Che cosa proviamo di fronte a un immagine o a un’ opera d’arte?

Arte, corpo e cervello: per un’estetica sperimentale

http://www.unipr.it/arpa/mirror/pubs/pdffiles/Gallese/2014/Gallese_Micromeg

Art. di Vittorio Gallese liberamente modif. da L. Gomato

atlanteIn un importante studio di Freedberg e Gallese sui processi cognitivi sottostanti all’esperienza estetica, gli autori ci riportano le sensazioni riferite dagli spettatori alla vista di alcuni classici della storia dell’arte, come lo Schiavo detto Atlante di Michelangelo e il Concetto Spaziale “Attesa ”di Fontana. Gli spettatori affermavano di provare un coinvolgimento fisico suscitato dalla vista dei dipinti o delle sculture, un processo empatico di coinvolgimento corporeo, di simulazione dei gesti espressivi dell’artista , come le pennellate, i segni dell’incisione, e più in generale i segni dei movimenti della sua mano. Un effetto analogo si avrebbe anche per l’osservazione dei gesti grafici vergati a mano, come le lettere dell’alfabeto romano, ideogrammi cinesi e scarabocchi. I risultati empirici delle ricerche di Gallese e coll. suggeriscono che il processo di simbolizzazione caratteristico della nostra specie, pur articolandosi in un progressivo movimento di astrazione ed esternalizzazione dal corpo, mantiene intatti i suoi legami corporei , non solo perché il corpo è lo strumento per la produzione di simboli, ma anche perché ne è altresì lo strumento principale di ricezione.

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L’afasia come un disturbo generale dell’attività simbolica

Post ultimo agosto

Se mette capo a una funzione simbolica, l’analisi del senso della malattia identifica tutte le malattie, riconduce all’unità le afasie, le a agnosie, le aprassie (Cassirer).

 Alla base del linguaggio c’è una motivazione che ci spinge verso le cose, ci dirigiamo verso le cose che per noi hanno un senso. Questa motivazione, questa intenzione è “allentata” nella maggior parte delle afasie; ciò che l’afasico ha perduto e che il soggetto normale possiede, non è un patrimonio di parole, ma un certo modo di farne uso. La stessa parola che rimane a disposizione del malato sul piano del linguaggio automatico, diviene inaccessibile su quello del linguaggio creativo; egli riesce a pronunciare la parola quando c’è un interesse affettivo e vitale. ,Il disturbo afasico quindi, dal punto di vista fenomenologico, concerne il contesto dell’esperienza, il potere di configurare nel mondo una intenzione qualsiasi; il mondo non gli suggerisce più dei significati e reciprocamente i significati che egli si propone non si incarnano più nel mondo dato. Il gesto fonetico realizza, per il soggetto parlante e per coloro che l’ascoltano, una certa strutturazione dell’esperienza, una certa modulazione dell’esistenza, proprio come un comportamento del nostro corpo investe di un certo significato gli oggetti che lo circondano. In quest’ottica, ad esempio, il disturbo di denominazione dell’afasico assume un nuovo significato, non si tratterebbe di un disturbo semantico della parola ma, di una difficoltà più generale ad intenzionare, ad incarnare, a dare “forma”, a dare un senso visivo e verbale all’ immagine dell’oggetto.

 

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La lingua dei gesti ha una sua “prosodia”

Unknown

Le moderne ricerche sul linguaggio hanno identificato delle componenti di base estremamente semplici che spiegano la forma e il significato delle frasi; queste componenti applicate in modo ricorsivo sono in grado di generare strutture complesse; la scoperta che ha sorpreso molti ricercatori è che tale sistema acquisisce dati sia dalle lingue parlate che da quelle dei segni, e in alcuni casi sono proprio queste ultime a fornire l’evidenza delle proprietà fondamentali del motore grammaticale e logico del linguaggio in generale. Recentemente la linguista M. Nespor , della International School for Advanced Studies di Trieste, con i colleghi A. Langus e B. Guellai hanno condotto una ricerca, pubblicata sulla rivista Frontiers in Psychology, sul valore “prosodico” dei gesti, dalla quale si è visto che i gesti che facciamo parlando servono a rinforzare la prosodia delle frasi, chiarendone le ambiguità. Possiamo constatare inoltre come la comunicazione gestuale sia presente in tutte le lingue e ci aiuti ad esprimere le nostre azioni e le nostre emozioni.

