Lamberto Longhi alla ricerca della complessità dell’organizzazione del “gesto” nell’esperienza clinica neurologica

foto Longhi

Tratto da L. Longhi “Riflessioni sulla semeiologia neurologica” in Neuroriabilitazione dell’Emiplegico: Aspetti teorici e pratici – Ermes Medica 1981

e liberamente modific. da Lidia Gomato

 Il movimento è automovimento, esso è un muoversi dell’organismo nel suo ambiente ed è un muoversi in una coerenza ordinata, in una struttura in cui può situarsi.

Ora se il movimento o la senso-motricità, è il cardine dell’ordinamento organismo-ambiente, un’alterazione del muoversi, nel suo momento esecutivo, e ancora di più nel suo momento dispositivo, cioè quello di farsi atto all’uso, non può non incidere sull’ordinamento in questione, nel senso che già dopo la lesione , e successivamente , si avranno degli ordinamenti organismo-ambiente che vanno presi in considerazione per una migliore comprensione dei deficit percettivo-motori e dei modi del loro evolversi.

L’ottica antropologica-fenomenologica ci permette una migliore comprensione del fatto clinico e con ciò una migliore interpretazione del “segno” clinico. Il segno clinico è un modo, fra i possibili modi di essere di un sistema; quindi va compreso nell’ambito dell’esperienza neurologica, in un’”osservazione” di ciò che si mostra nel suo apparire sul suo sfondo antropologico.

L’esperienza neurologica può essere compresa come manifestazione dello stato-post-lesionale del sistema organismo-ambiente. Stato che può essere “compreso” attraverso una riduzione del dato semeiologico in parametri spazio-temporali prospettici e in quello di organizzazione di una certa “ coerenza ordinata” (motricità correlata al mondo esterno e al corpo stesso, propria dell’organismo vivente), cercando di cogliere la vulnerabilità di tale “coerenza ordinata” alle variazione della situazione “organismo ambiente”.

In tal modo il “segno” non è direttamente legato ad una lesione del S.N.C, esso va visto come correlazione con altri segni nell’’ambito delle modificazioni del rapporto organismo-ambiente.

Ciò che dovremmo chiederci è se “le componenti patologiche” non rappresentino anch’esse delle sequenze comportamentali che mirano a stabilire pur sempre una “coerenza” organismo-ambiente, per cui la loro interpretazione non può restare entro una supposta economia energetica del S.N.C..

Le ricerche fatte assieme ai miei coll.: test dell’indicazione prospettica negli emiplegici, test dei bastoncini negli afasici e negli emiplegici sinistri, rappresentano un approccio antropologico-fenomenologico alla neurofisiopatologia e correlativamente , alla semeiologia neurologica (pag. 76).

 

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Il movimento, l’uso dell’oggetto e la costituzione di uno “spazio abitabile”

camera di magritte

Lidia Gomato

L’oggetto che nomino non assume il suo significato solo al momento della sua designazione verbale, né dalla sua collocazione in una rete logico-linguistica: esso lo possiede perché l’uomo nella sua relazione col mondo ha stabilito con esso un rapporto, un valore d’uso attraverso il movimento, la manipolazione. In prima istanza, l’oggetto non esiste distaccato dal mondo che “io abito”, l’oggetto è maneggevole oppure no, è grande o piccolo, sta in alto o in basso, a destra o a sinistra, in riferimento al mio corpo che ne fa esperienza.

Il biologo Jacob von Uexkull, che per primo introdusse in biologia il concetto di “ Umwelt” cioè di “Ambiente”, ha descritto molto bene nel suo libro (Ambiente e comportamento” Saggiatore 1967) come l’”oggetto” entra a far parte del nostro mondo individuale attraverso un “ciclo operazionale”: se le azioni che possiamo effettuare sono poche, pochi saranno gli oggetti costituenti l’universo individuale, se le azioni sono tante invece, ci saranno altrettanti oggetti nel nostro ambiente. Nel caso della malattia ad esempio, “la strabocchevole varietà delle cose esistenti si sarà ridotta ad un ben povero mondo, ma in compenso aumenta la sicurezza: essendo assai più facile comportarsi in modo conveniente in mezzo a pochi, che non frammezzo a molti oggetti. Gli animali, (non solo l’animale uomo) costituiscono dei mondi individuali suscettibili di far tesoro delle esperienze, il numero degli oggetti invece, si accresce anche nel corso della vita, giacché a ogni nuova esperienza consegue una nuova presa di posizione di fronte a nuove impressioni; in tal modo il soggetto entra in possesso di nuove figure percepite, e di nuove tonalità effettuali. E’ particolarmente facile osservare questi fatti nei cani, che imparano a servirsi, per scopi, diciamo così, canini, di oggetti d’uso dell’uomo, ciò nonostante, il numero degli oggetti che popolano il mondo di un cane è di gran lunga inferiore a quello del nostro mondo personale (pg 170).

