“IL PROFILO DELL’AFASICO” E’ UN PROTOCOLLO IDONEO A COGLIERE I SEGNI QUALITATIVI DEL “FARSI” DELL’ESPERIENZA COSCIENTE E DEL LINGUAGGIO NEI MALATI AFASICI

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La parola non è un oggetto estraneo all’Io che parla e che ascolta; essa invece è uno dei modi del dispiegarsi del Sé, l’afasia pertanto va posta come gesto del Sé e come momento del dispiegarsi di un “significare” che può mostrare ancora una correlazione, più o meno evidente, con la gestualità.

Lamberto Longhi (Afasia 1985)

Una debolezza riscontrata dal mondo scientifico nei modelli materialisti, sia essi riduzionisti o funzionalisti, che sottendono i classici approcci logopedici di rieducazione dell’afasia è che essi sono incompleti, perché non sono in grado di cogliere il carattere qualitativo dell’esperienza cosciente  legata ad un punto di vista unico e soggettivo. Gli aspetti qualitativi dell’esperienza cosciente, come vari autori hanno evidenziato (T. Nagel, F. Jackson e D. Chalmers), non sono riducibili alla sola struttura fisica, cioè al cervello in sé, ed il tentativo di ottenere una maggiore oggettività in questo campo non può che allontanare dalla reale natura del fenomeno, che è quella che l’individuo sperimenta fenomenologicamente in “prima persona”.

Nell’attuale panorama scientifico quindi, che ha accettato la “sfida della complessità”, l’analisi fenomenologica dell’esperienza cosciente e del linguaggio nei malati afasici, che è alla base della semeiologia del disturbo afasico proposta dal Prof. L. Longhi, valutabile tramite il protocollo “Il PROFILO DELL’AFASICO” (L. Longhi, L. Gomato e coll. 1981, L. Longhi 1985, L.Gomato 1996, 2013), rappresenta un’importante contributo ad un approccio riabilitativo moderno in tale ambito, supportato  oltre che dall’esperienza diretta  pluriennale a contatto con le persone afasiche  anche da evidenze scientifiche ottenute più recentemente dalle ricerche delle neuroscienze e scienze  cognitive “incarnate”.

Lidia Gomato

Dal gesto animale ad un primo ordine di simboli gesticolatori. Anno 1968

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La clinica, l’antropologia e la psicologia generale ci obbligano a sostituire la parola “movimento” con la parola “gesto”. Esse ci portano ad isolare una funzione gesticolatoria germe di ogni espressione umana, e più profondamente ancora germe dell’intellezione.

Il gesto coordinato, applicato, si osserva nelle forme più rudimentali della vita animale, qui esso risponde ai bisogni stessi della vita; è per mezzo di esso che l’animale sussiste. Ma man mano che l’animale s’innalza il gesto si arricchisce di nuove categorie: già nel cane fra il gesto di punta, della caccia, del riportare, vi è tutta una gesticolazione per tradurre i principali movimenti dell’affettività, essa è poco modulata e si limita a pochi atteggiamenti corporei ….Nell’uomo la vita affettiva ha un movimento molto più ricco e spesso il gesto corporeo la sottolinea inconsciamente, allo stesso titolo con cui una certa varietà di gesti, quella che costituisce la mimica facciale, sottolinea le nostre impressioni più delicate, quelle stesse che la coscienza non conserva.

Le grandi correnti emotive provocano degli atteggiamenti che ci avvicinano alla semplice animalità come nel cane: la collera, il terrore, la contentezza…..L’uomo si è fatto padrone di queste reazioni fisiologiche, le ha confuse con il sentimento che le provoca e, per astrazione ne ha fatto il simbolo delle varie forme di affettività. Così dunque, certi gesti ci parlano in modo immediato: il più debole di mente percepisce il senso del pugno che minaccia, il bambino sa il senso dell’indice che è agitato verso di lui, questo linguaggio egli lo porta con sé, nelle sue fibre.  Dal momento in cui gli ingranaggi del suo sistema motorio saranno pienamente coordinati, egli istintivamente esprimerà i moti dell’animo attraverso questi stessi gesti che possedeva in potenza nel momento stesso in cui, incapace di eseguirli, ne percepiva il significato.

