La parola come gesto. Un approccio fenomenologico alla riabilitazione del disturbo afasico

tratto da una lezione di Lambero Longhi del 1982

a cura di Lidia Gomato

Era piuttosto difficile capire come si potesse parlare della parola distaccata dal gesto che l’ha prodotta, allora si è pensato di unire gesto e significato tramite una convenzione. In tal modo la parola poteva essere studiata come un problema a sé, da un punto di vista strettamente semantico, in questa ottica non c’era una gestualità capace di farsi suono, di farsi struttura articolatorio-fonetica. Nella prospettiva fenomenologica, invece, il significato parte già quando noi iniziamo la parola, cioè prima ancora che la parola sia finita, sia definita.

Noi per convenzione possiamo fare un codice Morse, cioè affidare ad un determinato numero di gesti, che sono quelli del punto e della linea, e affidare alla combinazione di questi gesti, per convenzione, un significato, ma il linguaggio Morse non è un linguaggio vero e proprio, così come non lo è, forse, sotto certi aspetti, il linguaggio matematico. Un linguaggio autentico è certamente quello delle arti figurative: lo scultore, il pittore, il musicista fanno dei linguaggi, perché l’inizio dell’espressione non è alla fine del gesto, ma all’inizio del gesto. Ora se il rapporto tra gesto e significato, fra movimento e significato, non è alla fine del gesto, ma è durante il momento in cui il gesto si fa tale, cioè si realizza, allora è chiaro che il problema del rapporto tra gesto e significato si pone in modo del tutto diverso, non può più essere posto sul piano di una pura convenzione. Dobbiamo andare alle origini di questa capacità di espressione, noi siamo in grado di esprimere gli stessi concetti in modi diversi di espressione, cioè ricorrendo a motricità diverse. Si può dire che nelle arti figurative non fanno che raccontare sul piano grafico un tema. Poi naturalmente un critico cercherà, ad esempio, nell’espressione dei personaggi di un quadro di farsi un’idea di quello che speravano, che pensavano, di ciò che è avvenuto, però non c’è dubbio che noi spostiamo questa capacità di esprimerci dalla motricità articolatorio-fonetica alla motricità della mano del pittore che dipinge.

Intanto abbiamo posto una prima idea, se è vero questo, che il significare comincia dall’inizio della parola, dall’inizio del gesto, allora va visto anche sotto un profilo diverso il linguaggio del bambino. Ascoltando un bambino che cerca di ripetere la parola che ha udito per la prima volta, questo modello articolatorio-fonetico che gli è giunto all’orecchio, abbiamo l’impressione che egli non ha l’agibilità necessaria, con la sua senso-motricità prende il modello e lo fa suo, lo incorpora e poi lo excorpora, lo riproduce con i suoi mezzi. E’ come se un artigiano dovesse fare un lavoro con i mezzi che ha a disposizione, fa lo stesso lavoro che fa un altro artigiano con mezzi diversi. Certamente il prodotto finale non sarà uguale, ma tutti e due lo hanno fatto, hanno dato un contenuto espressivo ad un certo oggetto.

Il problema è quindi che non possiamo pensare il significato come un qualcosa che inerisce al gesto in ultimo, al gesto finito. Il significato è incarnato nel gesto, è intrinseco al gesto fin dal primo momento in cui parliamo.

A questo punto da un lato ci sarà tutta la problematica del modo come questo gesto si forma, questa gesticolazione che è molto complessa, perché meno di tutte le altre riesce ad essere controllata, divisa. Se noi, specialmente se non sappiamo dipingere, tentiamo di fare un dipinto, possiamo esercitare un controllo momento per momento, sarà un controllo che invece di aiutare danneggia, però si può fare. Con la parola e ancora di più con la frase, ciò non è possibile, la parola è una motricità di tipo balistico, va impostata totalmente fin dall’inizio, di blocco, non può essere controllata nel suo svolgersi. Una volta che noi diciamo una parola è andata, non si può tornare indietro come forse si può fare con altri gesti, è impostata d’ambleé.

Qui c’è tutto il problema di vedere come questa motricità si prepara. I linguisti in tal senso hanno fatto il lavoro più importante, essi hanno cercato di capire in questa motricità, quali erano gli elementi che la caratterizzavano.  Un punto caratterizzante abbastanza  sicuro era quello dell’articolazione, essi hanno distinto un’articolazione posteriore che produce i suoni gutturali sviluppatasi nel tempo sempre più anteriormente con i suoni dentali e  labiali. Si tratterebbe di un processo di maturazione  che  ci ha permesso di avere un repertorio molto più ricco di quello che non si possa fare con le articolazioni posteriori.

Il problema che si pone a noi di fronte al malato afasico è se questa motricità articolatorio-fonetica ha un grado di possibilità concrete di esprimersi, di realizzarsi, di attuarsi, tali da poter costituire l’ambiente per un significato, oppure è talmente ridotta al minimo, a dei suoni pressochè inarticolati. Ci si deve domandare se questo individuo può offrire un ambito gesticolatorio sufficiente per parlare, per dire un suo significato.

Questo è un momento polare del problema, l’altro momento invece è come questa motricità semplice o complessa che sia, maturata o meno che sia, articolata o meno che possa essere, può fare quello che fa un bambino, cioè assumere un modello, perché non c’è dubbio che noi siamo tutti padroni di una lingua. Noi siamo fatti per parlare, ma è anche vero che cresciamo in un ambiente che ha una sua lingua, per cui non possiamo non tener conto di questo modello che l’ambiente offre. Io credo che oggi nessuno pensi più che il soggetto si prenda il modello della lingua tale e quale com’è, che se lo prende come un modello fisso, immutabile, inamovibile che deve adoperare quello o null’altro. Il soggetto prende un modello, ma cosa prende del modello?

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