L’afasia come disturbo d’uso del gesto verbale

foto Longhi

Con H. Jackson il problema clinico dell’afasia si sposta dalla semeiotica degli elementi del linguaggio a quella degli usi del linguaggio. Il linguaggio, attività sensorio-motoria, come ogni altra attività nervosa, dotato però di un alto titolo volontario e di un grado simbolico particolarmente elevato, mobilizza un giuoco di organi periferici la cui rappresentazione centrale è particolarmente importante.

La malattia, secondo lo schema jacksoniano, valido per tutta la patologia nervosa, provoca nel linguaggio una dissoluzione funzionale che va dalle azioni più volontarie di esso ai suoi aspetti più automatici e tale dissoluzione può essere uniforme o locale e, in quest’ultimo caso, interessare principalmente i momenti sensoriali o i momenti motori, gli aspetti percettivi o quelli linguistici. Così si può avere una sindrome caratterizzata dalla perdita d’uso più volontario del linguaggio e cioè del linguaggio intellettuale – caratterizzato dall’uso proposizionale della parola (to propositionize), vale a dire nel contesto significativo della proposizione – e che Jackson chiama “linguaggio superiore” (superior speech) – consistente nell’adattamento dell’espressione alla novità della situazione. Ma non appena tale uso si ripete allora il linguaggio tende ad assumere un carattere più automatico, caratteristico del “linguaggio inferiore” (inferior speech), che può essere ulteriormente distinto in “linguaggio arcaico” (old speech) ed in “linguaggio confezionato” (ready made up speech).

Al primo piano di tale linguaggio automatico sta il “linguaggio emotivo” costituito soprattutto da inflessioni della voce e interiezioni, a cui l’A. aggiunge altre due classi: quella delle “emissioni stereotipe” e quella delle “emissioni occasionali”. Questo linguaggio automatico rappresenta l’aspetto positivo del disturbo del linguaggio, liberato dal venir meno del “linguaggio superiore”. D’altro lato a livello del linguaggio superiore vediamo che esso è legato strettamente ad un processo percettivo. Anche la percezione presenta, come il linguaggio, dei momenti automatici e dei momenti volontari. I primi sono rappresentati da numerosi elementi percettivi che hanno superato casualmente la soglia della coscienza, ed al cui movimento spontaneo e fuggitivo posso abbandonarmi passivamente. Ma posso invece trattenerli e svilupparli, inserirli in un contesto volontario – una specie di “proposizione percettiva”. Si ha così il momento volontario che può essere anche definito come una “adozione da parte della coscienza” delle percezioni suscitate automaticamente. Negli aspetti più simbolici, sia della serie espressiva che di quella recettiva, sopra accennate, queste appaiono intimamente connesse e si potrebbe addirittura dire che è il rilancio della percezione da parte del linguaggio e del linguaggio da parte della percezione che rende possibile lo sviluppo proposizionale del momento espressivo e quello percettivo.

Fra il risveglio spontaneo delle immagini-simbolo, infatti, e la loro organizzazione proposizionale si ha l’intervento di atti del linguaggio con funzione selettiva e fissatrice, così come fra la verbalizzazione spontanea e lo sforzo di espressione verbale proposizionale intervengono delle rappresentazioni nelle quali si realizza il senso delle parole. Ed è tale rilancio reciproco delle due serie che costituisce il pensiero. Pertanto ogni atto di pensiero, ogni movimento percettivo-espressivo rilanciato in una determinata direzione, comporta una fase soggettiva involontaria seguita da una fase oggettiva volontaria ed il prolungarsi di tale processo di rilancio costituisce la riflessione. Nella fase soggettiva le percezioni o rappresentazioni, i gesti del linguaggio esteriore o interiore si presentano casualmente secondo le circostanze e si associano secondo organizzazioni vecchie e abituali; nella fase oggettiva essi si associano e si organizzano sotto forme adattate alle condizioni della situazione attuale e delle nuove esigenze.

Conseguentemente Jackson distingue tre forme tipiche di afasia: la prima interessa primitivamente il linguaggio e principalmente la serie audito-articolatoria con interessamento dei processi di verbalizzazione e con sintomi di distruzione- per cui il linguaggio è ridotto a qualche espressione verbale stereotipa ed occasionale – o con sintomi di scarica – parafrasie. La seconda interessa primitivamente la percezione e principalmente serie retino-oculare con interessamento dei processi di rappresentazione per cui da un lato il soggetto ha difficoltà a comprendere ciò che gli viene detto poiché non riesce a rappresentarsi gli oggetti corrispondenti alle parole udite, e dall’altro lato pur essendo capace di pronunciare delle parole non riesce a rappresentarsi quello a cui tali parole si adattano. Anche qui si può avere come segno di distruzione un disturbo di imperfezione e come segno di scarica degli errori di ricognizione.  La terza forma interessa linguaggio e percezione ed allora si hanno contemporaneamente afasia o parafasia, imperfezione ed errori di ricognizione.

Con H. Jackson quindi l’indagine si incentra sull’analisi psicologica dei processi che giungono alle manifestazioni simboliche più volontarie, quelle del gesto, della rappresentazione e dell’espressione, che lo stesso A. chiama proposizioni pantomimiche, percettive e verbali.

 

Introduzione ad una Neurologia Fenomenologica – L.Longhi (p.264-265-266)

Società Editrice Universo, Roma 1969

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