In tal modo si ha un primo ordine di simboli gesticolatori in cui nulla è creato, ma è soltanto preso in prestito dalle reazioni spontanee dell’uomo. Per contro, cogliendo il valore della mimica, la sua semplicità ed il suo valore espressivo, l’uomo ha allargato il simbolismo gesticolatorio, ha inventato i gesti, ha algebrizzato la gesticolazione “ (pg. 279)

Tratto da Lamberto Longhi “Introduzione ad una Neurologia Fenomenologica” Società Editrice Universo – Roma 1969

L’origine del linguaggio è vocale o gestuale? Studi che supportano un approccio olistico alla riabilitazione del gesto verbale e non-verbale nel disturbo afasico

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L’idea che il linguaggio si sia sviluppato prevalentemente attraverso il medium sonoro è oggi sostenuta da diversi studiosi secondo i quali i precursori delle capacità comunicative umane vanno rintracciati nelle vocalizzazioni delle scimmie non antropomorfe (Cercopithecus aethiops). Una cosa particolarmente interessante dal punto di vista comunicativo è che esse usano richiami d’allarme acusticamente differenti per segnalare la presenza di diversi tipi di predatori. Ad ogni specifico richiamo è associata una specifica risposta comportamentale sia da parte dell’individuo che emette il grido, sia da parte dei conspecifici che lo avvertono, quando ad esempio la scimmia produce il segnale di pericolo per il leopardo gli individui che lo recepiscono cercano riparo correndo tra gli alberi, per il segnale dell’aquila invece guardano verso l’alto ecc. Tali richiami sono olistici (possono essere accumunati a messaggi completi, piuttosto che a singole parole), manipolativi (non sono finalizzati a comunicare informazioni, ma a condizionare il comportamento altrui) e musicali (sono caratterizzati da ritmo e melodia). Un altro elemento importante del repertorio comunicativo delle grandi scimmie (antropomorfe) è la multimodalità, cioè l’uso combinato di vocalizzazioni e gesti.

Si è visto che tutte le proprietà olistiche, manipolative, multimodali e musicali del “protolinguaggio” delle scimmie e delle grandi scimmie  sono presenti anche nel sistema di comunicazione dei primi ominidi che hanno abitato il pianeta fino a 1,8 milioni di anni fa. Nel tempo, con altri passaggi evolutivi, il sistema di comunicazione acquisisce un’ulteriore  caratteristica: la mimesi, definita da Donald (1991) come “la capacità di produrre atti rappresentazionali coscienti e autoindotti che sono intenzionali ma non linguistici”, diventa più flessibile e può essere utilizzato in una più ampia gamma di situazioni. Lo studio degli aspetti legati alla percezione e alla comprensione delle vocalizzazioni da parte dei primati ha rilevato sorprendenti abilità interpretative, ma molte delle caratteristiche che rendono la comunicazione delle scimmie diversa dal linguaggio umano riguardano la produzione vocale.

La comprensione delle vocalizzazioni da parte dei primati non umani è molto differente dalla loro produzione e dal loro uso, pertanto non sembra possibile spiegare l’origine del linguaggio facendo riferimento esclusivo al medium sonoro. L’aspetto fondamentale del linguaggio umano è legato alla capacità di cogliere “l’intenzione comunicativa del parlante”, da questo punto di vista, come rileva Tomasello (2008), è la produzione dei segnali, più della comprensione, ad essere specificatamente comunicativa. Secondo Gentilucci e Corballis (2006) “l’antenato comune di esseri umani e scimpanzé doveva essere meglio equipaggiato per sviluppare un sistema di comunicazione volontaria basato su gesti visibili piuttosto che suoni”. Un consistente numero di esperimenti condotti nel campo delle neuroscienze, della psicologia e della linguistica inoltre, ha di recente fatto pensare che quando comprendiamo una parola o una frase si attivano esattamente gli stessi sistemi neurali che si attivano quando percepiamo o agiamo, in sintesi: la comprensione linguistica pare richiedere l’attivazione del sistema senso-motorio.