Dal punto di vista estetico Magritte, nel dipinto della sua “camera”, mette ben in evidenza il concetto espresso da Uexkull: gli oggetti che fanno parte del mondo individuale dell’artista, sono quelli con i quali ha stabilito un rapporto d’uso, essi non sono percepiti e rappresentati tutti allo stesso modo, quelli di dimensioni più grandi hanno un valore, un significato particolare, predominante rispetto agli altri.

 

L’Antropologia filosofica e la scienza oggi

L'antropologia filosofica oggi

Tratto da Ubaldo Fadini (progetto UTET) e liberamente modif. da L. Gomato

 L’antropologia filosofica si presenta così come «un paesaggio concettuale» del nostro secolo, in cui si cerca di fondare l’idea di un’umanità, che sia in grado di ovviare alle carenze istintuali e al deficit naturale, storicamente, cioè relativamente e senza presunzioni salvifico-escatologiche, attraverso le «possibilità» che, come apertura e moltiplicazione di orizzonti di senso e di valore, sono assicurate dalla cultura.

Essa persegue, per via empirica, nel confronto con le scienze della natura e dell’uomo e con vari indirizzi di pensiero, classici e contemporanei, un progetto di messa a fuoco e ricostruzione dell’umano, che si concretizzi in un modello di svolgimento del tema uomo, il più possibile integrante e concatenante.

Ciò che marca la differenza tra la filosofia tradizionale e l’antropologia filosofica, è il plesso problematico con cui l’antropologia filosofica si confronta, che consiste nella questione della posizione dell’uomo nel cosmo in rapporto a quella degli altri viventi, in particolare degli animali. A tale innovazione della domanda filosofica hanno contribuito

– sia il costituirsi di un’immagine scientifica della natura, divenuta oggetto del sapere e del metodo delle scienze

– sia l’affermarsi di nuove modalità d’inclusione dell’uomo nella sfera animale, determinate dalla teoria evoluzionistica.

L’antropologia filosofica non riconosce una continuità assoluta animale-uomo, ma piuttosto una continuità-discontinuità dall’animale all’uomo; in ciò, l’antropologia filosofica è sostenuta da mediazioni scientifiche e filosofiche di rilievo.

Si tratta di ipotesi biologiche in parziale disaccordo con la teoria evoluzionistica, in quanto rilevano come, nello sviluppo della specie Homo sapiens, abbiano agito «forze evolutive autonome», presenti unicamente in questa specie.

L’uomo contraddice l’ipotesi evoluzionistica unilineare, in quanto rappresenta una figura di vivente che implica un salto, un’inversione, un rovesciamento rispetto alla linea di tendenza dell’evoluzione.

Lo specifico biologico dell’uomo, infatti, segnala una inadeguatezza dell’uomo alla vita, che esula dalle spiegazioni fornite dalle leggi evolutive della selezione e dell’adattamento e richiede il ricorso a una qualità speciale, quella di porre fini a se stesso.

Così l’arte del concatenamento tra movimenti e affetti, che negli animali è così ridotta e definita, rende possibile all’uomo, in virtù della sua non-specializzazione organica, di condurre liberamente la propria esistenza in un «mondo» aperto.

FUNZIONALITA’ E FENOMENOLOGIA NEL SOGGETTO PATOLOGICO

corpo vivo e corpo meccanico

Molte delle tematiche sollevate dalla fenomenologia sono state riprese come oggetto di studio dalle scienze cognitive e dalle neuroscienze, alcuni argomenti però, come quelli inerenti all’intenzionalità, alla corporeità e alla creatività, sono rimasti un po’ ai margini.

Dal momento che molti dei modelli riabilitativi proposti protendono per un approccio funzionale, mi è sembrato utile oltre che interessante, rispolverare alcune riflessioni del Prof. Mario Manfredi, neurologo e psichiatra, su un aspetto fondamentale dell’esperienza patologica delle persone con cerebrolesioni acquisite, quella del “sentire il proprio-corpo” che non coincide con l’esperienza di “avere un corpo”, funzionante come una macchina più o meno intelligente.

