L’AFASIA COME DISTURBO DELLA COMUNICAZIONE NELLA PROSPETTIVA FENOMENOLOGICA

foto Longhi               In memoria del Prof. Lamberto Longhi

Anche se le lezioni introduttive di Lamberto Longhi alle nostre ricerche sull’afasia e più in generale sulle alterazioni del gesto nei disturbi neuropsicologici, potrebbero considerarsi, per certi versi, superate, hanno anticipato i nostri tempi e conservano ancora tutto il fascino di un pensiero nuovo, moderno.

Lezione dicembre 1982

Nella nostra ipotesi di ricerca mi sembrano abbastanza chiari questi tre momenti: delmovimento, delgestoe della tematizzazione, ed io ho insistito abbastanza sul fatto che l’afasia è un nucleo e il disturbo afasico va considerato come un disturbo della comunicazione.

Tutte quelle che sono state le teorie prettamente neurofisiologiche, anche al di là dei vecchi centri, le vie di associazione etc., non potevano includere tutta la problematica dell’afasia in quanto comunicazione,tanto è vero che abbastanza recentemente sono confluiti nel discorso dell’afasia e del linguaggio anche altri atteggiamenti. Vediamo l’apporto della linguistica, della neurolinguistica, dell’informatica, della psicologia con i test di neuropsicologia, e l’ultimo dovrebbe essere il nostro apporto, quello della fenomenologia,perché una cosa è parsa abbastanza ovvia, quando si son messi a fare della statistica sulle localizzazioni anatomiche dei disturbi afasici, in conclusione hanno visto che anche dividendo le funzioni del linguaggio in: ripetizione, comprensione, espressione etc., ogni lesione coinvolgeva le varie funzioni, più o meno arbitrariamente distinte, cioè se si vuole smembrare l’atto del linguaggio come un fatto unico di significazione, in tanti aspetti come: comprensione, espressione, parola ripetuta, serie verbali etc., quando si va ad analizzare appunto sul piano statistico, non con l’analisi di un singolo caso, si vede che un po’ tutte le lesioni classiche che danno l’afasia, coinvolgono tutte le funzioni. Nella parte posteriore saranno più o meno, prevalenti le funzioni di comprensione, nella parte anteriore quelle di espressione, nell’insieme però nessuna di queste funzioni, arbitrariamente divise, viene risparmiata qualunque sia la lesione. La lesione diventa un fatto unico, c’è un centro, il vecchio centro di Wernicke, quello temporale, che per molti autori sarebbe il vero centro del disturbo del linguaggio e si ritornerebbe un po’ al vecchio concetto di Pierre Marie, dell’afasia come fatto unico che non si può smembrare in tante afasie diverse. L’afasia è una, come il linguaggio è uno, come la comunicazione è una, c’è questo recupero della globalità del disturbo afasico, per cui resterebbe l’idea e l’ipotesi di un centro unico, di un fatto centrale che è il momento della comunicazione nel senso vero e completo del termine, e al margine, ai bordi di questa zona, ci sarebbero poi quelle lesioni che danno, sullo sfondo del disturbo della comunicazione, degli aspetti un po’ particolari. Agli estremi, al di fuori dell’area vera del linguaggio resterebbe, in avanti l’anartria, cioè un disturbo del movimento, del gesto, e posteriormente l’agnosia verbale.

