progettazione al patologico, cioè la scelta delle possibilità che rimangono accessibili. A questa progettazione, condizionata dal restringimento dell’accessibilità del mondano, e posta sotto il segno del riduttivo e del deficitario, se ne affianca un’altra capace di rinvenire nel patologico possibilità positive. Ad un livello più elementare, la progettazione patologica è resa possibile dal fatto che i processi percettivi e attivi anche elementari, a cominciare dai riflessi, non costituiscono la cieca risposta a stimolazioni esterne, ma obbediscono al disegno di “situazionamento” e si inseriscono in quella “veduta pre-oggettivache è lo stesso essere al mondoCosì si spiega come certi contenuti percettivi e certe capacità motorie sono persi anche se non si è ancora perduto il contatto sensoriale , ciò che si è rotto è il contatto vitale con il mondo. Queste osservazioni di M.Merleau-Ponty sono utili al discorso sulla “progettazione patologica” in quanto aiutano a capire che quest’ultima resta in qualche misura indipendente dal potenziale percettivo e motorio effettivamente a disposizione del malato, lo trascende e lo dispone in un disegno di più largo respiro. La trasformazione patologica dell’essere al mondo si specifica come deformazione delle strutture vissute del corporeo, dello spazio e del mondo-ambiente, dell’alterità, della temporalità e del linguaggio. Il soma, come ciò che è primariamente colpito nella patologia fisica, aspira ad occupare tutto lo spazio vissuto”.

L’immagine e l’immaginazione tra filosofia e scienza. Nuove prospettive in riabilitazione

nuvole forme

Lidia Gomato

L’immaginazione secondo Kant, non è una capacità mentale astratta e indeterminata, essa è una sintesi che è possibile cogliere solo nell’atto in cui il corpo intenziona un oggetto o una persona nel mondo della vita. La modalità ricettiva della mediazione corporea fa sì che qualcosa ci appaia, proprio perché resa possibile dal corpo, ed è parziale; essa costituisce l’ingresso della dimensione intenzionale della coscienza. Per il fenomenologo P. Ricoeur, il potere dell’immaginazione non è tanto quello di “presentare” delle idee della ragione, ma di presentaredei modi di essere al mondo, delle esperienze situate e nelle stesso tempo situanti. L’immagine quindi, non è un’entità mentale, non è “nella” coscienza, essa piuttosto, le sta di fronte, come ciò a cui si rapporta. Tramite l’immaginazione io “figuro”, “schematizzo”, “presento” dei modi di abitare il mondo. L’immagine gioca così la sua doppia valenza: come sospensione del reale, essa pone il senso nella dimensione della finzione, nel vedere come flusso di rappresentazioni, essa investe il senso nello spessore del quasi-percepito. Tale analisi suggerisce che la finzione può rappresentare una svolta per “ridescrivere” la “realtà”. Il concetto filosofico di immaginazione come “finzione”, è stato ripreso recentemente in ambito psicologico e neuropsicologico dai “teorici della simulazione”; essi sostengono che alla base della nostra capacità di mentalizzazione, , ossia di interpretazione del comportamento sulla base dell’attribuzione di stati mentali, vi sia piuttosto una pratica euristica, una capacità di immedesimarsi nei panni altrui e di riprodurre in se stessi gli stati mentali e i processi cognitivi che un’altra persona potrebbe intrattenere in una certa situazione. L’immaginazione, secondo la teoria della simulazione, ci consentirebbe di prevedere la situazione nella quale ci troveremmo, e di ragionare sulla base di questi stati mentali fittizi come se fossero nostri stati genuini, ossia come se fossero nostre attuali percezioni e credenze, giungendo alle medesime conclusioni a cui giungeremmo se ci trovassimo come risponderemmo a quella situazione, di anticipare le nostre emozioni, i nostri pensieri, e soprattutto le nostre decisioni.

 

Corporeality, usability and livable space: new parameters for the anthropological-phenomenological assessment of aphasia and a new rehabilitative approach

Corpreality

 

Al Cplol Congress 2015 di Firenze, nella session poster del 9 maggio, ho presentato un lavoro di ricerca che aveva lo scopo di saggiare la capacità previsionale  del protocollo qualitativo il “Profilo dell’afasico” e il “test dei bastoncini”, messi a punto dal Prof. Lamberto Longhi e coll. dopo una serie di lavori di ricerca ad indirizzo antropologico-fenomenologico svolti in ambito neuropsicologico.

ABSTRACT

Lidia Gomato

S.G.Battista S.M.O.M Hospital, Roma, Italy

Objective: The phenomenological is the theory of knowledge through perception. The phenomenological method has the assignment of showing the correlations and the co-production between the subjective and objective dimension of an individual. Neurophenomenology aims to study the human experience systematically [2].

The neurophenomenologist Professor Longhi (1909-1997) has suggested a systematic classification of experience aphasic. Studies of aphasia Longhi try to prove that a alteration the finalized gesture, oriented in time and space, is at the base of aphasic disorder and that in aphasic patients the use of verbal gesture is more compromised in those patients who have difficulties in structuring praxic gesture and iconic gesture [3].

