LA “SIMULAZIONE INCARNATA” E IL METODO FENOMENOLOGICO NELLA LOGOPEDIA DELL’AFASIA

empascher

La scoperta dei neuroni a specchio nel cervello del macaco prima e dell’uomo ha permesso di declinare l’intersoggettività come intercorporeità, ciò significa che comprendiamo le azioni e le esperienze altrui in quanto ne condividiamo la natura corporea e la rappresentazione neurale corporea sottostante. Pertanto si può parlare di cognizione incarnata (embodied cognition) in quanto stati e processi mentali sono rappresentati in formato corporeo. Il corpo è alla base della consapevolezza pre-riflessiva di sé e degli altri e il punto di partenza di ogni forma di cognizione esplicita e linguisticamente mediata degli oggetti stessi.

Oggi si è scoperto che il sistema motorio non produce solo movimenti ma soprattutto atti motori cioè movimenti dotati di scopo. Originariamente l’intersoggettività si costituisce come intercorporeità e quindi il sé è interagire con l’altro, non a caso il meccanismo di simulazione é particolarmente efficace con la mimica facciale.

La scoperta dei neuroni canonici dell’area motoria F5 dei macachi ha dimostrato che il sistema motorio si attiva anche quando non ci muoviamo : vedere l’oggetto significa simulare automaticamente cosa faremo con quell’oggetto. All’interno di questa stessa area sono stati individuati i neuroni a specchio, che si attivano sia quando si esegue un atto motorio come “afferrare un oggetto” o produrre gesti comunicativi con la bocca, sia quando si osserva l’altro individuo compiere un altro gesto.

Queste ricerche brevemente riassunte e riprese dal libro di V. Gallese e M. Guerra “Lo schermo empatico” (Editore R. Cortina 2015), danno un fondamento neuroscientifico alla concezione fenomenologica del linguaggio, che assume come oggetto di studio i parametri fondamentali della “corporeità“, dell’ “utensilità” e della “spazialità agibile” del gesto .

Che molti malati afasici avessero un problema fondamentale legato alla corporeità e all’uso dei gesti e delle parole in relazione a degli scopi, era già stato osservato clinicamente da vari autori tra i quali Alajouanine e Goldstein: gli afasici che in certe condizioni riescono a pronunciare delle parole non le sanno ripetere in altre, quindi esse non sono perdute ma compaiono e scompaiono a seconda delle “situazioni” .

La logopedia del disturbo afasico, sia individuale, impostata secondo l’approccio del neurofenomenologo L.Longhi, che di gruppo, da me sperimentata nel laboratorio, mira sostanzialmente a creare “situazioni simulate”, sempre diverse, affinché l’afasico possa rimettere in “movimento” il linguaggio pre-riflessivo e riflessivo.

Lidia Gomato

 

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