Certamente il linguaggio era l’unica funzione sulla quale tutta la neurofisiologia sperimentale non poteva aggiungere nulla, se invece prendiamo i dati della neurochirurgia, la quale lavorando con il cervello era in grado di stimolarlo e portare via delle zone, vediamo che le conclusioni, più o meno, sono state quelle di prima, che ogni lesioni coinvolgeva le varie funzioni. Una prima osservazione che per noi è interessante è che le ablazioni corticali delle zone, sia di Broca che di Wernicke, della plica curva, hanno dato solo transitoriamente dei disturbi afasici, se la lesione è soltanto corticale, come appunto nella lesione chirurgica, il linguaggio recupera, ritorna; quindi vuol dire che non è soltanto lì il linguaggio, anzi il momento corticale non è in grado di turbare veramente, profondamente, il linguaggio. Una seconda osservazione è che si è visto per l’esperienza di Penfield e Roberts, soprattutto nella stimolazione delle zone classiche del linguaggio, che non ha dato in fondo dei disturbi del linguaggio, ma che ha dato dei disturbi periferici, per esempio, un arresto del linguaggio, delle interferenze, ma non c’è stato un vero disturbo afasico come conseguenza della stimolazione. Una terza osservazione è che specialmente con le operazioni di stereotassi, quelle fatte sui parkinsoniani etc., quando si andava a ledere o a stimolare le strutture centrali del cervello, dell’ipotalamo e anche del pallido, si è visto che anche queste strutture davano disturbi del linguaggio, tanto che alcuni autori, soprattutto Ojemann, hanno parlato di un’afasia talamica. Luria, che forse è il più completo, G. A. Ojemann è un neurochirurgo, rivedendo questi casi ha parlato di una quasi afasia, quindi anche lui si è tenuto al sicuro, non ha detto che la lesione talamica da un’afasia; probabilmente anche le strutture profonde collaborano a realizzare il linguaggio, ma resta una collaborazione periferica. Una quarta osservazione è che ormai quasi tutti sono d’accordo ad attribuire un ruolo nel linguaggio all’emisfero destro; questa idea ha coinciso con degli studi paralleli sulla dominanza emisferica che non è tanto un fatto anatomico quanto una lateralizzazione della funzione. Anche se ci sono dei lavori che fanno vedere delle differenze di anatomia, mi pare che l’idea abbastanza comune sia che gli emisferi partono uguali e poi uno si lateralizza, cioè si specializza. Questo significa che anche l’altro emisfero ha soltanto ceduto, per modo di dire, si è tirato indietro in questa funzione e che però, è disponibile in modo totale fino all’età di 10-12 anni, tanto è vero che l’emisferectomie sinistre non danno disturbi del linguaggio e il bambino, il ragazzo, parla, ovviamente, con l’emisfero destro. Io direi che questa lateralizzazione non è tale da bloccare, da cancellare l’emisfero destro dalla sua partecipazione al linguaggio e quindi, per una lesione dell’emisfero sinistro, può essere richiamata una collaborazione, una vicarianza dell’emisfero destro.

Il discorso complessivo è che in fondo come era anche da ipotizzare, il linguaggio è un’attività talmente importante che è difficile pensarla localizzata soltanto in alcune zone, tutto il cervello partecipa. Quando noi esaminiamo un afasico, nel tirare le somme, dal punto di vista anche funzionale e quindi anche delle prospettive, delle prognosi di recupero, bisogna pensare anche al cervello restante. Gli stessi chirurgi che hanno fatto queste ablazioni, hanno osservato che l’ablazione delle zone classiche del linguaggio, non danno disturbi permanenti di tipo afasico, a meno che il restante cervello non fosse anche quello in cattive condizioni e allora il disturbo afasico non era temporaneo, ma rimaneva.

Un altro discorso che si fa, è che il linguaggio è una funzione che si è specializzata e ormai vive in questo clima di sua specializzazione o comunque poggia su sub-strutture, su sub-sistemi, ma il linguaggio è sempre un momento creativo, non vive in un regime suo proprio, senza più rapporti con tutta l’altra attività cerebrale. Ci sono stati parecchi movimenti che hanno cercato di capire pensando che il linguaggio fosse soltanto una specie di emergenza, di epifenomeno su una funzione globale, che fosse una funzione mediata dal cervello, ma che fosse anche una funzione addirittura biologica. Queste prospettive si sono chiarite o manifestate in varie direzioni, la prima direzione, che ancora è un’antica direzione, è quella che vede il linguaggio come la manifestazione di una struttura “spazio-temporale”, c’è questa specie di struttura di fondo che è necessaria, perché su quella si possa poggiare il linguaggio. Il linguaggio, quindi, sarebbe un ricamo molto ricco, di lusso, su una trama di fondo, su una specie di struttura funzionale di fondo. I primi che hanno parlato di questa struttura di fondosono stati Weorkoem e mi pare Grumbaum, hanno parlato di un “senso geometrico”; secondo loro nell’afasico sarebbe leso il senso geometrico, che non è la conoscenza della geometria Euclidea, è un modo di vivere in questo spazio, in questo tempo.

