Il processo di simbolizzazione “prende corpo” nel laboratorio di terapia espressiva per afasici

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La sperimentazione in laboratorio, iniziata nel 2011, con un gruppo di persone “afasiche”, è nata dall’ esigenza di vedere più da vicino il corpo in “atto” in uno “spazio condiviso”. Volevo esplorare, comprendere meglio nei pazienti, le possibilità di simbolizzazione del gesto mimico e del gesto iconico oltre a quello verbale e rilevare eventualmente delle correlazioni tra queste diverse modalità espressive. Ero anche molto interessata agli aspetti motivazionali legati al lavoro di gruppo, alla relazione con gli altri, e ad una terapia del linguaggio, intesa nel senso più ampio, improntata al “gioco”, alla “finzione” e alla “narrazione”.

 

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L’Antropologia filosofica e la scienza oggi

L'antropologia filosofica oggi

Tratto da Ubaldo Fadini (progetto UTET) e liberamente modif. da L. Gomato

 L’antropologia filosofica si presenta così come «un paesaggio concettuale» del nostro secolo, in cui si cerca di fondare l’idea di un’umanità, che sia in grado di ovviare alle carenze istintuali e al deficit naturale, storicamente, cioè relativamente e senza presunzioni salvifico-escatologiche, attraverso le «possibilità» che, come apertura e moltiplicazione di orizzonti di senso e di valore, sono assicurate dalla cultura.

Essa persegue, per via empirica, nel confronto con le scienze della natura e dell’uomo e con vari indirizzi di pensiero, classici e contemporanei, un progetto di messa a fuoco e ricostruzione dell’umano, che si concretizzi in un modello di svolgimento del tema uomo, il più possibile integrante e concatenante.

Ciò che marca la differenza tra la filosofia tradizionale e l’antropologia filosofica, è il plesso problematico con cui l’antropologia filosofica si confronta, che consiste nella questione della posizione dell’uomo nel cosmo in rapporto a quella degli altri viventi, in particolare degli animali. A tale innovazione della domanda filosofica hanno contribuito

– sia il costituirsi di un’immagine scientifica della natura, divenuta oggetto del sapere e del metodo delle scienze

– sia l’affermarsi di nuove modalità d’inclusione dell’uomo nella sfera animale, determinate dalla teoria evoluzionistica.

L’antropologia filosofica non riconosce una continuità assoluta animale-uomo, ma piuttosto una continuità-discontinuità dall’animale all’uomo; in ciò, l’antropologia filosofica è sostenuta da mediazioni scientifiche e filosofiche di rilievo.

Si tratta di ipotesi biologiche in parziale disaccordo con la teoria evoluzionistica, in quanto rilevano come, nello sviluppo della specie Homo sapiens, abbiano agito «forze evolutive autonome», presenti unicamente in questa specie.

L’uomo contraddice l’ipotesi evoluzionistica unilineare, in quanto rappresenta una figura di vivente che implica un salto, un’inversione, un rovesciamento rispetto alla linea di tendenza dell’evoluzione.

Lo specifico biologico dell’uomo, infatti, segnala una inadeguatezza dell’uomo alla vita, che esula dalle spiegazioni fornite dalle leggi evolutive della selezione e dell’adattamento e richiede il ricorso a una qualità speciale, quella di porre fini a se stesso.

Così l’arte del concatenamento tra movimenti e affetti, che negli animali è così ridotta e definita, rende possibile all’uomo, in virtù della sua non-specializzazione organica, di condurre liberamente la propria esistenza in un «mondo» aperto.

L’uomo, una “Specie Simbolica”

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tratto da un art. di Fabrizio Desideri e liberamente modif. da Lidia Gomato

Può la teoria dell’evoluzione di Darwin, condivisa da molti scienziati cognitivisti, arrivare a spiegare il comportamento simbolico umano? Come risultato di un processo graduale di selezione naturale e deriva genetica comune con piante ed animali? Per Terrence Decaon, docente di Antropologia biologica presso l’Università della California (Berkely), studioso di biologia evolutiva umana e neuroscienze, è una teoria insufficiente, che non può render conto del pensiero simbolico e del linguaggio così come è apparso nell’Homo Sapiens.

