Musica e linguaggio come sistemi integrati


“Là dove finisce la parola, lì inizia la musica”

H.Heine

Allo stato attuale molte linee di ricerca supportano l’ipotesi che la musica e la musicalità, a livello filogenetico e ontogenetico, hanno un ruolo importante nella comunicazione umana, che il sistema comunicativo musicale, sia gestuale che sonoro, precedano il sistema linguistico vero e proprio. 

In un’ottica antropologica linguaggio e musica sono manifestazioni sociali della cultura di riferimento e sono il frutto delle interazioni dei membri del gruppo di appartenenza. Secondo Steven Mithen, esperto in studi interdisciplinari di archeologia della mente,  essi sono degli universali dell’uomo: “La musica e il linguaggio sono caratteristiche universali della società umana. Possono manifestarsi in forma vocale, fisica e scritta; sono sistemi gerarchici e combinatori che coinvolgono il fraseggio espressivo e poggiano su regole che generano una ricorsività e rendono possibile la creazione di un numero infinito di espressioni a partire da un numero finito di elementi” (Mithen S., 2008). I codici della musica e del linguaggio, inoltre, hanno in comune la ritmicità che ad un livello profondo, neurofisiologico, sembra essere regolata dal ritmo respiratorio e dal ritmo cardiaco, alla base delle prime esperienze vitali. Recenti ricerche in campo musicologico, sulla ritmicità respiratoria nel linguaggio e nel canto, hanno stabilito che “le frasi musicali tendono a durare tra i due e i dieci secondi, compatibili con i tempi di respirazione. Analoghe corrispondenze avvengono nel linguaggio parlato in riferimento alle pause fra gli enunciati, in rapporto alla respirazione e al cosiddetto prendere fiato” (Freddi E., 2012).

Anche gli studi sulla prosodia del “madrese” o “baby talk” (infant directed speech – IDS), hanno evidenziato come il linguaggio, nelle prime fasi, viene percepito dal bambino sotto forma di ritmo e melodia, come musicalità che, nella gestualità corporea dei due attori, accompagna l’enunciazione verbale. L’analisi comparata in diverse lingue, inoltre, ha mostrato nel linguaggio “madrese” dei tratti universali. Fernand A. e Kuhl P. (1987) hanno fatto degli studi sui tratti acustici che determinano la preferenza per il “motherese” ed hanno visto nei bambini una spiccata preferenza per quei discorsi la cui frequenza fondamentale veniva modulata in modo da presentare un’esagerazione intonazionale. Secondo le autrici, le caratteristiche prosodiche rilevate dallo studio comparato in sei diverse lingue, hanno un carattere universale e sarebbero da associare ad un costitutivo ruolo cognitivo e alla trasmissione di informazioni di natura primariamente emozionale e affettiva. Tale effetto, unitamente all’efficacia dell’esagerazione dei contorni prosodici nel richiamare e mantenere l’attenzione degli infanti fa delle modificazioni prosodiche un ottimo candidato per la facilitazione della processazione delle costitutive unità foniche della lingua, quindi della sua acquisizione e comprensione. Queste ed altre ricerche fanno pensare che nella fase preverbale la componente sonoro-musicale dell’IDS (infant directed speech) possa vicariare la mancanza momentanea del linguaggio parlato.

Degli studi comparativi sugli effetti della prosodia sul comportamento sono stati condotti, oltre che sui bambini anche sugli animali. Burnham et al. (2002), ad esempio, hanno rilevato nei discorsi riferiti ai bambini pre-verbali e agli animali la presenza di quattro caratteristiche condivise: il tono, l’intonazione, il ritmo e l’iperarticolazione delle vocali, ed hanno visto come tali caratteristiche prosodiche del linguaggio  influenzano il comportamento affettivo sia dei neonati che degli animali domestici, notoriamente sensibili alla espressività emozionale.

Altre interessanti ricerche sono state fatte sull’effetto della voce e del canto sui neonati prematuri, questi hanno mostrato, come il contatto vocale precoce fra genitore e bambino durante il periodo di ospedalizzazione, abbia effetti positivi sulla sua stabilità, sulle sue competenze cognitive e sulla riduzione dello stato d’ansia genitoriale. Recentemente, è stato condotto  da F. Ferrari, Filippa Manuela et al. (2017), presso la Terapia Intensiva Neonatale (TIN) dell’Università di Modena e Reggio Emilia, uno studio (che fa parte di un ampio progetto) sull’effetto della voce e del canto delle mamme sulle reazioni fisiologiche e sulla maturazione del cervello dei neonati prematuri in incubatrice. Gli AA. hanno rilevato che sentire il suono della voce materna parlare o cantare, sia registrata che dal vivo, migliora le  condizioni dei bambini , ne riduce i problemi cardio-respiratori con potenziali benefici clinici sulla maturazione del sistema nervoso. 

L’analisi della profonda musicalità delle relazioni pre-linguistiche e linguistiche fra madre e bambino nei vari stadi della crescita secondo molti studiosi consente di “avvalorare l’ipotesi, che linguaggio musicale e linguaggio verbale siano sistemi integrati, più che accostati ed analizzati per differenze o somiglianze” (Freddi E.,2012).

 Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

Mithen S., Il canto degli antenati, Editore Codice, 2008

Freddi E., Lingua e musicalità (2012, p. 83) https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/article/elle/2012/1/lingua-e-musicalita/art-10.14277-2280-6792-6p.pdf

Burnham D., Kitamura C., What’s new pussycat? On talking to babies and animals, “Science”, 296, 2002

Fernald A. & Kuhl P., Acustic determinants of infant preference for motherese speech, Infant Behavior and Development 10, 1987

Filippa M., Ferrari F., 2017 https://www.researchgate.net/publication/327445756_Il_contatto_vocale_materno_in_Terapia_Intensiva_Neonatale_alle_origini_della_comunicazione_fra_genitori_e_neonati_prematuri.

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