Più recentemente anche Ajuriaguerra e Lhermitte hanno tirato fuori questo concetto di spazio-temporalitànel linguaggio in un senso un po’ diverso, loro dicono che non c’è dubbio che tutte le nostre esperienze sono distribuite in uno spazio, le esperienze visive soprattutto. Il linguaggio tradurrebbe questa spazialità in una spazialità temporale, cioè quella che è la compresenza spaziale, diventerebbe una successione di ordine temporale, e questa sarebbe la struttura profonda responsabile del linguaggio. Sfrondando ciò, da tutto quello che è superficiale, almeno come funzione, come livello sottostante, nell’afasico ci sarebbe un disordineprofondo della capacità di mettere in sequenze temporali tutti i momenti del linguaggio, quindi il momento comprensivo, espressivo, articolatorio e tutto il resto. Tutto questo discorso rende conto abbastanza bene del fatto che il più delle volte l’afasia non è soltanto un disturbo del linguaggio in senso stretto ma è accompagnata da un’aprassia, per esempio, della mano, mimica, e da un’aprassia costruttiva, e questi sono ancora più evidenti disturbi dello spazio, sia di uno spazio somatico, sia dello spazio euclideo. Ciò spiegherebbe perché questa associazione fra l’afasia con disturbi di tipo prassico non è soltanto la sommazione di un disturbo più l’altro, ma è una manifestazione di un vasto spazio di attività, che non è soltanto la pronuncia di una parola, né la comprensione della parola, ma in cui la parola è un modo di manifestare una sotto-attività, un’attività di “sfondo” che è quella che la sostiene.

Nella stessa direzione si son mossi, su basi un poco più elaborate, Gelb, Goldestein e Konrad, che sono i gestaltisti del linguaggio; secondo loro il linguaggio è una manifestazione di un’attività, che è quella tipica di ogni nostra attività, che loro chiamano dialettica figura-sfondo, adottando questo termine da Lewin: ogni contenutoche ha una sua configurazione, non è fondato sul nulla, ma è sempre fondato su uno sfondo, su qualcosa da cui nasce e che continua ad ambientarlo, per cui nessuno stimolo è così, nel vuoto. La stessa parola, sia come gesto, sia come fatto comprensivo, quindi come fatto percettivo,è sempre fondato su una premessa che la prepara ed è chiaro che tanto è significativo il fatto motorio, gesticolatorio e quello percettivo, quanto è fondato su uno “sfondo”.  Il gesto, sia comprensivo che espressivo, ha una sua preparazione, questo richiamare il gesto in funzione di un momento di approntamento, di preparazione, coincide stranamente, ma forse anche inevitabilmente, con tutta la concezione moderna del movimento. Dal punto di vista elettrofisiologico, soprattutto dal punto di vista dell’elettroencefalogramma, oggi sono ammessi questi famosi potenziali negativi di approntamento, l’onda di aspettazione di Greywalter, e si è visto che prima di ogni movimento, ci sono ampie zone cerebrali che partecipano a questa onda, soprattutto le zone frontali, le temporali e le parietali e non solo da un lato. Se io faccio un movimento con la mano destra, non solo registro l’onda dell’emisfero sinistro, ma la registro anche sull’emisfero destro. Questo sfondo, da cui parte il movimento, oggi viene preso in discussione, prima si pensava che il movimento sorgesse così, per un ordine psichico del tutto astratto, invece si è visto che non c’è ordine psichico che non poggi, non si basi, su quello che è l’organismo, su quella che è l’economia e la gestione di un organismo.

