Come mai l’uomo vede l’ornamento nella natura e produce immagini piuttosto che niente?

La Natura ha un ruolo fondamentale nella storia della decorazione: essa appare infatti all’uomo, sia nelle sue forme organiche, sia in quelle inorganiche come il luogo della decorazione. 

Ma la domanda, prima di tutte le altre, è: perché l’uomo ha inventato la decorazione, e soprattutto perché vede l’ornamento nella natura? (1) In tutta l’arte preistorica, si osserva l’utilizzazione sistematica delle asperità naturali, sculture o disegni intravisti nelle forme delle rocce e probabilmente in  altri simili oggetti inanimati come tronchi d’albero ecc., dei contorni che rappresentavano qualcosa di molto simile ai reali aspetti della natura.

Nel 1981 dall’archeologo Goren-Inbar della Hebrew University di Gerusalemme fu ritrovato sulle alture del Golan un reperto archeologico sospetto di essere una venere paleolitica risalente a 250.000 di anni fa, prima della comparsa di Homo sapiens. L’oggetto è di tufo rosso, lungo 35 mm, con almeno tre incisioni eseguite sulla sua superficie da una pietra tagliente; queste scanalature possono essere interpretate come la marcatura del collo e delle braccia, un primo “segno” che sarebbe “emerso” in Homo il riconoscimento di una forma in un’altra forma (un corpo in un ciottolo) non limitandosi al visibile. 

Il quesito al quale molti ricercatori cercano di dare una risposta è: “Perché l’uomo ha sentito la necessità di decorare le pareti delle caverne, dei primi contenitori per il cibo, del proprio corpo con monili, ma anche con tatuaggi?” Le teorie sono diverse e affascinanti. Alcuni scienziati affermano che già 3,2 milioni di anni fa l’uomo era dotato del pollice opponibile come documenta M. Skinner, paleoantropologo dell’Università del Kent ( e grazie a questa possibilità l’Homo Erectus impara a cuocere i cibi, questa pratica consente di ricavare più calorie dalle sostanze consumate e di diminuire, di conseguenza, le ore dedicate all’alimentazione. Furono così superate le limitazioni metaboliche che negli altri primati non hanno permesso uno sviluppo del numero di neuroni e delle dimensioni del cervello proporzionale alle dimensioni corporee. Inoltre si avvia il processo di sviluppo della corteccia prefrontale che è una delle aree più interessanti e decisive per comprendere il pensiero astratto. Si sviluppa così la mente, insieme alla nascita del linguaggio, un fenomeno tutt’altro che semplice e uniforme, considerato la guida dei pensieri e delle azioni in relazione agli obiettivi e agli aspetti di adattamento dell’uomo (3).La mente, però, è una mente inquieta che abbraccia la modalità del fare, che continuamente pensa, immagina, lavora, cerca soluzioni, si proietta all’esterno e inventa. È nel Paleolitico superiore, circa 17.500 anni fa, che l’uomo sapiens inizia a decorare le pareti delle grotte, le ciotole e non di meno il proprio corpo. Troviamo un esempio eclatante nelle grotte di Lascaux con più di 6.000 immagini di animali, figure umane, decorazioni e segni astratti.

Come mai l’uomo è arrivato a produrre immagini piuttosto che niente? Hans Belting, storico dell’arte (6), afferma che l’uomo è probabilmente l’unico essere vivente non solo a produrre immagini, ma è l’unico a dar loro vita. La sua mente, e con essa il suo corpo, è popolata da rappresentazioni proiettate all’esterno. 

Luca Mori del dipartimento di filosofia dell’Università di Pisa (2) fa un’ipotesi interessante sulle condizioni che avrebbero permesso l’inizio dell’esperienza di una mente estetica nell’Homo delle origini, quali vincoli organizzativi della mente incarnata la resero possibile e come ne furono di conseguenza trasformati: (a) un esemplare di Homo vede una scena di caccia e la sua mente ne resta impressionata (presenza dell’oggetto e sguardo rivolto all’oggetto); (b) l’Homo ritiene la scena veduta (costituirsi di “formula carnale” o equivalente interno); (c) la mente ritiene la scena veduta anche a distanza di spazio e di tempo; ne comunica con gli altri, anche in forma drammatica; (d) Homo dipinge, incide la parete, scolpisce e così la “formula carnale” si esprime in un tracciato visibile; (e) nel tracciato visibile un altro sguardo riconosce i “motivi” che hanno impressionato lo sguardo dell’artista. Ma probabilmente c’è di più l’uomo può raffigurarsi cose mai vedute combinando cose note: l’immaginazione e la proiezione sono attività produttive di mondi, di visioni, di relazioni. Nelle fasi antiche la suggestione è soprattutto fisica e si limita a richiamare la figura di un singolo animale. Nelle fasi più recenti la forma espressiva è più globale ed è costituita da insiemi (4) come nel caso delle gobbe del soffitto di Altamira.

Riferimenti bibliografici:

1)L. Gasparini, La mente inquieta che regala tanta bellezza

https://www.doppiozero.com/materiali/la-mente-inquieta-che-regala-tanta-bellezza

2)A.Mori, Le origini di Homo e le origini dell’esperienza estetica e antropogenesi

Academia.edu/8360309

3)E.Cassirer, Saggio sull’uomo. Una introduzione alla filosofia della cultura umana (Armando editore, 2004)

4)A.Leroy-Gouran, Il gesto e la parola (Einaudi, 1977)

5)M. Skinner, paleoantropologo dell’Università del Kent (GB)

lescienze.it/news/2016

6)H. Belting nel suo saggio Antropologia delle immagini (Carocci, 2013)

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