L’Homo Sapiens è, a tutti gli effetti, la specie simbolica, in un regime continuità/discontinuità rispetto agli altri animali. Se infatti è vero che forme di comunicazione, anche complesse, sono diffuse tra varie specie animali (in particolare le scimmie antropomorfe) e che si danno numerosi casi di scimpanzé i quali, opportunamente istruiti, riescono a raggiungere una certa competenza linguistica, la soglia simbolica rimane un ostacolo non altrimenti aggirabile per gli animali non umani. Il linguaggio umano, non è l’evoluzione graduale delle forme di comunicazione per richiami, versi e gesti diffuse tra gli animali, bensì qualcosa di diverso da esse. Anche la facoltà estetica, in quanto funzione del simbolico – non può che essere specie-specifica umana, secondo Decaon, autore del libro “La Specie Simbolica”, essa emerge come effetto collaterale del perfezionarsi della competenza simbolica, in forza degli adattamenti neuropsicologici che agevolano l’acquisizione di quest’ultima.

 

 

L’origine gestuale del linguaggio. Nuovi modelli riabilitativi a confronto

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Tratto da “Origine del linguaggio” di Ines Adornetti (Aphex Giornale di Filosofia 2012)  e liberamente modif. da

Lidia Gomato

Intorno al 1970 ci fu una rinascita delle teorie gestuali legate all’origine del linguaggio, tra cui quelle degli antropologi Gordon Hewes e Leroi-Gourhan, oggi queste teorie vengono riprese in modo più solido ed affidabile rispetto al passato perché si sono sviluppate delle metodologie d’indagine che prima non esistevano. Uno dei più recenti sostenitori dell’ipotesi dell’origine gestuale del linguaggio umano è Michael Corballis. Secondo Corballis il linguaggio si è sviluppato prevalentemente tramite gesti manuali a partire da 2 milioni di anni fa, cioè dai primi esemplari del genere Homo. L’ipotesi dell’autore è che la comunicazione intenzionale sia sorta sfruttando i sistemi di comprensione dell’azione presenti nei nostri progenitori primati, questa tesi sembra avvalorata dalle ricerche sui  “mirror neurons” ( Di Pellegrino et al., 1992; Gallese et. al, 1996). L’idea di Corballis è che il sistema specchio abbia permesso lo sviluppo della mimesi, vale a dire la capacità di mimare (cioè  di riprodurre intenzionalmente) azioni ed eventi del mondo esterno, evolutasi a partire da 2 milioni di anni fa con l’Homo erectus. La differenza fondamentale tra i primati e l’uomo, per quanto riguarda il sistema specchio per l’”afferramento”, starebbe nel fatto che le scimmie riescono a compiere quest’azione solo in presenza dell’oggetto e che l’uomo invece la compie anche in sua assenza, come avviene nella mimesi. Corballis (“Dalla mano alla bocca” 2011) ipotizza che l’incorporazione nel sistema a specchio degli atti intransitivi “può aver gettato le basi per la comprensione degli atti che sono simbolici piuttosto che orientati agli oggetti”. Con il tempo, i gesti che mimano le azioni sarebbero diventati più astratti ed arbitrari; una volta perso il suo aspetto mimetico, il linguaggio non sarebbe stato più limitato alla modalità visiva e le vocalizzazioni avrebbero sostituito gli atti manuali, che sono rimasti però, parte fondamentale degli scambi comunicativi. A completare l’aspetto teorico delle origini gestuali del linguaggio, sul come, quando e perché il linguaggio sia passato dai gesti manuali ai gesti vocali, ci sarebbero studi di altri AA., tra i quali  quelli di Philip Lieberman   sulla “ Teoria motoria della percezione del parlato” (Liberman et al., 1967; Liberman e Mattingly 1982).