Methods: The study of Longhi and al. [4], performed with the neurophenomenological approach, have been conducted on 40 aphasic patients at the neurorehabilitation center of S.G. Battista S.M.O.M hospital in Rome. The aim of this study was to analyze, by using the functional evaluation protocol “Aphasic profile”, the aphasic disorder according to three new parameters: the corporeality, the usability and the livable space for to identify:

  1. the substructure most compromised
  2. the substructure less compromised
  3. the substructure which should be taken into greater consideration
  4. the substructure which may represent a possible way of facilitating functional recovery

Results: The results of this study, obtained from probabilistic analysis, showed two different behaviors of the aphasic patients: a first group of 27 patients, who did not have prominent difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed, even if at a reduced level, a causal management of the verbal gesture during a theme realization. In these patients the lesion was not so severe to completely damage the remaining brain tissue, thus the semantic level of the verbal gesture was still possible. On the other hand, a second group of 13 patients, showing marked difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed an random management of the verbal gesture, which never reached the level of a theme communication, but instead stopped at a pre-semantic level.

Conclusions: The protocol “Aphasic profile” has proven to be a useful tool for [1].:

1 – to predict the possibility to recovery;

2 – to define the therapeutic target

3 – to choose the most appropriate rehabilitation strategy to achieve the objective

 References

  1. Gomato L., Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico. Rivista di Neuroscienze, Psicologia e Scienze Cognitive, (speciale afasia) novembre 2013
  2. Cappuccio M., Neurofenomenologia,– Bruno Mondadori 2009
  3. Longhi L., Afasia. In: Trattato di Neurologia Riabilitativa Marrapese 1985
  4. Longhi L., Gomato et al., La parola come gesto; la sua spazialità. In: Neuroriabilitazione dell’Emiplegico. Ermes Medica 1981

Il tempo e lo spazio vissuto. Qual è l’esperienza dello spazio-tempo nei soggetti cerebrolesi?

tempo e spazio

Il fenomeno del tempo e dello spazio percepito nella nostra esperienza, non coincide totalmente con il tempo-spazio fisico, ce lo conferma oggi anche la scienza della fisica ( Stefan Klein “ Il tempo: la sostanza di cui è fatta la vita” Ed. Bollati Boringhieri). C’è un tempo e uno spazio esterno che misuriamo con orologi, calendari, metri ecc., ai quali siamo arrivati attraverso un percorso evolutivo e c’è un tempo e uno spazio percepito dall’organismo vivente nel suo muoversi nell’ambiente.
Ad esempio, le mosche sembrano prevedere dove arriverà la nostra mano quando cerchiamo di schiacciarle perché per loro è come se ci muovessimo a rallentatore. Grazie al metabolismo più veloce del nostro, una mosca elabora infatti più in fretta di noi le informazioni visive che arrivano al suo cervello sui cambiamenti della luce, quelle che danno il senso del tempo, per una mosca il tempo scorre quattro volte più lento che per noi. La percezione del tempo e dello spazio varia anche da persona a persona e, per una stessa persona, da momento a momento.
La percezione del tempo e dello spazio è alterata nei malati con cerebrolesioni, questa esperienza, soggettiva va studiata caso per caso con degli strumenti idonei, non sono più sufficienti i tests maturati in passato quando tali conoscenze non erano ancora acquisite; noi terapeuti che operiamo nel campo dei disturbi neuropsicologici in età adulta, dobbiamo fare i conti con l’esperienza del soggetto in terapia. La fenomenologia, scienza che studia la conoscenza dell’uomo a partire dalla percezione, ha dato un grande contributo con E. Husserl, già dalla fine dell’800, nel cercare di introdurre le problematiche inerenti all’”esperienza soggettiva” nell’ambito della scienza epistemologica tradizionale orientata a rilevare il puro “dato oggettivo”. Il neurofenomenologo L.Longhi ha dato un interessante contributo alla psico-neurologia moderna, studiando la percezione dello spazio-tempo nei soggetti cerebrolesi in generale e negli afasici in particolare.

20-21 Marzo 2015 Corso E.C.M: L’afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropo-fenomenologico

L’approccio olistico antropo-fenomenologico alla riabilitazione delle persone afasiche apre le porte a una nuova psico-neurologia, che vede il linguaggio come gesto, come espressione.
Il neurofenomenologo Lamberto Longhi ha studiato a fondo l’esperienza afasica ed ha cercato di cogliere e classificare i segni qualitativi del disturbo afasico affinché il terapeuta possa facilmente orientarsi sulle possibilità di recupero del malato, sugli obiettivi e sulle strategie terapeutiche da usare. Su http://www.neroscienze.net (Speciale Afasia) si può scaricare on-line il mio articolo nel quale ho descritto tale approccio terapeutico.
L’antropo-fenomenologia ha un legame con la psicologia della Gestalt ed interessata a tutte le forme espressive-comunicative; il laboratorio per afasici, tramite varie tecniche espressive, ha come scopo di creare dei contesti sempre nuovi nei quali queste persone possano esprimersi in diversi modi.
Le iscrizioni al Corso , che si terrà a Roma in via Laurentina 554, American Palace, sono aperte presso Med-Learning:
posti disponibili 30
Crediti E.C.M 17,6 – N° riferimento 114659
Rivolto alle seguenti figure professionali: logopedista, psicologo, terapista della neuro-psicomotricità, medico chirurgo, educatore professionale, terapista occupazionale.