Qui, secondo me, visto che la parola non è un fatto isolato, estremamente elettivo, ma è un modo con cui tutto l’organismo si manifesta, si inserisce il momento fenomenologico, nel senso che l’individuo non è un fatto emergente isolato. Nessuno di noi è solo, ma è sempre in funzionale compagnia con l’altro, è sempre un atto di presenza e se si vuole accettare la versione fenomenologica, la nostra presenza, il nostro declinarci esistenti, è quello che facciamo tutti i giorni, direi che proprio tutta l’attività neurologica o meglio psico-neurologica, è tutto un modo con cui ci dichiariamo o ci riteniamo esistenti.

Come “sfondo” degli atti neurologici o psico-neurologici c’è certamente tutto l’organismo, come diceva Buytendyk, questa mediazione di tutto il corpo, che non è corpo anatomico,  ma un corpo che realizza un momento di presenza, è una presenza a qualcosa, se io fossi solo non sarei presente a nessuno. Dal momento che sono presente c’è inevitabilmente una compresenza, cioè qualcuno al quale io sono presente; questo qualcuno può essere in senso più vasto il mondo, naturalmente, o può essere una persona. Qui recuperiamo il contributo dell’informatica, l’informatica studia il valore informatico del messaggio, recupera il gesto verbale, lo tira fuori dall’atmosfera puramente neurologica e lo fa un “atto di presenza”, un “atto di comunicazione”. Se noi dobbiamo fare un’analisi dell’atto di presenza vediamo che la presenza è fra due attori, allora viene fuori tutto il discorso del produttore e del fruitore del messaggio, viene fuori il discorso che fanno oggi i cognitivisti, quando dentro lo schema del momento cognitivo del linguaggio ci mettono che, non solo io debbo essere chiaro su quello che voglio dire ma, addirittura, per parlare sapere come la pensa l’altro. In concreto, direi che la realtà è questa, però ciò esorbita dall’area del linguaggio, perché se questa è una delle dimensioni del linguaggio, allora dobbiamo ammettere che il malato di mente è un afasico ed anche il ragazzo che non ha fatto bene il compito di italiano è un afasico; la compartecipazione dell’altro va vista allora in senso fenomenologico, cioè va vista quella che è la “riduzione” di tipo husserliana.

In questa presenza dell’altro,io devo sfrondare tutto quello che è contingente, quindi quando io debbo analizzare la parola, non solo come fatto neurologico, non solo come fatto neuropsicologico, ma come messaggio, quindi come rapporto con l’altro, lo studio non deve lasciarsi deviare dal contenutodel messaggio. Il contenutonon ha nessuna importanza, perché qualsiasi contenuto io comunico, quello che conta è il momento della comunicazione; non è che la comunicazioneè vera se io comunico un fatto vero o è falsa se io comunico una bugia. Il concetto della riduzione eideticaè cogliere la “cosa in sé”, tutto loschemadell’impostazione fenomenologica,non la descrizione del fenomeno, ma la descrizione del fenomeno alla suaessenzialità.Ora l’essenzialità della comunicazione è certamente la compresenza dell’interlocutore, è vero che l’uomo è l’unico animale che può mettersi di fronte a sé stesso, per cui si può dire che io posso parlare con me stesso, cioè io mi sdoppio e divento nello stesso momento produttore e fruitore del messaggio, questo è ancora unmessaggio. Ciò chiama in causa il vecchio problema non ancora risolto, del rapporto fra pensiero e parola, per alcuni non c’è pensiero senza parola, in quanto noi non potremmo pensare se non traducendo in linguaggio, seppure interiore, il nostro pensiero; la scuola di Woodsford invece, ammetteva un pensiero senza parola, la questione credo sia ancora insoluta. Secondo l’atteggiamento fenomenologico,direi che forse il pensiero senza parola è un po’ troppo astratto e come noi partecipiamo alla parola, partecipiamo anche al pensiero. La vecchia posizione di Merleau Ponty, che metteva in discussione la parola senza il soggetto che parlava, o un soggetto che non aveva la parola, si può ripetere per il pensiero; se fosse vero un pensiero senza parola, ricadremmo nell’obiezione di un pensiero senza soggetto e di un soggetto senza pensiero, e questo è inaccettabile. Il vantaggio della versione fenomenologica,è che elimina il discorso della datità del fatto e lo riporta sulla fattualità. Il dato, cioè il contenuto dell’esperienza percettiva, di pensiero emotivo-sentimentale, è sempre l’esperienza di un fatto; il dato non può essere visto in sé e per sé, non può essere sciolto dalla fattualità che lo crea.

