LA “CURA” E IL PROFESSIONISTA DELLA CURA

 

sciamano

Tratto dall’art. di G. BertL’arte medica tra direttività e visione sistemica: medico meccanico o medico giardiniere ? (Rivista “ Riflessioni sistemiche” n° 14) e liberamente modif. da         Lidia Gomato

Con molta probabilità i nostri antenati ominidi curavano il disagio e in genere ogni tipo di malessere con il toccamento reciproco, la cura era un intervento tattile condiviso.

In tempi assai più recenti in termini evolutivi, la collettività iniziò a delegare la cura a individui che si ponevano o erano percepiti come particolarmente “esperti” che parlavano con gli spiriti, interpretavano segni diversi nel corpo e fuori di esso, “leggevano” gli astri, conoscevano rimedi minerali, vegetali, animali, annullavano sortilegi e maledizioni, proponevano e dirigevano riti.

La figura dello sciamano esiste in tutte le culture e persiste nella nostra stessa cultura ancora oggi. Maghi, sensitivi, astrologi e numerosissimi altri “curatori” prosperano e convivono senza grossi problemi con la medicina ufficiale. In fondo anche il medico o un altro professionista della cura, può essere percepito come uno “sciamano scientifico”.

Sembra quindi che siano il disagio, il malessere, la malattia a creare la figura del professionista della cura: medico, psicologo, riabilitatore ecc. La persona che si sente perfettamente bene generalmente non consulta un professionista della cura, ma nel nostro mondo altamente complesso, dominano la fragilità, la paura, e quasi nessuno si sente completamente in salute se non in rari momenti della sua vita: di qui la moltiplicazione di offerte di cura, convenzionali e non, che creano a loro volta nuovi malati. Inventare malattie e cure è un’arte redditizia per ogni tipo di medicina.

Da una cultura di questo tipo, nasce la convinzione che esista una cesura, una netta divisione tra salute e malattia: se uno è sano non è malato, e viceversa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la “salute” uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale.

Quello che rende discutibile questa definizione è il termine “stato”: la salute infatti come la vita non è mai uno stato, qualcosa cioè di immobile, cristallizzato. Essa è al contrario, un continuo movimento, un’oscillazione costante. Un modello dinamico della salute esclude che tra malattia e salute esista una cesura, una netta separazione. Se immaginiamo una linea continua che ha due estremità: “stato di perfetta salute” ed “evento catastrofico di malattia”, in qualsiasi punto si trovi, anche se vicinissima alla catastrofe, la persona dispone comunque di risorse che le permettono di spostarsi, sia pur di poco, nella direzione della salute.

 

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