 

Fenomenologia e “Cognizione incorporata” idee per un approccio innovativo alla riabilitazione neuropsicologica

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Lidia Gomato

La fenomenologia in quanto “scienza dell’esperienza”, ha come obiettivo di studiare l’ “uomo nel mondo”, essa si presenta come un “ripensamento esemplare” del tradizionale modo di concepire la conoscenza umana, rappresentazione dell’oggetto nella mente inerte del soggetto. Il soggetto conoscitivo, che possiede un corpo, è parte attiva nella relazione con l’ambiente ed è dotato di una sua peculiarità e identità. Una parte della comunità scientifica ha da alcuni anni abbracciato il punto di vista fenomenologico e porta avanti delle ricerche che partono da un presupposto teorico chiamato “Cognizione Incorporata”o“Embodied Cognition.”A differenza delle scienze cognitive tradizionali, che hanno l’idea della cognizione come una forma di elaborazione simbolica nella quale il corpo ha un ruolo secondario, la scienza della “Cognizione Incorporata” pensa che le caratteristiche morfologiche e dinamiche del corpo svolgono un ruolo peculiare nella genesi e nello sviluppo dei processi cognitivi. Le ricerche di Neuroestetica ( o estetica sperimentale) di S. Zeki, T. Ishizvand, V.Gallese,D.Freedberg ad esempio, rientrano nell’ottica della “Embodied Cognition”. Lo sviluppo della Neuroestetica ha dimostrato che esiste un rispecchiamento, una reciprocità e un’integrazione tra i processi della creazione artistica e quelli della fruizione. L’esperienza estetica consiste nel simulare il processo cognitivo, emotivo ed empatico innescato dall’artista. Gli stessi circuiti mentali e le stesse funzioni si attivano nel creatore e nel fruitore: lo spettatore riproduce il gesto artistico, la sua mente di fronte all’opera d’arte ripercorre il processo creativo che l’ha resa possibile. Mostrando il gesto della creazione l’artista pone l’osservatore di fronte a un modello di autocoscienza riflessiva, ovvero uno dei tratti distintivi di homo sapiens. L’arte partecipa a un livello avanzato di complessità alla costruzione di quello che Antonio Damasio chiama “processo del sé”, il percorso attraverso il quale la mente diventa cosciente della propria presenza cognitivo-corporea nel mondo, istituendo un collegamento tra il verificarsi dell’esperienza e la definizione del soggetto che la esperisce, il sé appunto. L’arte dunque, sembra estendere le potenzialità del cervello ed è un potente strumento di esplorazione attiva e di interazione creativa con il mondo.

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Helen Keller: Il pensiero nasce dall’atto materiale di “significare”

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Un’importante testimonianza sull’esperienza di acquisizione del linguaggio orale in una persona cieca e sorda molto speciale