I sostenitori più attuali dell’ipotesi dell’origine gestuale del linguaggio umano sono M. Corballis (2002; 2009; 2011) Arbib (2005; 2012) Rizzolatti e Arbib (1998) M. Tomasello (2008) Gentilucci (2006), Gallese (2009) e altri.

 

  1. Adornetti “Origine del linguaggio” – Rivista APhEx n° 5 Gennaio 2012
  2. Corballis “ Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio” Raffaello Cortina 2009

 

Corso E.C.M 18 – 19 marzo 2017 Approccio neurofenomenologico alla riabilitazione del disturbo afasico secondo l’ipotesi del Prof. L. Longhi ed il moderno orientamento della scienza cognitiva “incarnata” (o Embodied Cognition)

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La”sintassi operativa” nella costruzione degli utensili e nel linguaggio. Per riabilitare il disturbo afasico ci vuole una cultura d’“insieme”, un approccio olistico

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Leroi-Gourhan, linguista, etnologo, antropologo, archeologo, semiologo e storico dell’arte, nel suo bel libro del 1977 “Il gesto e la parola” Einaudi, mette in evidenza il nesso che esiste tra la mano e gli organi facciali e come questi due poli del campo anteriore del corpo denotano un analogo impegno nella costruzione dei simboli della comunicazione.

Nei primati gli organi facciali e gli organi manuali compiono un’azione tecnica di pari grado, una scimmia lavora con le labbra, i denti, la lingua e le mani, ma a ciò si aggiunge il fatto che l’uomo costruisce con gli stessi organi, cosa che i primati non fanno. Partendo da una formula identica a quella dei primati, l’uomo fabbrica utensili concreti e simboli, e gli uni e gli altri nascono da uno stesso processo o meglio, fanno ricorso nel cervello alle stesse attrezzature di base. Questo induce a pensare non solo che il linguaggio è tipico dell’uomo quanto l’utensile, ma anche che entrambi sono unicamente l’espressione della stessa facoltà. W. Kolher, psicologo della Gestalt, nei suoi famosi esperimenti, ha dimostrato come i 30 segnali vocali diversi dello scimpanzé sono l’esatto corrispondente mentale dei bastoni, infilati l’uno nell’altro per attirare a sé la banana appesa al soffitto,  e come tale patrimonio vocalico non possa essere considerato un linguaggio più di quanto l’operazione dei bastoni non sia una tecnica nel vero senso della parola.

Secondo Leroi-Gourhan si può tentare una paleontologia del linguaggio solo a partire dal momento in cui la preistoria ci tramanda gli utensili, perché utensili e linguaggio sono collegati neurologicamente e perché l’uno non è dissociabile dall’altro nella struttura sociale dell’umanità.

La tecnica è contemporaneamente gesto e utensile, organizzati in concatenazione da una vera e propria sintassi che conferisce alle serie operative fissità e duttilità al tempo stesso. La sintassi operativa è proposta dalla memoria e nasce tra il cervello e l’ambiente materiale, continuando in parallelo con il linguaggio, si ritrova sempre lo stesso processo.

La spazialità prospettica del gesto verbale nell’afasico

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Nelle ricerche sull’afasia, la tentazione di smontare l’unità funzionale del “comunicare”, dove il “declinarsi” reciproco degli interlocutori raggiunge la sua massima evidenza, sembra irresistibile.

L’afasico però non adopera “pezzi” smontati del suo normale comunicare, bensì una nuova “totalità” funzionale, anche se ridotta.

Il pronunciare una parola su ripetizione , su lettura, su immagine, pronunciarla in una serie numerale non è comunicare.

Senza dubbio il comunicare come ogni gesto finalistico , implica una progettualità con una propria spazio-temporalità e con un proprio orientamento spazio-temporale.