Il dibattito tra scienze umane, neuroscienze e scienze cognitive è al momento molto fertile, si parla tanto di “complessità” e di “coscienza”, per stare al passo con i tempi ed operare delle scelte responsabili a noi terapeuti spetta il grande compito di acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che andiamo proponendo ai nostri pazienti.

tratto dal libro di Mario Manfredi “ L’irrazionale vissuto”(1971) e liberamente modif. da Lidia Gomato

” C’è ragione di credere che il quesito sulla funzionalità, pur se centrale in un tentativo di comprensione complessiva dell’esser malato, non sia decisivo in un’analisi di tipo fenomenologico.

Un fatto che emerge è che comunque la malattia provoca una crisi di intenzionalità, per motivi di reazione al morboso, mutano gli oggetti dell’attività intenzionale oppure si spezza l’unità sensibilità, intelligenza e motilità che M.Merleau-Ponty definisce “arco intenzionale”. La deformazione dell’intenzionalità coincide con la perdita o l’alterazione della facoltà di porsi in situazione, l’essere situazionale si restringe all’ambito degli oggetti che hanno a che fare con la sofferenza e la menomazione. Il malato attua la sua progettazione mondana attraverso la valorizzazione del residuo materiale disponibile, tuttavia la progettazione patologica non è sempre e soltanto l’adeguamento della progettazione al patologico, cioè la scelta delle possibilità che rimangono accessibili. A questa progettazione, condizionata dal restringimento dell’accessibilità del mondano, e posta sotto il segno del riduttivo e del deficitario, se ne affianca un’altra capace di rinvenire nel patologico possibilità positive. Ad un livello più elementare, la progettazione patologica è resa possibile dal fatto che i processi percettivi e attivi anche elementari, a cominciare dai riflessi, non costituiscono la cieca risposta a stimolazioni esterne, ma obbediscono al disegno di “situazionamento” e si inseriscono in quella “veduta pre-oggettivache è lo stesso essere al mondoCosì si spiega come certi contenuti percettivi e certe capacità motorie sono persi anche se non si è ancora perduto il contatto sensoriale , ciò che si è rotto è il contatto vitale con il mondo. Queste osservazioni di M.Merleau-Ponty sono utili al discorso sulla “progettazione patologica” in quanto aiutano a capire che quest’ultima resta in qualche misura indipendente dal potenziale percettivo e motorio effettivamente a disposizione del malato, lo trascende e lo dispone in un disegno di più largo respiro. La trasformazione patologica dell’essere al mondo si specifica come deformazione delle strutture vissute del corporeo, dello spazio e del mondo-ambiente, dell’alterità, della temporalità e del linguaggio. Il soma, come ciò che è primariamente colpito nella patologia fisica, aspira ad occupare tutto lo spazio vissuto”.

L’origine gestuale del linguaggio. Nuovi modelli riabilitativi a confronto

rupestri

Tratto da “Origine del linguaggio” di Ines Adornetti (Aphex Giornale di Filosofia 2012)  e liberamente modif. da