 Ripreso e liberamente modificato da L. Gomato “Le lingue mutole” di A. Pennisi

 La testimonianza di Helen Keller, sorda e cieca, che è riuscita dopo un lungo e faticoso apprendimento del linguaggio orale a “liberarsi” dal linguaggio delle mani e a scrivere racconti, poesie, saggi filosofici, ecc, ci dice che “l’immaginazione è il silenzioso operaio che fa scaturire la realtà dalla confusione e dal caos”. Ella descrive il suo stadio pre-linguistico, legato alla sensorialità e ne racconta i limiti, questa è una rudimentale forma di associazione e non basta per sviluppare la facoltà di “scelta “ e la “razionalità”, cioè il potere di pensare passando da una cosa all’altra. La Keller descrive tutti passaggi graduali che dalle prime impressioni l’hanno portata alle idee astratte: dalle idee fisiche derivate dagli oggetti materiali conosciuti con il tatto, alle idee con un significato intellettuale fino ad arrivare al “parlare interiore”. Il potere del pensiero secondo H. Keller non nascerebbe tanto dalla funzione comunicativa del linguaggio, cioè dal linguaggio-strumento , quanto dalla capacità di costruire un procedimento di interiorizzazione dei dati percettivi, una sinergia cognitiva tutta interna al soggetto, ormai indipendente dalle informazioni materiali e dagli scopi di interscambio semeiotica. Tale testimonianza (insieme a tante altre, anche di afasici) ha posto e pone tutt’ora il problema della riappropriazione del linguaggio parlato come luogo della riunificazione intellettiva e reificazione cognitiva dell’astrazione semeiotica. La problematica suddetta acquisisce un rilievo importante in riabilitazione, in particolare per ciò che concerne il disturbo afasico; le domande fondamentali che allo stato attuale non possiamo più evadere sono : come si sviluppa la facoltà dell’uomo di “significare”? Quali malati hanno questa capacità, più o meno, conservata? Quali l’hanno persa? Come rilevarla? Come impostare il trattamento in entrambi i casi adattandolo ad ogni soggetto?

 

Corporeità e linguaggio: il problema del vissuto corporeo nell’esperienza afasica

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La descrizione accidentale e asistematica delle qualità della funzione comunicativa negli afasici non è lo scopo di un’analisi antropologica-fenomenologica, che si prefigge di reperire le articolazioni, le modalità, le possibilità nel malato di “generare senso”, di “simbolizzare”, attività dalla quale la corporeità non può essere esclusa. Un fatto emerge nell’osservazione del disturbo afasico ed è che comunque la malattia provoca una crisi di intenzionalità. Per motivi di reazione al morboso mutano gli oggetti dell’attività intenzionale, oppure si spezza l’unità sensibilità, motilità ed intelligenza che M. Merleau-Ponty ha definito come “arco intenzionale”. La deformazione dell’intenzionalità coincide con la perdita o con l’alterazione delle facoltà di “porsi in situazione”; l’ambiente si restringe ed il malato attua la sua progettazione mondana attraverso la valorizzazione del residuo materiale disponibile. Ad un livello più elementare, la progettazione patologica è resa possibile dal fatto che i processi percettivi e attivi anche elementari, a cominciare dai riflessi, non costituiscono la cieca risposta a stimolazioni esterne, ma obbediscono ad una pre-programmazione di “situazionamento” e si inseriscono in quella “veduta preoggettiva” che è lo stesso “essere al mondo”. La trasformazione patologica dell’”essere al mondo” si specifica come deformazione delle strutture vissute del corporeo, dello spazio, del mondo-ambiente, della temporalità e del linguaggio; tali strutture costituiscono l’oggetto di studio dell’analisi antropologica-fenomenologica applicata ai disturbi neuropsicologici. L’approccio antropologico-fenomenologico alla riabilitazione dell’afasico si pone in un ottica moderna di concezione del linguaggio, che non può essere limitata al solo aspetto linguistico e che deve comprendere una “teoria della significazione”.

Corporeality, usability and livable space: new parameters for the anthropological-phenomenological assessment of aphasia and a new rehabilitative approach

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Al Cplol Congress 2015 di Firenze, nella session poster del 9 maggio, ho presentato un lavoro di ricerca che aveva lo scopo di saggiare la capacità previsionale  del protocollo qualitativo il “Profilo dell’afasico” e il “test dei bastoncini”, messi a punto dal Prof. Lamberto Longhi e coll. dopo una serie di lavori di ricerca ad indirizzo antropologico-fenomenologico svolti in ambito neuropsicologico.

ABSTRACT

Lidia Gomato

S.G.Battista S.M.O.M Hospital, Roma, Italy

Objective: The phenomenological is the theory of knowledge through perception. The phenomenological method has the assignment of showing the correlations and the co-production between the subjective and objective dimension of an individual. Neurophenomenology aims to study the human experience systematically [2].

