La fenomenologia della percezione nelle forme cliniche neurologiche e l’approccio “intersoggettivo” alla neuroriabilitazione

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La percezione non deve nulla a ciò che per altra via sappiamo del mondo, sugli stimoli quali li descrive la fisica e sugli organi di senso quali li descrive la biologia…. essa non si da come un evento nel mondo, al quale si possa applicare la categoria di “causalità”, ma come una ri-creazione o una ri-costruzione del mondo in ogni momento.”  (M.Merleau Ponty – Fenomenologia della percezione)

I soggetti normali raggiungono già nei primi mesi di vita la “costanza percettiva”, cioè la capacità di mantenere in unità l’identità rappresentazionale di un oggetto nonostante il variare delle sue apparenze e delle modificazioni prospettiche. Tale costanza percettiva spesso risulta alterata nelle forme cliniche neurologiche dove l’esperienza percettiva del malato manifesta tutta la sua l’ambiguità, fenomeno magnificamente descritto da Merleau-Ponty, e da altri autori come Goldstein, Lurja, Alajouanine, Sacks, Damasio ecc.

Ci sono dei malati che mostrano la capacità di vedere senza cogliere il senso di ciò che vedono, di sentire gli stimoli tattili senza riconoscere i segni tattili, di udire la musica senza più riconoscere i brani che prima dell’evento patologico amavano, di avere la capacità di toccarsi spontaneamente le parti del corpo ma di non saperle indicare, di poter pronunciare spontaneamente una parola e di non saperla ripetere. Da ciò si può dedurre che il vedere, il sentire, l’udire, il parlare non sono processi isolati, e che la percezione è sempre legata ad un comportamento, al movimento, al protendersi verso il mondo per esplorarlo ed è quindi “incarnata”.  Gli orizzonti percettivi dettati dal mondo, in cui disponiamo i nostri sensi non solo ci fanno descrivere il mondo in modi diversi, ma contribuiscono a creare mondi differenti. Attraverso il nostro corpo, i nostri sensi, rendiamo il mondo “domestico”, nel senso che lo conosciamo e lo riconosciamo come “casa” in cui abitare. I modi di abitare il mondo variano a seconda delle esperienze percettive, più o meno patologiche, ed un approccio  alla neuroriabilitazione in una concezione moderna, deve essere “intersoggettivo”,  con il compito di comprendere in che modo la “salute” e la “malattia” strutturano l’individualità e portano l’organismo a reagire al trauma, di favorire la costruzione, l’organizzazzione di significato per far fronte alla nuova e particolare realtà, di far entrare il malato in una relazione positiva con il mondo nonostante i suoi deficit, di permettergli di comunicare il suo vissuto seppur impedito nella comunicazione, tenendo presente che la specificità dell’umano non è limitata soltanto alla capacità di astrazione e categorizzazione.

Lidia Gomato

La Neuroriabilitazione: approccio neuropsicologico e versione antropologica

L.Longhi, L.Gomato, F.M.Pisarri – Riabilitazione e Apprendimento Anno 10, n°2, 1990

Liviana Editrice

Fenomenologia della percezione – M.Merleau-Ponty – Il Saggiatore 1980

 

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“IL PROFILO DELL’AFASICO” E’ UN PROTOCOLLO IDONEO A COGLIERE I SEGNI QUALITATIVI DEL “FARSI” DELL’ESPERIENZA COSCIENTE E DEL LINGUAGGIO NEI MALATI AFASICI

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La parola non è un oggetto estraneo all’Io che parla e che ascolta; essa invece è uno dei modi del dispiegarsi del Sé, l’afasia pertanto va posta come gesto del Sé e come momento del dispiegarsi di un “significare” che può mostrare ancora una correlazione, più o meno evidente, con la gestualità.

Lamberto Longhi (Afasia 1985)

Una debolezza riscontrata dal mondo scientifico nei modelli materialisti, sia essi riduzionisti o funzionalisti, che sottendono i classici approcci logopedici di rieducazione dell’afasia è che essi sono incompleti, perché non sono in grado di cogliere il carattere qualitativo dell’esperienza cosciente  legata ad un punto di vista unico e soggettivo. Gli aspetti qualitativi dell’esperienza cosciente, come vari autori hanno evidenziato (T. Nagel, F. Jackson e D. Chalmers), non sono riducibili alla sola struttura fisica, cioè al cervello in sé, ed il tentativo di ottenere una maggiore oggettività in questo campo non può che allontanare dalla reale natura del fenomeno, che è quella che l’individuo sperimenta fenomenologicamente in “prima persona”.

