Il “farsi” del gesto verbale e il problema della corporeità nella logopedia dell’afasia

foto Longhi

Tratto da Lidia Gomato da una lezione di Lamberto Longhi del 1981

Nelle vecchie teorie dell’afasia, quando come spiegazione si ponevano i famosi “engrammi”, come tante schedine che contenevano il simbolo, ci si era sempre chiesto qual’era poi l’omino che andava a tirare fuori la schedina giusta al momento giusto. Ammettendo anche che nei nostri centri verbo-acustici, verbo-motori, verbo-ottici, ci fossero tutte schedine di parole, non si riusciva a spiegare come mai queste schedine potessero uscire al momento giusto e al posto giusto, quindi ci si doveva mettere un’istanza che in un certo modo gestiva questo schedario di parole, di simboli; in un modo o nell’altro questa istanza, a monte di tutta questa attività di tipo riflesso veniva fuori ed era difficile, naturalmente il problema c’era allora e c’è tutt’ora e i tentativi di soluzione sono ancora in atto.

Una soluzione è questa dell’antropologia-fenomenologica, la quale dice: non è tanto il cervello, ma è tutto il corpo che si prepara all’agire, che poi possa devolvere la sua attività specifica al cervello è anche ammissibile, ma il cervello è usato, non è lui che usa, è usato dal nostro corpo. La vecchia idea che il cervello usasse il corpo per i suoi fini, oggi è un po’ capovolta: il cervello usa il corpo ma dietro istanza , dietro interesse, dietro il “porsi” del corpo; la funzione quindi, viene vista non tanto calcolata dai risultati, dal contenuto dell’azione, ma viene vista, o almeno si cerca di vederla, prima che i dati vengano depositati. Questo è il passaggio di Von Brentano quando è passato dalla psicologia del contenuto alla psicologia dell’atto; la psicologia misurava i contenuti, calcolava i contenuti, li vedeva in rapporto allo stimolo ecc, e Von Brentano ha detto che la funzione doveva essere vista prima che sia finita. Quando io dico una parola ad esempio, e devo limitarmi a valutare se la parola è giusta o sbagliata, il gesto che l’ha pronunciata in quel momento è finito, vedo solo ciò che è posteriore all’azione. Von Brentano ha aperto questo capitolo ed è ancora aperto, la psicologia dell’atto dice: non mi interessa il contenuto dell’azione, ma il modo in cui io al contenuto devo arrivare.

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