The neurophenomenologist Professor Longhi (1909-1997) has suggested a systematic classification of experience aphasic. Studies of aphasia Longhi try to prove that a alteration the finalized gesture, oriented in time and space, is at the base of aphasic disorder and that in aphasic patients the use of verbal gesture is more compromised in those patients who have difficulties in structuring praxic gesture and iconic gesture [3].

Methods: The study of Longhi and al. [4], performed with the neurophenomenological approach, have been conducted on 40 aphasic patients at the neurorehabilitation center of S.G. Battista S.M.O.M hospital in Rome. The aim of this study was to analyze, by using the functional evaluation protocol “Aphasic profile”, the aphasic disorder according to three new parameters: the corporeality, the usability and the livable space for to identify:

  1. the substructure most compromised
  2. the substructure less compromised
  3. the substructure which should be taken into greater consideration
  4. the substructure which may represent a possible way of facilitating functional recovery

Results: The results of this study, obtained from probabilistic analysis, showed two different behaviors of the aphasic patients: a first group of 27 patients, who did not have prominent difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed, even if at a reduced level, a causal management of the verbal gesture during a theme realization. In these patients the lesion was not so severe to completely damage the remaining brain tissue, thus the semantic level of the verbal gesture was still possible. On the other hand, a second group of 13 patients, showing marked difficulties in the tests of praxic gesture and of iconic gesture, expressed an random management of the verbal gesture, which never reached the level of a theme communication, but instead stopped at a pre-semantic level.

Conclusions: The protocol “Aphasic profile” has proven to be a useful tool for [1].:

1 – to predict the possibility to recovery;

2 – to define the therapeutic target

3 – to choose the most appropriate rehabilitation strategy to achieve the objective

 References

  1. Gomato L., Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropologico-fenomenologico. Rivista di Neuroscienze, Psicologia e Scienze Cognitive, (speciale afasia) novembre 2013
  2. Cappuccio M., Neurofenomenologia,– Bruno Mondadori 2009
  3. Longhi L., Afasia. In: Trattato di Neurologia Riabilitativa Marrapese 1985
  4. Longhi L., Gomato et al., La parola come gesto; la sua spazialità. In: Neuroriabilitazione dell’Emiplegico. Ermes Medica 1981

Ultimi giorni iscrizione Corso E.C.M: “L’Afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione. Approccio antropo-fenomenologico.

Cari colleghi vi ricordo che stanno per concludersi le iscrizioni al CORSO E.C.M : “L’AFASIA COME ALTERAZIONE DEL GESTO VERBALE: VALUTAZIONE E RIABILITAZIONE. APPROCCIO ANTROPO-FENOMENOLOGICO” che farò il 20-21 MARZO A ROMA IN VIA LAURENTINA 554, AMERICAN PALACE.
Per informazioni, scheda di iscrizione e modalità di pagamento potete consultare il seguente indirizzo web: Logopedista MedLearning.net – Eventi E.C.M.

Razionale:

Il linguaggio nell’ottica antropologica-fenomenologica è, come scrive M. Merleau Ponty “uno degli usi possibili del nostro corpo”, linguaggio e pensiero non sono indifferenti ai vissuti soggettivi e relazionali dell’esistenza umana, essi sono incorporati.
Il gesto comunicativo ha le sue origini e si è sviluppato nel tempo in vari livelli di strutturazione  dinamica, l’antropologia-fenomenologica è interessata a studiare queste strutture dinamiche interagenti nella comunicazione e nega una concezione del linguaggio basata sui contenuti mentali e le rappresentazioni.
Il neurofenomenologo Lamberto Longhi, anticipando di molto tutto il dibattito in corso nell’ambito delle neuroscienze sul metodo scientifico epistemologico, ha ipotizzato una nuova semeiologia del  disturbo afasico ed un nuovo approccio riabilitativo. Secondo L. Longhi il disturbo afasico è una sindrome più globale che interessa fondamentalmente l’attività simbolica a vari livelli di strutturazione del gesto, non solo verbale; egli propone un’indagine a tutto campo sui momenti ancora possibili di strutturazione del gesto mimico, prassico, iconografico e verbale, per poter fare un bilancio complessivo delle possibilità residue di recupero del malato e programmare una logopedia fatta su misura di ogni soggetto afasico,  capace di favorire il comportamento comunicativo a vari livelli.