Implica cioè un ordinarsi coerente del soggetto al complemento, attraverso il predicato. Implicazione che possiamo cogliere anche nella coniugazione di un tempo verbale o nel numerare alla rovescia.

Ciò sembra poter spiegare sufficientemente il netto scarto di rendimento che si osserva molto spesso fra la parola ripetuta o letta o su immagine , o nella serie numerale normale e quella nella serie numerale rovesciata e nella coniugazione.

Soprattutto nel confronto fra serie numerale normale e serie numerale rovesciata si potrebbe dire che mentre il patrimonio verbale è uguale , è proprio il momento della agibilità prospettica del tutto che distingue nettamente l’agibilità del gesto verbale in quanto agibilità fondata sull’uso contestuale e non sulla sola struttura propria del gesto.

Di fronte all’afasico spesso il nostro atteggiamento spontaneo è quello di farlo parlare col ricorso a stimolazioni che facilitino il gesto fonetico-articolatorio: parola ripetuta, parola letta, parola su immagine; ma questo non è ancora parlare, perché si tratta di una parola senza “contesto”.

Il parlare non può essere che comunicazione ed informazione; e queste dimensioni non possono in alcun modo essere trascurate in afasiologia. Il malato in effetti ci chiede questo linguaggio  e non il recupero della parola ripetuta o letta ecc.

Mi sembra ovvio che nel linguaggio spontaneo: nella frase, nel periodo, il problema della spazialità agibile, come spazialità logico-discorsiva è più che mai presente e, per tale motivo può essere di particolare interesse una sua possibile semiologia. Il test dei  “bastoncini” ha, almeno nelle nostre intenzioni, un tale scopo.

Tratto da “La parola come gesto: la sua spazialità” L.Longhi, L.Gomato et al. – Neuriabilitazione dell’Emiplegico. Aspetti teorici e pratici- Ed. Ermes Medica 1981

 

Corso E.C.M 18-19 Marzo 2017

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La tesi simulazionista della comprensione linguistica

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Un consistente numero di esperimenti condotti da psicologi, neuroscenziati e linguisti ha di recente fatto pensare che quando comprendiamo una parola o una frase si attivano esattamente gli stessi sistemi neurali che si attivano quando percepiamo o agiamo; in sintesi la comprensione linguistica pare richiedere l’attivazione del sistema senso-motorio.

Nello specifico si è osservato che quando si comprende una parola, il nostro cervello attiva le stesse aree cerebrali che sono attive quando si percepisce l’oggetto cui quella parola si riferisce. Ad esempio se sentiamo pronunciare la parola “gatto” si attivano nel nostro cervello le medesime aree che si attivano quando percepiamo il gatto. Quando poi sentiamo o leggiamo la parola “galoppare” si attivano le aree motorie del nostro cervello attive quando riconosciamo l’azione del galoppare, ossia quando vediamo un cavallo che galoppa. Ancora, quando sentiamo o leggiamo la parola “correre” si attivano le aree motorie che sono attive quando corriamo o quando vediamo altre persone che corrono.

Comprendere una parola o un’espressione linguistica in generale, consiste secondo questa tesi, nel simulare un’esperienza precedentemente fatta, oppure uno stato percettivo o motorio.

Tratto dall’art. di C. Faschilli “Quando comprendere è simulare” pubblicato il 4/06/2013 su:

www.ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it

e liberamente modif. da Lidia Gomato

 

Con le persone afasiche la terapia cognitiva e della comunicazione si “fa” in laboratorio

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Per Munari, ideatore dei laboratori per l’educazione dei bambini, la creatività, cioè l’atto stesso di inventare qualcosa che prima non c’era, non è un puro frutto della fantasia, non deriva dal gesto libero e in qualche modo insensato dell’artista romantico, ma è il risultato di un processo di analisi in cui ogni elemento del problema da affrontare viene sviscerato per coglierne ciascun aspetto, positivo e negativo per poi ricomporlo in una sintesi superiore. Nell’attività di laboratorio quindi, dove si usano i mediatori artistici, la conoscenza si acquisisce tramite il “progettare” e il “fare”, cioè attraverso l’esperienza diretta.