Lidia Gomato

Intorno al 1970 ci fu una rinascita delle teorie gestuali legate all’origine del linguaggio, tra cui quelle degli antropologi Gordon Hewes e Leroi-Gourhan, oggi queste teorie vengono riprese in modo più solido ed affidabile rispetto al passato perché si sono sviluppate delle metodologie d’indagine che prima non esistevano. Uno dei più recenti sostenitori dell’ipotesi dell’origine gestuale del linguaggio umano è Michael Corballis. Secondo Corballis il linguaggio si è sviluppato prevalentemente tramite gesti manuali a partire da 2 milioni di anni fa, cioè dai primi esemplari del genere Homo. L’ipotesi dell’autore è che la comunicazione intenzionale sia sorta sfruttando i sistemi di comprensione dell’azione presenti nei nostri progenitori primati, questa tesi sembra avvalorata dalle ricerche sui  “mirror neurons” ( Di Pellegrino et al., 1992; Gallese et. al, 1996). L’idea di Corballis è che il sistema specchio abbia permesso lo sviluppo della mimesi, vale a dire la capacità di mimare (cioè  di riprodurre intenzionalmente) azioni ed eventi del mondo esterno, evolutasi a partire da 2 milioni di anni fa con l’Homo erectus. La differenza fondamentale tra i primati e l’uomo, per quanto riguarda il sistema specchio per l’”afferramento”, starebbe nel fatto che le scimmie riescono a compiere quest’azione solo in presenza dell’oggetto e che l’uomo invece la compie anche in sua assenza, come avviene nella mimesi. Corballis (“Dalla mano alla bocca” 2011) ipotizza che l’incorporazione nel sistema a specchio degli atti intransitivi “può aver gettato le basi per la comprensione degli atti che sono simbolici piuttosto che orientati agli oggetti”. Con il tempo, i gesti che mimano le azioni sarebbero diventati più astratti ed arbitrari; una volta perso il suo aspetto mimetico, il linguaggio non sarebbe stato più limitato alla modalità visiva e le vocalizzazioni avrebbero sostituito gli atti manuali, che sono rimasti però, parte fondamentale degli scambi comunicativi. A completare l’aspetto teorico delle origini gestuali del linguaggio, sul come, quando e perché il linguaggio sia passato dai gesti manuali ai gesti vocali, ci sarebbero studi di altri AA., tra i quali  quelli di Philip Lieberman   sulla “ Teoria motoria della percezione del parlato” (Liberman et al., 1967; Liberman e Mattingly 1982).

 

L’immagine e l’immaginazione tra filosofia e scienza. Nuove prospettive in riabilitazione

nuvole forme

Lidia Gomato

L’immaginazione secondo Kant, non è una capacità mentale astratta e indeterminata, essa è una sintesi che è possibile cogliere solo nell’atto in cui il corpo intenziona un oggetto o una persona nel mondo della vita. La modalità ricettiva della mediazione corporea fa sì che qualcosa ci appaia, proprio perché resa possibile dal corpo, ed è parziale; essa costituisce l’ingresso della dimensione intenzionale della coscienza. Per il fenomenologo P. Ricoeur, il potere dell’immaginazione non è tanto quello di “presentare” delle idee della ragione, ma di presentaredei modi di essere al mondo, delle esperienze situate e nelle stesso tempo situanti. L’immagine quindi, non è un’entità mentale, non è “nella” coscienza, essa piuttosto, le sta di fronte, come ciò a cui si rapporta. Tramite l’immaginazione io “figuro”, “schematizzo”, “presento” dei modi di abitare il mondo. L’immagine gioca così la sua doppia valenza: come sospensione del reale, essa pone il senso nella dimensione della finzione, nel vedere come flusso di rappresentazioni, essa investe il senso nello spessore del quasi-percepito. Tale analisi suggerisce che la finzione può rappresentare una svolta per “ridescrivere” la “realtà”. Il concetto filosofico di immaginazione come “finzione”, è stato ripreso recentemente in ambito psicologico e neuropsicologico dai “teorici della simulazione”; essi sostengono che alla base della nostra capacità di mentalizzazione, , ossia di interpretazione del comportamento sulla base dell’attribuzione di stati mentali, vi sia piuttosto una pratica euristica, una capacità di immedesimarsi nei panni altrui e di riprodurre in se stessi gli stati mentali e i processi cognitivi che un’altra persona potrebbe intrattenere in una certa situazione. L’immaginazione, secondo la teoria della simulazione, ci consentirebbe di prevedere la situazione nella quale ci troveremmo, e di ragionare sulla base di questi stati mentali fittizi come se fossero nostri stati genuini, ossia come se fossero nostre attuali percezioni e credenze, giungendo alle medesime conclusioni a cui giungeremmo se ci trovassimo come risponderemmo a quella situazione, di anticipare le nostre emozioni, i nostri pensieri, e soprattutto le nostre decisioni.

 

Teoria della continuità, l’evoluzione del linguaggio come gesto.