Obiettivo formativo

Il corso teorico-pratico ha come scopo in prima giornata di far conoscere ai partecipanti i concetti  fondamentali dell’ottica antropologica-fenomenologica allo studio del linguaggio, la semeiologia  longhiana dell’afasia, il protocollo di valutazione qualitativa il “Profilo dell’Afasico” e di fornire qualche esempio pratico dell’approccio logopedico. In seconda giornata di far esperire in prima persona il potenziale comunicativo-espressivo del corpo, dell’immagine e del linguaggio attraverso l’uso dei mediatori artistici, da sviluppare creativamente e riproporre nella terapia individuale e di gruppo delle persone afasiche.

Programma del 20 marzo 2015

09.00 Introduzione all’ottica antropologica-fenomenologica sul linguaggio
11.00 Coffee break
11.15 Ipotesi sull’afasia del neurofenomenologo Lamberto Longhi
13.00 Pausa
14.00 L’afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione

• presentazione in video di alcuni casi clinici
• prova pratica di compilazione del protocollo di valutazione il “Profilo
dell’afasico”

16.00 Pausa
16.15 L’afasia come alterazione del gesto verbale: riabilitazione
• presentazione in video di alcuni casi clinici
17.30 Verifica dell’apprendimento
18,00 Termine dei lavori della 1^ giornata

Programma del 21 Marzo
Laboratorio esperienziale

Si consiglia
Abbigliamento comodo
Materiale di cartoleria (forbici, colla, cartoncini o scatole di cartone)
e materiale illustrtivo (riviste)

09.00 I parte
Laboratorio “Parlare con il corpo e attraverso l’immagine”. L.Gomato V. Catino
11.00 Coffee break
11.15 II parte
Laboratorio “Parlare con il corpo e attraverso l’immagine” L. Gomato V. Catino

13.00 Pausa lavori

14.00 Presentazione di alcune testimonianze del lavoro di logopedia espressiva a  mediazione artistica, svolto con un gruppo di soggetti afasici L. Gomato
17.00 Condivisione
17,30 Conclusioni
18,00 Termine dei lavori

Il gesto momento cardine del problema dell’afasia. Il “farsi” della parola prima del linguaggio “convenzionale”

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Che al linguaggio “convenzionale” ci siamo arrivati per tappe evolutive ce lo conferma ancora Michael Tomasello, psicologo americano del Max-Planck-Institut per l’Antropologia di Lipsia nel suo libro “Unicamente umano: storia naturale del pensiero”. Circa 400 mila anni fa un nostro predecessore, l’Homo heidelbergensis, sviluppò la ricerca collaborativa del cibo; una forma di collaborazione che sembra aver segnato la linea di demarcazione tra l’uomo e i grandi primati. Chi cacciava aveva scopi congiunti con gli altri, e si coordinava con loro attraverso gesti come l’indicare o il mimare. Tali cooperazioni però erano temporanee, il passo successivo fu intorno a 100 mila anni fa, quando l’Homo sapiens fu costretto a collaborare con dei simili a lui sconosciuti; potè farlo creando un terreno culturale comune, stabile e non temporaneo, fatto di convenzioni e di norme. Secondo l’ipotesi di Tomasello si è andata stabilendo così un’intenzionalità collettiva, che ha fatto sviluppare il linguaggio e la capacità di ragionamento simbolico e astratto.