Le attività variegate svolte in laboratorio, come: la pantomima, il disegno, le foto, il collage, il video, la musica ecc., finalizzate al recupero di una certa capacità espressiva-comunicativa dei pazienti afasici, permette di coinvolgere dal punto di vista cognitivo, entrambi gli emisferi cerebrali, cioè tutto il cervello. L’emisfero destro infatti, come è stato dimostrato, è specializzato nell’elaborazione degli stimoli visivi, nella percezione dello spazio e del tempo, nella percezione e nella produzione della musica, nell’immaginazione e nel riconoscimento delle espressioni facciali dell’altro; l’emisfero sinistro invece, è specializzato nelle funzioni linguistiche, nelle funzioni logiche e nella coordinazione occhio-mano. Quanto è stato recentemente scoperto sul funzionamento dei neuroni a specchio inoltre, la loro attivazione quando si compie un’azione e quando la si osserva compiuta da altri, e il loro ruolo nell'”empatia”, dà ulteriore credito ad un’attività di laboratorio come integrazione alla terapia individuale sia cognitiva che della comunicazione.

Lidia Gomato

 

 

LA “SIMULAZIONE INCARNATA” E IL METODO FENOMENOLOGICO NELLA LOGOPEDIA DELL’AFASIA

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La scoperta dei neuroni a specchio nel cervello del macaco prima e dell’uomo ha permesso di declinare l’intersoggettività come intercorporeità, ciò significa che comprendiamo le azioni e le esperienze altrui in quanto ne condividiamo la natura corporea e la rappresentazione neurale corporea sottostante. Pertanto si può parlare di cognizione incarnata (embodied cognition) in quanto stati e processi mentali sono rappresentati in formato corporeo. Il corpo è alla base della consapevolezza pre-riflessiva di sé e degli altri e il punto di partenza di ogni forma di cognizione esplicita e linguisticamente mediata degli oggetti stessi.

Oggi si è scoperto che il sistema motorio non produce solo movimenti ma soprattutto atti motori cioè movimenti dotati di scopo. Originariamente l’intersoggettività si costituisce come intercorporeità e quindi il sé è interagire con l’altro, non a caso il meccanismo di simulazione é particolarmente efficace con la mimica facciale.

La scoperta dei neuroni canonici dell’area motoria F5 dei macachi ha dimostrato che il sistema motorio si attiva anche quando non ci muoviamo : vedere l’oggetto significa simulare automaticamente cosa faremo con quell’oggetto. All’interno di questa stessa area sono stati individuati i neuroni a specchio, che si attivano sia quando si esegue un atto motorio come “afferrare un oggetto” o produrre gesti comunicativi con la bocca, sia quando si osserva l’altro individuo compiere un altro gesto.

Queste ricerche brevemente riassunte e riprese dal libro di V. Gallese e M. Guerra “Lo schermo empatico” (Editore R. Cortina 2015), danno un fondamento neuroscientifico alla concezione fenomenologica del linguaggio, che assume come oggetto di studio i parametri fondamentali della “corporeità“, dell’ “utensilità” e della “spazialità agibile” del gesto .

Che molti malati afasici avessero un problema fondamentale legato alla corporeità e all’uso dei gesti e delle parole in relazione a degli scopi, era già stato osservato clinicamente da vari autori tra i quali Alajouanine e Goldstein: gli afasici che in certe condizioni riescono a pronunciare delle parole non le sanno ripetere in altre, quindi esse non sono perdute ma compaiono e scompaiono a seconda delle “situazioni” .

La logopedia del disturbo afasico, sia individuale, impostata secondo l’approccio del neurofenomenologo L.Longhi, che di gruppo, da me sperimentata nel laboratorio, mira sostanzialmente a creare “situazioni simulate”, sempre diverse, affinché l’afasico possa rimettere in “movimento” il linguaggio pre-riflessivo e riflessivo.

Lidia Gomato