Misurare la qualità dell’esperienza umana

fiore rossoLo scopo della scienza è quello di “misurare il misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è”, ma la misura ci porta sulla soglia di un’unità dove incomincia il “valore”, che delinea la differenza tra un approccio scientifico quantitativo e un’approccio qualitativo. Noi possiamo ad esempio, misurare il colore rosso con una data frequenza di onde elettromagnetiche ma non possiamo più farlo con il rosso del “fiore che ammiro” o che il pittore ha dipinto sulla tela, se non a patto di perdere l’esperienza del fiore, il valore del fiore. Allo stesso modo non possiamo stupirci se le analisi delle frequenze statistiche delle varie parti del discorso, contenute in un testo, ne annullano il contenuto, vale a dire la qualità che lo distingue da ogni altro testo. C’è questo momento, che il neurofenomenologo L. Longhi ha definito “cerniera”, in cui la quantità “ misurabile “ si fa qualità “comprensibile”, per cui l’energia misurabile dello stimolo si fa qualità percettiva, come in una specie di grande metabolismo attraverso il quale il mondo dell’energia si fa mondo umano dei valori, per cui la mano anatomo-fisiologica del pittore, definibile attraverso unità anatomiche-fisiologiche, diventa l’indefinibile mano dell’artista in un trascendersi dal corpo-oggetto in corpo-soggetto. Analogamente l’occhio-che-vede si trascende nell’occhio-che-guarda, l’orecchio-che-ode nell’orecchio-che-ascolta, la mano-che-tocca nella mano-che-palpa o tasta o manipola. In tal senso l’uomo non può essere la somma di cellule, tessuti, organi ed apparati e tanto meno la sua unità organismica può essere il tessuto, seppur mirabile e fittissimo, disegnato dagli infiniti impulsi nervosi che percorrono il nostro corpo; l’unità organismica dell’uomo è più della somma delle sue parti e non è ad esse riducibile (L.Longhi). Il rapporto terapeuta-malato comprende il mondo dei valori, è un rapporto di qualità e non di quantità e la sua quantificazione, in qualsiasi modo la si possa pensare, in un certo senso lo denatura. Nell’ambito psico-neurologico quindi, se si accetta una tale ottica, non possiamo comprendere e riabilitare la complessità del disturbo afasico, aprassico, agnosico, eminattento ecc. se non usciamo dalla visione oggettiva della “quantità” misurabile per entrare in relazione con i malati, affinare la nostra capacità di ascolto del loro “vissuto”, del loro “sentirsi corpo”.

Anche Lamberto Longhi un “Maestro senza cattedra”

Maestri senza cattedral libro “Maestri senza cattedra” fa un’interessante ricostruzione, tramite testimonianze, della storia dei maestri fenomenologi italiani di prima generazione: D.Cargnello, A.Ballerini, E. Borgna, B. Callieri, L.Longhi, L.Calvi ed altri, formatisi alla scuola dei grandi psicopatologi e psiconeurologi tedeschi e francesi della prima metà del “900”, alla ricerca delle motivazioni della loro esclusione dal mondo accademico. L’ambiente accademico italiano non si è dimostrato permeabile all’atteggiamento “nuovo” che la fenomenologia voleva introdurre nel rapporto medico-malato in ambito psichiatrico e neurologico; nei confronti dei nostri grandi maestri fenomenologi, molto stimati all’estero, c’è stato un certo “atteggiamento contro” la loro libertà di pensiero, per questo sono rimasti fuori dai “recinti universitari” e dai “circoli di potere”. Essi hanno perseguito l’elaborazione scientifica ed hanno “fatto scuola” in solitudine o negli ospedali pubblici, nel migliore dei casi i loro più autorevoli esponenti hanno acquisito il titolo di “liberi docenti”, vale a dire qualificati all’insegnamento universitario, ma hanno atteso per una vita una cattedra che non è mai arrivata. Continua a leggere

