I MOLTEPLICI LUOGHI DELLA CURA

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la salute come “uno stato di benessere fisico, mentale e sociale”. Quello che rende discutibile questa definizione è il termine “stato”: la salute infatti, come la vita non è mai uno “stato”, qualcosa cioè di immobile, cristallizzato. Essa è, al contrario, un continuo movimento, un’oscillazione costante.

Questo modello dinamico della salute, che oggi si usa definire “salutogenetico”, esclude che tra malattia e salute, tra sano e malato esista una cesura, una netta separazione, un aut/aut secondo cui o si è sani o si è malati. Le persone sono contemporaneamente più o meno sane o più o meno malate, a seconda di come si collocano su una linea che ha due estremità: una che possiamo definire “stato di perfetta salute” (quello di fatto virtuale, della definizione OMS), l’altra coincidente con quella che possiamo definire “catastrofe”. Su questa “linea continua” tra catastrofe e perfetta salute, non ci sono interruzioni né cesure, ma solo una costante oscillazione (Bert 2016: 153).

Se il modello patogenetico poggia sulla terapia o al massimo sull’abbattimento dei fattori di rischio di malattia, quello salutogenetico, accolto poi dalla stessa OMS con la carta di Ottawa del 1986 parla invece di “promozione” della salute: cioè di come scoprire e riscoprire, riattivare e mobilitare le risorse di cui ognuno di noi dispone, per spostarsi fino a dove è possibile in direzione della salute.

Le risorse di cui la persona può disporre sono in parte “esterne” (la famiglia, il contesto sociale, l’ambiente, la cultura condivisa, le disponibilità economiche, la presenza di un sistema sanitario equo…) e in parte “interne”: proprie cioè di quella particolare persona (risorse cognitive, emotive, fisiche, culturali…).  Gli interventi che possono migliorare la salute, la qualità della vita, pertanto sono molteplici.  Dagli anni ’90 ad esempio, con il progressivo spostamento dell’attenzione dalla cura della malattia alla cura della persona si è assistito alla diffusione, in Usa e Inghilterra degli healing gardens o giardini “curativi”; negli ultimi anni programmi terapeutici basati su spazi verdi naturali o costruiti, sono stati adottati anche in Italia soprattutto nella cura dei malati di Alzheimer e delle persone diversamente abili.

ll verde in sé non è terapeutico, ma lo è, l’insieme delle componenti naturali e ciò che queste sono in grado di trasmettere alla persona: il cielo, l’acqua, i fruscii, i fiori, la luce, i profumi, i colori generalmente infondono benessere, una certa positività, un senso di piacere. Il giardino terapeutico si basa sull’idea che gli spazi all’aperto sono potenti alleati nella cura, come luoghi d’incontro stimolanti, in cui svolgere insieme ad altri varie attività: seminare, invasare, innaffiare, cogliere…

Lidia Gomato

L’arte medica tra direttività e visione sistemica: medico meccanico o medico giardiniere?”  G.Bert Rivista Riflessioni Sistemiche n° 14  2016

 “Giardini della memoria. La natura come supporto” F. Neonato – Atti del Convegno “Un giardino per L’Alzheimer” Brindisi 2012

 

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