Il processo evolutivo del linguaggio e della scrittura da una prospettiva antropologica

Scrittura arcaica

Per l’antropologo André Leroi-Gourhan (1977), l’uomo fabbrica utensili concreti e simboli, e gli uni e gli altri nascono da uno stesso processo o meglio fanno ricorso, nel cervello, alla stessa attrezzatura di base: il linguaggio verbale è tipico dell’uomo quanto l’utensile ed entrambi sono unicamente l’espressione della stessa facoltà dell’uomo. Da qui l’ipotesi di un linguaggio il cui grado di complessità e ricchezza di concetti presenti una notevole analogia con quello delle tecniche. E’ pensabile allora un processo evolutivo di tecniche e linguaggio così articolato: un linguaggio di segni vocali simbolici non determinati; un linguaggio più ricco anche se limitato all’espressione di situazioni concrete; un linguaggio in grado di permettere la trasmissione differita dei simboli dell’azione, in connessione con l’applicazione del pensiero a campi che oltrepassano la motilità tecnica vitale; un linguaggio in grado di oltrepassare il concreto ed esprimersi al di là del presente materiale, in grado di esprimere sentimenti, per quanto in termini imprecisi.

In un primo periodo di simbolismo sonoro i due poli funzionali di mano e faccia intervengono rispettivamente nella fabbricazione e nel linguaggio; l’emergere in un secondo tempo del simbolismo grafico presuppone l’instaurarsi di nuovi rapporti tra questi poli operativi: la visione occupa il posto predominante nei binomi faccia- lettura e mano-grafia.

Le prime forme di grafia iniziano non nella rappresentazione ingenua e primitiva della realtà bensì nell’astratto, con segni che sembrano aver espresso prima di tutto ritmi e non forme. Già il primo grafismo è trasposizione simbolica e non calco della realtà, è direttamente collegato al linguaggio verbale, è una forma di scrittura nel senso tecnico e generale della parola e non un’arte. Anche per il grafismo si può parlare di processo evolutivo: le serie ritmiche di asticciole o di punti; le prime figure stereotipate (mitogrammi) in cui solo alcuni particolari convenzionali permettono l’identificazione del significato; le rappresentazioni realistiche tendenti da un lato all’ideogramma e dall’altro all’arte figurativa; l’ideogramma; il pittogramma; la scrittura lineare ed altre forme di scrittura a noi contemporanee, come la cinese e l’araba…

Il simbolismo grafico gode, rispetto al linguaggio fonetico, di una certa indipendenza: il suo contenuto esprime nelle tre dimensioni dello spazio quello che il linguaggio fonetico esprime nell’unica dimensione del tempo. Il legame che unisce il linguaggio all’espressione grafica è coordinativo e non subordinativo, come invece succede con la scrittura lineare, in cui l’espressione grafica è completamente subordinata alla espressione fonetica. L’immagine possiede così una libertà dimensionale che mancherà sempre alla scrittura fonetica: può dare il via al processo verbale che arriva alla narrazione di un mito, non vi è legata e il suo contesto sparisce con il narratore. Questo spiega l’abbondanza e la diffusione dei simboli nei sistemi al di qua della scrittura lineare; inoltre un tale modo di rappresentazione resiste alla comparsa della scrittura, su cui ha anche esercitato una notevole influenza, nelle civiltà in cui l’ideografia ha prevalso sulla notazione fonetica. L’espressione grafica restituisce al linguaggio la dimensione dell’evento in simboli visivi immediatamente accessibili: ciò che distingue la registrazione mitografica è la struttura bidimensionale che l’allontana dal linguaggio parlato in cui l’emissione è lineare.

Quando appare il linguaggio verbale, i due poli funzionali di mano e faccia sembrano divaricarsi e porsi in concorrenza per cercare un nuovo equilibrio: la prima per mezzo dell’utensile e la gestualità, l’altra per mezzo della fonazione. Quando appare la figurazione grafica, si ristabilisce il parallelismo: la mano ha il suo linguaggio, la cui espressione è in rapporto con la visione; la faccia ha il suo linguaggio che è legato all’audizione e così il gesto interpreta la parola, la parola commenta il grafismo.

Nella fase del grafismo lineare, che caratterizza la nostra scrittura, il rapporto tra i due settori subisce una nuova evoluzione: il linguaggio scritto, fonetizzato e lineare nello spazio, si subordina in modo totale al linguaggio verbale, fonetico e lineare nel tempo in modo che le dimensioni dello spazio vengono ridotte solamente a due, con il ricorso al tipo e corpo del carattere per sostituire la sua possibile tridimensionalità. Scompare il dualismo verbale-grafico e l’uomo dispone di un apparato linguistico unico, strumento di espressione e di conservazione di un pensiero a sua volta sempre più incanalato nel ragionamento e preso dalla sua forma espressiva.

Lidia Gomato

Leroi-Gourhan A., Il gesto e la parola – Einaudi, 1977; vol. I, Tecnica e linguaggio; vol. II, La memoria e i ritmi.

Squillacciotti M., La parola, l’immagine e la scrittura: una prospettiva etno-cognitiva -http://arlian.media.unisi.it/DOCUMENTI/Quaderno%201%20SQUILLACCIOTTI%2002.pdf

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...