Dall’antropologia medica un approccio critico ai concetti di malattia di Alzheimer e Mild Cognitive Impairment o “deterioramento cognitivo lieve”

Antropologia dell'Alzheimer

La storia del Mild Cognitive Impairment o“deterioramento cognitivo lieve” si inscrive nella più lunga storia del concetto di malattia di Alzheimer come tassello ulteriore di una riflessione ormai più che centenaria sul declino cognitivo che si verifica in età avanzata, in cui nozioni e concezioni di senilità, demenza, normalità ed invecchiamento sono state oggetto di pratiche di riconfigurazione capaci di influenzare l’esperienza delle persone, di produrre modi di pensare l’anziano e l’anzianità.

L’etichetta malattia di Alzheimer è diventata un paradigma per pensare il disturbo di memoria in età avanzata molto potente, ma anche carico di stereotipi ed intriso di significati terrifici veicolati dai messaggi della biomedicina, che la descrivono come sequela di “perdi-te”: dalla memoria ad altre funzioni cognitive, dalla capacità di autogestione al controllo su di sé. È una patologia vissuta come promessa di annullamento della persona e del sé.

La storia concettuale della malattia di Alzheimer mobilita un approccio critico verso il contenuto dei termini tecnici biomedici, la loro genesi, il loro sviluppo e si configura come un’ occasione per fondare, attraverso i filtri esplicativi ed interpretativi dell’ “antropologia medica”, un ripensamento delle categorie biomediche: proprio perché la storia della malattia d’Alzheimer è anche la storia di una riflessione sul rapporto controverso fra il quadro patologico così designato e l’ invecchiamento normale o naturale.

Il Mild Cognitive Impairment copre la transizione fra l’invecchiamento normale ed una demenza molto precoce, individuando i soggetti destinati a svilupparla in una fase anticipata del declino, tuttavia, la distinzione tra lo stato che il Mild Cognitive Impairment dovrebbe identificare e l’invecchiamento normale è molto labile (PETERSEN R. C. 2004).  Per questi motivi, l’esplorazione delle pratiche diagnostiche correnti del deterioramento cognitivo è molto importante perché quelle ambiguità definitorie tornano, più o meno occultate nella routinarietà di prassi consolidate e nella standardizzazione delle procedure, attraverso i meccanismi che orientano il giudizio clinico e l’emanazione di una diagnosi, e possono agire sia sotto forma di presupposti impliciti soggettivi che poi producono delle scelte.

 Siccome la biomedicina attualmente non dispone di risorse farmacologiche per contrastare il Mild Cognitive Impairment, come non ha strumenti terapeutici efficaci contro l’evoluzione a carattere progressivo e degenerativo della malattia di Alzheimer, intorno alla validità della diagnosi precoce del declino cognitivo si incardinano visioni e percezioni diversificate all’interno della stessa cultura epistemica biomedica: alcuni studi condotti con medici di medicina generale hanno rilevato che, fra di loro, la tendenza alla diagnosi precoce è scoraggiata dal fatto che imporre al paziente un’etichetta nosologica carica di stereotipi e fonte di stigmatizzazione in assenza di terapie efficaci, ritengono, non farebbe che allungare il periodo di malattia senza apportate reali benefici al “malato” (cfr. HANSEN E. C. et al. 2008).

Riferimenti bibliografici:

PASQUARELLI E. (2018) Antropologia dell’Alzheimer. Neurologia e politiche della normalità. Alpes Italia, 2018

PASQUARELLI E. (2011) Dalla malattia di Alzheimer al Mild Cognitive Impairment: il declino cognitivo fra etnoantropologia, storia e pratiche biomedicheUnpublished doctoral dissertation. Università Sapienza di Roma, Italia.

PETERSEN Ronald C. (2004), Mild cognitive impairment as a diagnostic entity, in “Journal of Internal Medicine”, vol. 256, n. 3, pp. 183-194.

HANSEN Emily C. – HUGHES Clarissa – ROUTLEY Georgina – ROBINSON Andrew L. (2008), General practitioners‟ experiences and understandings of diagnosing dementia: Factors impacting on early diagnosis, in “Social Science & Medicine”, vol. 67, n. 11, pp. 1776-1783.

 

 

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