L’intenzionalità intersoggettiva e l’intenzionalità cooperativa all’origine gestuale del linguaggio

empatia Abramovich

Le implicazioni teoriche delle ricerche sull’origine gestuale del linguaggio, comportano una presa di distanza dal modello di una mente disincarnata e solipsistica proprio della scienza cognitiva classica.  Esse mettono in discussione i presupposti della tradizione epistemologica e filosofica che ha privilegiato una concezione rappresentazionale-simbolica dei processi psichici e fondato l’intersoggetività sulla Teoria della Mente basata sull’idea che la vita sociale sia resa possibile solo dallo scambio di inferenze ed attribuzioni esplicite tra individui (intenzioni, credenze, desideri ecc.).

Michael Tomasello, uno dei più autorevoli scienziati nello studio della comunicazione gestuale nei primati, ha proposto il modello della “cooperazione” che vede il punto di partenza linguaggio nelle attività di gruppo delle grandi scimmie, per quanto non strettamente collaborative, e i segni gestuali intenzionali delle stesse per spingere altri a compiere un’azione, ma non nell’attività di gruppo. Le grandi scimmie infatti, mancano dell’attitudine alla condivisione, secondo Tomasello, probabilmente, il primo passo che avrebbe dato vita alla comunicazione gestuale cooperativa è costituito dalla collaborazione mutualistica, sviluppatasi in individui che inizialmente si sono mostrati più generosi e tolleranti. Tale atteggiamento avrebbe conferito loro un vantaggio adattivo, portando così alla formazione di attenzione congiunta e fini congiunti. Nella comunicazione gestuale cooperativa, collettiva, l’intenzionalità dei soggetti coinvolti converge su un medesimo oggetto o contenuto comune.

Tomasello distingue, da un lato, il fenomeno in cui individui condividono stati, atti, e azioni intenzionali insieme con altri individui e, dall’altro, il fenomeno in cui individui comprendono stati, atti e azioni intenzionali di altri individui. 

Gallese, d’altra parte, sulla base delle ricerche sui neuroni specchio nei primati e nell’uomo, per spiegare l’esperienza dell’intersoggettività ha proposto il modello della “simulazione incarnata”, per cui noi possiamo condividere il senso delle azioni, sensazione ed emozione degli altri perché condividiamo i meccanismi nervosi che presiedono alle nostre medesime azioni, sensazioni ed emozioni. Si tratta di una riproduzione automatica, non consapevole, pre-riflessiva degli stati corporei e mentali dell’altro per cui “percepire un’azione e comprenderne il significato equivale a simularla internamente” (V. Gallese 2006a p. 236). E’ un’esperienza che precede ogni mediazione concettuale e linguistica, inferenze e introspezioni, radicata nelle strutture neurali (motorie e viscero-motorie) che permette di esperire l’altro come un “altro da sé” e costituisce il “livello base” delle relazioni interpersonali, uno “stadio necessario per il corretto sviluppo di strategie cognitive sociali più “sofisticate” (ivi,243). Questo meccanismo funzionale è cruciale per l’intelligenza sociale: ci rende capaci di entrare in “consonanza intenzionale” con gli altri e di empatizzare con loro. E’ una condizione per lo sviluppo dell’intersoggettività, che si configura come “un sistema di molteplicità condivisa” in cui le identità individuali prendono origine dal costituirsi di uno spazio di senso interpersonale in comune (Gallese 2006a, 2006b).

Diversamente dall’intenzionalità collettiva, l’intenzionalità intersoggettiva è diretta verso altri soggetti e precisamente verso esperienze di altri soggetti.

Nel caso dell’intenzionalità intersoggettiva, i “ miei” stati o atti intenzionali sono sempre diretti verso i “tuoi” stati o atti intenzionali, e perciò verso un oggetto mentale interno. In altri termini, l’intenzionalità intersoggettiva è un’intenzionalità che è fondamentalmente compiuta intra soggetti, e consiste di base nell’incontro di un individuo con un altro.

Nella gran parte delle teorie dell’ontologia sociale, dell’intenzionalità collettiva e della cognizione sociale, l’intenzionalità intersoggettiva affettiva, ovvero l’intenzionalità che riguarda i sentimenti e gli affetti che rivolgiamo agli altri o che percepiamo come propri degli altri, è trascurata.

Fenomenologi come Edmund Husserl, Edith Stein e Max Scheler invece, hanno messo giustamente in grande rilievo il ruolo dell’intenzionalità affettiva intersoggettiva nella costituzione della realtà sociale

Se ci fermiamo un momento a guardare i fenomeni, risulta evidente che l’intenzionalità affettiva intersoggettiva sia cruciale per la costituzione delle entità sociali e correlativamente per il compiersi di stati, atti e azioni di intenzionalità collettiva e sociale. Possiamo pertanto, affermare che l’intenzionalità intersoggettiva affettiva, intesa nel modo più semplice di intenzionalità di base della relazione interpersonale, sia condizione necessaria – anche se ovviamente non sufficiente – dell’intenzionalità collettiva e della costituzione di forme di entità sociali quali associazioni, gruppi, comunità (F. De Vecchi 2012).

Lidia Gomato

Tomasello “L’origine umana della comunicazione” – Raffaello Cortina 2009

Gallese V. “La molteplicità condivisa. Dai neuroni mirror all’intersoggettività”  in Mistura S. (a cura di) Autismo. L’umanità nascosta. Einaudi 2006a

Gallese V.“La consonanza intenzionale: una prospettiva neurofisiologica sull’intersoggettività e sulle sue alterazioni infantili” – Dedalus, anno 1(0) 2006b

Gallese V. “Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività: Una prospettiva neurofenomenologica. In Cappuccio (a cura) Neurofenomenologia – Ed. Bruno Mondadori 2006

Francesca De Vecchi “Ontologia sociale e intenzionalità: quattro tesi” – Rivista di Estetica 49 /2012 /http://estetica.revues.org/1707

 

 

 

 

 

 

 

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