Nell’attuale panorama scientifico quindi, che ha accettato la “sfida della complessità”, l’analisi fenomenologica dell’esperienza cosciente e del linguaggio nei malati afasici, che è alla base della semeiologia del disturbo afasico proposta dal Prof. L. Longhi, valutabile tramite il protocollo “Il PROFILO DELL’AFASICO” (L. Longhi, L. Gomato e coll. 1981, L. Longhi 1985, L.Gomato 1996, 2013), rappresenta un’importante contributo ad un approccio riabilitativo moderno in tale ambito, supportato  oltre che dall’esperienza diretta  pluriennale a contatto con le persone afasiche  anche da evidenze scientifiche ottenute più recentemente dalle ricerche delle neuroscienze e scienze  cognitive “incarnate”.

Lidia Gomato

Dal gesto animale ad un primo ordine di simboli gesticolatori. Anno 1968

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La clinica, l’antropologia e la psicologia generale ci obbligano a sostituire la parola “movimento” con la parola “gesto”. Esse ci portano ad isolare una funzione gesticolatoria germe di ogni espressione umana, e più profondamente ancora germe dell’intellezione.

Il gesto coordinato, applicato, si osserva nelle forme più rudimentali della vita animale, qui esso risponde ai bisogni stessi della vita; è per mezzo di esso che l’animale sussiste. Ma man mano che l’animale s’innalza il gesto si arricchisce di nuove categorie: già nel cane fra il gesto di punta, della caccia, del riportare, vi è tutta una gesticolazione per tradurre i principali movimenti dell’affettività, essa è poco modulata e si limita a pochi atteggiamenti corporei ….Nell’uomo la vita affettiva ha un movimento molto più ricco e spesso il gesto corporeo la sottolinea inconsciamente, allo stesso titolo con cui una certa varietà di gesti, quella che costituisce la mimica facciale, sottolinea le nostre impressioni più delicate, quelle stesse che la coscienza non conserva.

Le grandi correnti emotive provocano degli atteggiamenti che ci avvicinano alla semplice animalità come nel cane: la collera, il terrore, la contentezza…..L’uomo si è fatto padrone di queste reazioni fisiologiche, le ha confuse con il sentimento che le provoca e, per astrazione ne ha fatto il simbolo delle varie forme di affettività. Così dunque, certi gesti ci parlano in modo immediato: il più debole di mente percepisce il senso del pugno che minaccia, il bambino sa il senso dell’indice che è agitato verso di lui, questo linguaggio egli lo porta con sé, nelle sue fibre.  Dal momento in cui gli ingranaggi del suo sistema motorio saranno pienamente coordinati, egli istintivamente esprimerà i moti dell’animo attraverso questi stessi gesti che possedeva in potenza nel momento stesso in cui, incapace di eseguirli, ne percepiva il significato.

In tal modo si ha un primo ordine di simboli gesticolatori in cui nulla è creato, ma è soltanto preso in prestito dalle reazioni spontanee dell’uomo. Per contro, cogliendo il valore della mimica, la sua semplicità ed il suo valore espressivo, l’uomo ha allargato il simbolismo gesticolatorio, ha inventato i gesti, ha algebrizzato la gesticolazione “ (pg. 279)

Tratto da Lamberto Longhi “Introduzione ad una Neurologia Fenomenologica” Società Editrice Universo – Roma 1969

L’origine del linguaggio è vocale o gestuale? Studi che supportano un approccio olistico alla riabilitazione del gesto verbale e non-verbale nel disturbo afasico