 

scimmia-gallese

La nostra possibilità di avere una cultura deve essersi evoluta lungo l’arco di ben cinque milioni di anni, nel corso del quale l’evoluzione dell’uomo si è differenziata da quella dei nostri parenti, le scimmie antropomorfe. Quando parliamo di uomo in questo contesto, non abbiamo in vista soltanto la nostra specie, l’Homo sapiens, che assume una forma attuale forse 100.000 anni or sono, bensì l’intero gruppo di ominidi preistorici, le cui tracce fisiche e culturali danno testimonianza del complesso processo di sviluppo che ha portato all’uomo moderno. Il linguaggio umano è tanto più complesso dei sistemi di comunicazione delle altre specie, perfino dei segnali usati dai nostri parenti biologici più stretti, le scimmie antropomorfe allo stato di natura, che c’è da chiedersi se il linguaggio sia evoluto, con una serie di passaggi, da qualche altro sistema non linguistico al mezzo sonoro, o se invece esso sia cominciato assolutamente da zero. La prima di questa ipotesi potrebbe essere chiamata quella della continuità, l’altra quella della discontinuità. I recenti esperimenti sull’insegnamento delle “lingue” e altri primati superiori, di cui si è tanto parlato, hanno fatto pendere la bilancia a favore della teoria della continuità. I risultati raggiunti da questi animali, pur non rivelando alcuni dei caratteri fondamentali del linguaggio umano (per esempio, l’uso del mezzo sonoro, la doppia articolazione e la possibilità infinita di espressione) e pur non essendosi sviluppati spontaneamente perché stimolati dai ricercatori, indicano però la presenza di una capacità simbolica generale che potrebbe non essere diversa da quella dei primi ominidi. Tale risultati mostrano anche che grande importanza ha lo sviluppo dell’apparato articolatorio umano in senso strettamente anatomico. I successi veri e propri con gli scimpanzè si sono avuti quando la comunicazione è stata trasposta dal mezzo sonoro a quello visivo: i gesti dei sordomuti o i simboli sulla lavagna.

Helen Keller: Il pensiero nasce dall’atto materiale di “significare”

Hellen Keller

 

Un’importante testimonianza sull’esperienza di acquisizione del linguaggio orale in una persona cieca e sorda molto speciale

 Ripreso e liberamente modificato da L. Gomato “Le lingue mutole” di A. Pennisi

 La testimonianza di Helen Keller, sorda e cieca, che è riuscita dopo un lungo e faticoso apprendimento del linguaggio orale a “liberarsi” dal linguaggio delle mani e a scrivere racconti, poesie, saggi filosofici, ecc, ci dice che “l’immaginazione è il silenzioso operaio che fa scaturire la realtà dalla confusione e dal caos”. Ella descrive il suo stadio pre-linguistico, legato alla sensorialità e ne racconta i limiti, questa è una rudimentale forma di associazione e non basta per sviluppare la facoltà di “scelta “ e la “razionalità”, cioè il potere di pensare passando da una cosa all’altra. La Keller descrive tutti passaggi graduali che dalle prime impressioni l’hanno portata alle idee astratte: dalle idee fisiche derivate dagli oggetti materiali conosciuti con il tatto, alle idee con un significato intellettuale fino ad arrivare al “parlare interiore”. Il potere del pensiero secondo H. Keller non nascerebbe tanto dalla funzione comunicativa del linguaggio, cioè dal linguaggio-strumento , quanto dalla capacità di costruire un procedimento di interiorizzazione dei dati percettivi, una sinergia cognitiva tutta interna al soggetto, ormai indipendente dalle informazioni materiali e dagli scopi di interscambio semeiotica. Tale testimonianza (insieme a tante altre, anche di afasici) ha posto e pone tutt’ora il problema della riappropriazione del linguaggio parlato come luogo della riunificazione intellettiva e reificazione cognitiva dell’astrazione semeiotica. La problematica suddetta acquisisce un rilievo importante in riabilitazione, in particolare per ciò che concerne il disturbo afasico; le domande fondamentali che allo stato attuale non possiamo più evadere sono : come si sviluppa la facoltà dell’uomo di “significare”? Quali malati hanno questa capacità, più o meno, conservata? Quali l’hanno persa? Come rilevarla? Come impostare il trattamento in entrambi i casi adattandolo ad ogni soggetto?