Nell’analisi della parola, che è l’esempio più tipico di questo dilemma, quando uno si trova davanti ad un contenuto verbale, quando si trova a discutere sul rapporto tra significante e significato, vede che si è concluso rapidamente, direi ingenuamente, cioè che il significante è un nostro gesto, al quale poi una certa abitudine, una certa socialità, dava un valore convenzionale. Il valore non era nostro, ma noi lo avevamo imparato dal di fuori e potevamo con una certa facilità rimetterlo in circolazione; qui ritroviamo la vecchia obiezione che ha fatto la prima fenomenologia a quello che era l’idealismo della dialettica. Questo idealismo che poneva l’io come padrone assoluto, che prende dal mondo tutto quello che viene, lo giudica, lo imposta, lo valorizza e che poi quando parla con questi valori, finisce che parla con quello che ha fatto lui stesso, non parla con nessun altro, e diventa un solipsismo. La versione fenomenologica toglie questo solipsismo e dice, che comunque sia, sin dall’inizio, anche prima della parola, c’è un rapporto tra il soggetto e il mondo, sfrondato da tutto ciò che è accessorio, di temporaneo e che questo rapporto ha una sua spazio-temporalità. In questo senso si possono recuperare le vecchie idee di Woerkoem e Grambaum sul senso geometrico, loro parlavano di una geometria Euclidea, cioè di uno spazio Euclideo, noi invece parliamo di uno spazio fenomenologico, parliamo dello spazio d’indicazione e poniamo il nostro discorso, come ipotesi di lavoro, su questo momento, tenendo come piattaforma di appoggio questo punto di vista.

L’interpretazione del fatto afasico allora cambia, in ogni momento del disturbo afasico dobbiamo recuperare il vecchio problema del rapporto con l’altro, ciò ci fa escludere per principio tutto quello che non è il rapporto con l’altro, che non è comunicazione.

Negli item del nostro protocollo, il “Profilo dell’afasico” abbiamo distinto fra item dialogici ed item non dialogici, la parola ripetuta non è una comunicazione, così pure la serie numerale etc., la vera comunicazione è il linguaggio spontaneo e il raccontino e questo momento costituisce un nucleo, ci permette di fare il discorso che facciamo sempre: che là dove c’è una comunicazione, seppure deteriorata e mal fatta, forse non è facile parlare di afasia. Se io faccio il terzo grado al povero afasico, questo naturalmente si sfascia, non posso dire che è afasico perché non regge a tre ore di interrogatorio, questo è il rischio. Tutti quegli schemi dei cognitivisti sono belli, però vanno, a mio giudizio, sfrondati da tutto quello che è l’aspetto post linguaggio, cioè del pensiero, del giudizio, quel che io penso, quel che pensa l’altro, questo momento giudicativo e critico non è più linguaggio, questo discorso ci riporta anche all’obiezione di prima, che allora anche un malato di mente è un afasico.

A cura di Lidia Gomato

 

 

 

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