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L’idea che il linguaggio si sia sviluppato prevalentemente attraverso il medium sonoro è oggi sostenuta da diversi studiosi secondo i quali i precursori delle capacità comunicative umane vanno rintracciati nelle vocalizzazioni delle scimmie non antropomorfe (Cercopithecus aethiops). Una cosa particolarmente interessante dal punto di vista comunicativo è che esse usano richiami d’allarme acusticamente differenti per segnalare la presenza di diversi tipi di predatori. Ad ogni specifico richiamo è associata una specifica risposta comportamentale sia da parte dell’individuo che emette il grido, sia da parte dei conspecifici che lo avvertono, quando ad esempio la scimmia produce il segnale di pericolo per il leopardo gli individui che lo recepiscono cercano riparo correndo tra gli alberi, per il segnale dell’aquila invece guardano verso l’alto ecc. Tali richiami sono olistici (possono essere accumunati a messaggi completi, piuttosto che a singole parole), manipolativi (non sono finalizzati a comunicare informazioni, ma a condizionare il comportamento altrui) e musicali (sono caratterizzati da ritmo e melodia). Un altro elemento importante del repertorio comunicativo delle grandi scimmie (antropomorfe) è la multimodalità, cioè l’uso combinato di vocalizzazioni e gesti.

Si è visto che tutte le proprietà olistiche, manipolative, multimodali e musicali del “protolinguaggio” delle scimmie e delle grandi scimmie  sono presenti anche nel sistema di comunicazione dei primi ominidi che hanno abitato il pianeta fino a 1,8 milioni di anni fa. Nel tempo, con altri passaggi evolutivi, il sistema di comunicazione acquisisce un’ulteriore  caratteristica: la mimesi, definita da Donald (1991) come “la capacità di produrre atti rappresentazionali coscienti e autoindotti che sono intenzionali ma non linguistici”, diventa più flessibile e può essere utilizzato in una più ampia gamma di situazioni. Lo studio degli aspetti legati alla percezione e alla comprensione delle vocalizzazioni da parte dei primati ha rilevato sorprendenti abilità interpretative, ma molte delle caratteristiche che rendono la comunicazione delle scimmie diversa dal linguaggio umano riguardano la produzione vocale.

La comprensione delle vocalizzazioni da parte dei primati non umani è molto differente dalla loro produzione e dal loro uso, pertanto non sembra possibile spiegare l’origine del linguaggio facendo riferimento esclusivo al medium sonoro. L’aspetto fondamentale del linguaggio umano è legato alla capacità di cogliere “l’intenzione comunicativa del parlante”, da questo punto di vista, come rileva Tomasello (2008), è la produzione dei segnali, più della comprensione, ad essere specificatamente comunicativa. Secondo Gentilucci e Corballis (2006) “l’antenato comune di esseri umani e scimpanzé doveva essere meglio equipaggiato per sviluppare un sistema di comunicazione volontaria basato su gesti visibili piuttosto che suoni”. Un consistente numero di esperimenti condotti nel campo delle neuroscienze, della psicologia e della linguistica inoltre, ha di recente fatto pensare che quando comprendiamo una parola o una frase si attivano esattamente gli stessi sistemi neurali che si attivano quando percepiamo o agiamo, in sintesi: la comprensione linguistica pare richiedere l’attivazione del sistema senso-motorio.

I sostenitori più attuali dell’ipotesi dell’origine gestuale del linguaggio umano sono M. Corballis (2002; 2009; 2011) Arbib (2005; 2012) Rizzolatti e Arbib (1998) M. Tomasello (2008) Gentilucci (2006), Gallese (2009) e altri.

 

  1. Adornetti “Origine del linguaggio” – Rivista APhEx n° 5 Gennaio 2012
  2. Corballis “ Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio” Raffaello Cortina 2009

 

Che cos’è la neurofenomenologia?

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La neurofenomenologia è un metodo di ricerca “rigoroso” che cerca di studiare l’”esperienza” umana, il nostro essere persone radicate nella biologia della nostra specie ed incapaci di agire se non alla luce della coscienza, ha lo scopo di gettare un ponte tra due culture filosofiche da sempre in opposizione: quella analitica e quella cosiddetta “continentale”, perché una cultura diventa troppo arida quando non ci da i mezzi per pensare alla vita così come noi la viviamo.