 

Corporeità e linguaggio: il problema del vissuto corporeo nell’esperienza afasica

magritte 2

La descrizione accidentale e asistematica delle qualità della funzione comunicativa negli afasici non è lo scopo di un’analisi antropologica-fenomenologica, che si prefigge di reperire le articolazioni, le modalità, le possibilità nel malato di “generare senso”, di “simbolizzare”, attività dalla quale la corporeità non può essere esclusa. Un fatto emerge nell’osservazione del disturbo afasico ed è che comunque la malattia provoca una crisi di intenzionalità. Per motivi di reazione al morboso mutano gli oggetti dell’attività intenzionale, oppure si spezza l’unità sensibilità, motilità ed intelligenza che M. Merleau-Ponty ha definito come “arco intenzionale”. La deformazione dell’intenzionalità coincide con la perdita o con l’alterazione delle facoltà di “porsi in situazione”; l’ambiente si restringe ed il malato attua la sua progettazione mondana attraverso la valorizzazione del residuo materiale disponibile. Ad un livello più elementare, la progettazione patologica è resa possibile dal fatto che i processi percettivi e attivi anche elementari, a cominciare dai riflessi, non costituiscono la cieca risposta a stimolazioni esterne, ma obbediscono ad una pre-programmazione di “situazionamento” e si inseriscono in quella “veduta preoggettiva” che è lo stesso “essere al mondo”. La trasformazione patologica dell’”essere al mondo” si specifica come deformazione delle strutture vissute del corporeo, dello spazio, del mondo-ambiente, della temporalità e del linguaggio; tali strutture costituiscono l’oggetto di studio dell’analisi antropologica-fenomenologica applicata ai disturbi neuropsicologici. L’approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione dell’afasico si pone in un ottica moderna di concezione del linguaggio, che non può essere limitata al solo aspetto linguistico e che deve comprendere una “teoria della significazione”.

Corporeality, usability and livable space: new parameters for the anthropological-phenomenological assessment of aphasia and a new rehabilitative approach

Corpreality

 

Al Cplol Congress 2015 di Firenze, nella session poster del 9 maggio, ho presentato un lavoro di ricerca che aveva lo scopo di saggiare la capacità previsionale  del protocollo qualitativo il “Profilo dell’afasico” e il “test dei bastoncini”, messi a punto dal Prof. Lamberto Longhi e coll. dopo una serie di lavori di ricerca ad indirizzo antropologico-fenomenologico svolti in ambito neuropsicologico.

ABSTRACT

Lidia Gomato

S.G.Battista S.M.O.M Hospital, Roma, Italy

Objective: The phenomenological is the theory of knowledge through perception. The phenomenological method has the assignment of showing the correlations and the co-production between the subjective and objective dimension of an individual. Neurophenomenology aims to study the human experience systematically [2].

The neurophenomenologist Professor Longhi (1909-1997) has suggested a systematic classification of experience aphasic. Studies of aphasia Longhi try to prove that a alteration the finalized gesture, oriented in time and space, is at the base of aphasic disorder and that in aphasic patients the use of verbal gesture is more compromised in those patients who have difficulties in structuring praxic gesture and iconic gesture [3].

Methods: The study of Longhi and al. [4], performed with the neurophenomenological approach, have been conducted on 40 aphasic patients at the neurorehabilitation center of S.G. Battista S.M.O.M hospital in Rome. The aim of this study was to analyze, by using the functional evaluation protocol “Aphasic profile”, the aphasic disorder according to three new parameters: the corporeality, the usability and the livable space for to identify:

  1. the substructure most compromised
  2. the substructure less compromised
  3. the substructure which should be taken into greater consideration
  4. the substructure which may represent a possible way of facilitating functional recovery

Results: The results of this study, obtained from probabilistic analysis, showed two different behaviors of the aphasic patients: a first group of 27 patients, who did not have prominent difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed, even if at a reduced level, a causal management of the verbal gesture during a theme realization. In these patients the lesion was not so severe to completely damage the remaining brain tissue, thus the semantic level of the verbal gesture was still possible. On the other hand, a second group of 13 patients, showing marked difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed an random management of the verbal gesture, which never reached the level of a theme communication, but instead stopped at a pre-semantic level.

Conclusions: The protocol “Aphasic profile” has proven to be a useful tool for [1].:

1 – to predict the possibility to recovery;

2 – to define the therapeutic target

3 – to choose the most appropriate rehabilitation strategy to achieve the objective

 References

  1. Gomato L., Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico. Rivista di Neuroscienze, Psicologia e Scienze Cognitive, (speciale afasia) novembre 2013
  2. Cappuccio M., Neurofenomenologia,– Bruno Mondadori 2009
  3. Longhi L., Afasia. In: Trattato di Neurologia Riabilitativa Marrapese 1985
  4. Longhi L., Gomato et al., La parola come gesto; la sua spazialità. In: Neuroriabilitazione dell’Emiplegico. Ermes Medica 1981