Con la Neurofenomenologia verso una “Neuropsicologia del significare”

Neurofenomenologia   L’analisi logico-formale del linguaggio applicata allo studio dell’afasia non è in grado di cogliere la dimensione essenziale del linguaggio, cioè la capacità che ha ancora il malato  di “usare” il linguaggio per i propri fini,  di “dare significato” ai propri gesti verbali, ma anche non verbali, in “contesti” comunicativi sempre vari così come  si presentano nella vita. M. Merleau Ponty ha distinto una lingua “parlata”  riferendosi alla lingua convenzionale e una lingua “parlante” riferendosi all’”uso” del linguaggio che ciascuno di noi ne fa; la neuropsicologia tradizionale, in un’ottica materialista-positivistica, ha proposto da sempre nello studio ed il trattamento dei malati afasici il modello della lingua “parlata”, cioè della  lingua convenzionale studiata in laboratorio. Un tale approccio però, esclude  la “complessità” del linguaggio che si manifesta nella capacità dell’uomo di “creare”, di “costruire” i significati e non solo di imitarli. Continua a leggere

Restituiamo un “corpo” alla parola degli “afasici”: dalla terapia dei “contenuti” verbali alla terapia del “gesto” che li crea

A differenza delle terapie tradizionali che si occupano di analizzare e rieducare i “contenuti” verbali della lingua convenzionale, l’ottica fenomenologica in linea con le più moderne teorie sul linguaggio, cerca di studiare e riabilitare il “gesto” che costruisce i “contenuti” verbali, il suo “farsi” struttura idonea ad ospitare i “significati”.

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Su Neuroscienze.net il mio articolo sull’approccio antropologico-fenomenologico in afasia

E’ con grande gioia che vi annuncio che il mio articolo “L’afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione” è stato pubblicato sulla rivista di Neuroscienze.net. Vi invito a visionare l’articolo… Per poterlo scaricare cliccate qui.

neuroscienze.netAbstract

Scarica in PDF L’articolo descrive un approccio antropo-fenomenologico alla valutazione e riabilitazione del disturbo afasico facendo riferimento alla semeiotica dell’afasia ipotizzata dal neurofenomenologo Lamberto Longhi.

Il linguaggio nell’ottica antropo-fenomenologica non è  concepito come un’acquisizione definitiva dell’uomo, ma è un’esperienza del soggetto continuamente rinnovabile; è un comportamento comunicativo, uno dei gesti possibili del nostro corpo, anche se il più complesso. Il gesto verbale ha come “sfondo” un corpo che si muove intenzionalmente verso il Mondo, verso uno scopo, e nel movimento esperisce la sua qualità spaziale, spazialità di situazione.

L.Longhi ha cercato di studiare negli afasici i momenti di sviluppo di una struttura fondamentale spazio- temporale inerente all’orientamento corporeo e i momenti di sviluppo del gesto frasale ed ha ipotizzato tre livelli di strutturazione e simbolizzazione del gesto iconografico e del gesto frasale sui quali articola una nuova classificazione del disturbo afasico.

Compito della logopedia secondo l’approccio longhiano, sarebbe quello di far ri-costruire, ri-esperire, ri-apprendere al malato afasico le tappe di sviluppo del gesto iconografico e verbale a partire dal livello compromesso.

L’afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione

Ecm logopedia

Corso ECM (id. 2095 – 73381 – crediti assegnati 18,5)

Lo scopo dell’E.C.M in oggetto è quello di far conoscere l’ipotesi dell’afasia di Lamberto Longhi e fornire qualche esempio sull’approccio alla logopedia fenomenologica dell’afasico, sia individuale che di gruppo.

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