Attraverso il metodo fenomenologico, la neurofenomenologia vuole condurre le moderne ricerche delle neuroscienze all’interno di un panorama concettuale più ampio, di superare la scissione mente-corpo sulla quale si è basata tutta la scienza epistemologica tradizionale. Essa cerca di dare una spinta innovativa alla ricerca scientifica sui temi complessi, non più eludibili, che pongono delle domande rilevanti inerenti alla vita delle persone in tutti gli aspetti qualificanti, dalla cognizione alle decisioni e all’esercizio della razionalità pratica, all’esperienza emotiva in tutta la sua ricchezza, compresa quella estetica e morale.

 

“Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente” M. Cappuccio

Ed. Bruno Mondadori 2009

 

 

Corso E.C.M 18 – 19 marzo 2017 Approccio neurofenomenologico alla riabilitazione del disturbo afasico secondo l’ipotesi del Prof. L. Longhi ed il moderno orientamento della scienza cognitiva “incarnata” (o Embodied Cognition)

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L’attualità dell’interpretazione delle sindromi aprassiche nell’ottica neurofenomenologica del Prof. L. Longhi

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La visione classica pensava che il gesto finalistico, fosse mosso e retto dalle immagini: Per Liepmann, ad esempio, un “abbozzo eidetico” risvegliava “formule cinetiche” dell’azione motoria. Tuttavia col succedersi delle osservazioni cliniche, l’analisi del disturbo aprassico, da parte di AA sempre più numerosi, spostava l’attenzione sull’esecuzione stessa del gesto volontario. P. Marie, Bouttier e Bailey pensarono piuttosto ad una “rappresentazione” del movimento stesso, e Morlaas ad uno “sviluppo spaziale” del gesto, discinesia spaziale, sviluppo nel quale potevano verificarsi degli “errori topografici ”. Nello stesso senso l’analisi dei casi di “aprassia costruttiva”, già da parte di Strauss e di Kleist parve mettere a fuoco l’esistenza di “immagini e forme spaziali” del movimento, così come anche Lhermitte e coll. avevano parlato di un “pensiero specializzato per la nozione dello spazio”. In tali versioni si trattava di uno spazio non più inteso nel senso di uno “spazio intellettualizzato”, tipo spazio geometrico, ma di uno spazio-ambiente proprio del gesto finalistico.

Schilder (1935), sulla scorta di uno studio psicologico del gesto volontario, pur ammettendo un “abbozzo” precedente del movimento, precisa che non si tratta di rappresentazioni chiare del movimento bensì di una specie di “conoscenza intuitiva”. L’esperienza del soggetto sarebbe piuttosto quella di una “direzione”, di un’intenzione diretta ad uno scopo e ciò rappresenterebbe il “germe” di un piano, o di uno schema, in un campo psichico dato dalla com-presenza dell’Io e del mondo esterno, vale a dire dell’oggetto.

Ma l’inizio del movimento può poggiare solo sulla conoscenza del proprio corpo, da parte del soggetto, conoscenza che non è nozionale ma derivante dall’esperienza di un “modello posturale” poiché l’ “abbozzo” del gesto deve comprendere sia l’oggetto verso il quale il gesto viene mosso, sia “l’immagine” del corpo nella sua totalità e del segmento adibito al gesto.

Schilder intende per “modello posturale” necessario al gesto, come una “costruzione che si rinnova continuamente sulla base delle informazioni sensitive in un’esperienza vaga ai bordi della coscienza”.

E’  indiscutibile che Il gesto “abita” contemporaneamente una spazialità corporea ed una spazialità esterna al corpo, esso è intimamente legato all’esperienza ed alla conoscenza del proprio corpo, all’orientamento su di esso ed infine alla conoscenza dello spazio esterno ed all’orientamento in esso.

Binswanger riconduce la fisiopatologia dell’aprassia ai due termini di corpo e di spazio, egli precisa che il tronco rappresenta il vero “qui” nel senso in cui esso rappresenta la premessa anatomo-fisiologica che permette agli arti di cogliere uno spazio tattile polidimensionale ed alla cinestesia oculare di darci la profondità dello spazio ottico.

Tutto ciò sembra fondare uno spazio prassico comune nel quale esperienza del corpo, movimento e visione appaiono funzionalmente concorrenti al gesto finalistico. Una tale condizione spiega bene come l’alterazione di uno dei tre fattori suddetti possa essere causa di aprassia.

Tratto da Lamberto Longhi “ Neuropsichiatria” Ed. Le Monnier 1973

 

 

 

LA PAROLA “SENSORIALE” E LA PAROLA “RELAZIONALE”

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Tratto da  SPECIALE NEUROSCIENZE di V. Gallese, sul linguaggio: la parola” “sensoriale” e la parola “relazionale” e  liberamente modificato da Lidia Gomato

Dalle ricerche sul cervello delle moderne Neuroscienze “incarnate” o Embodied Cognition si evince che le stesse aree che si attivano in compiti linguistici si attivano anche in compiti sensori-motori che non hanno nulla di intrinsecamente linguistico. Ciò fa pensare che il senso che la parola vuole esprimere abbia in qualche modo delle radici senso-motorie. Tali studi stanno attualmente cercando di comprendere sempre meglio qual è il legame tra l’uso astratto del linguaggio e la corporeita’.

La Embodied Cognition condivide il paradigma fenomenologico del linguaggio come gesto e cerca di spiegare, sia in termini filogenetici, sia in termini concreti, come funziona il linguaggio come noi lo esprimiamo oggi. Il linguaggio nell’ottica fenomenologica è sin dall’origine relazionale, Revezs ha parlato nell’ambito dello studio dello sviluppo del linguaggio, di uno stadio primitivo di “vocalizzazione di contatto” il cui significato è quello di “qualcuno è qui” e di un secondo stadio di “vocalizzazione di richiamo” il cui significato è “io sono qui per te”.

Il linguaggio umano è il sistema di comunicazione più sofisticato perché permea e riconfigura tutta la nostra esperienza, esso parte da una dimensione pre-verbale per arrivare ad una dimensione linguistica, sia in senso filogenetico evolutivo, sia nello sviluppo del singolo individuo, cioè in senso ontogenetico. Una volta acquisita la parola entriamo nel mondo dell’uso del linguaggio e questo retroagisce riconfigurando e modulando anche tutta la dimensione pre-verbale, quindi il pre-verbale di un umano non è in tutto e per tutto paragonabile a quello di un animale  pre-verbale che non ha mai sviluppato il linguaggio.

 

Corso E.C.M 18 – 19 marzo 2017 Approccio neurofenomenologico alla riabilitazione del disturbo afasico secondo l’ipotesi del Prof. L. Longhi ed il moderno orientamento della scienza cognitiva “incarnata” (o Embodied Cognition)

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INDAGINE SULLA CORPOREITA’ DISPONIBILE NEI SOGGETTI AFASICI: LA COMPONENTE MOTORIA DELL’ATTIVITA’ PSICHICA

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Tratto dal video sul seminario del Prof. G. Rizzolatti “Neuroscienze e Psicanalisi”  dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Il modello classico di come il cervello funziona, che si è andato affermando negli anni 50, per il quale il cervello era sostanzialmente un elaboratore d’informazioni, è oggi fortemente messo in discussione dalle moderne neuroscienze. Al  computer manca  qualcosa di fondamentale che hanno gli esseri viventi, cioè il movimento, più passa il tempo e più si acquisiscono delle evidenze scientifiche che dimostrano come il “movimento” sia un fattore fondamentale.

Noi abbiamo tutto un sistema motorio e da questo sistema motorio derivano particolari percezioni, per esempio noi abbiamo  la percezione dello spazio non perché abbiamo nel cervello un’ area per lo spazio, ma perché abbiamo delle aree motorie particolari per raggiungere lo spazio e  come conseguenza, successivamente abbiamo la percezione dello spazio. Siamo passati da un concetto che era tutto legato all’ elaborazione di stimoli esterni,  a qualcosa di interno, è il sistema motorio che costruisce lo spazio,   e anche la percezione degli altri.

La scienza non è fatta di mattoncini sparsi qua e là, per avere una visione del sistema nervoso bisogna avere un panorama concettuale, quello classico della psicologia cognitiva risulta del tutto insufficiente, ci sono altre due valide possibilità: una è quella della psicanalisi, l’altra è quella della fenomenologia di Husserl,  Merleau-Ponty e Sartre.

Lidia Gomato