Stiamo vivendo in una “società liquida” o in una “ società rigida”?

HASSOU1

Tratto da U. Galimberti (D la Repubblica 24/01/2015) e lib. modif. da

Lidia Gomato

Zygmunt Bauman, sociologo, definisce “liquida” la nostra società perché sono venuti meno i punti di riferimento fondamentali che le davano forma e struttura. Al loro posto è subentrata una totale libertà dell’individuo che può scegliere il proprio stile di vita a prescindere dagli usi, costumi e tradizioni antecedenti alla globalizzazione. Umberto Galimberti, esperto in antropologia culturale, filosofia e psicologia dinamica, ritiene che la nostra società s’è fatta “liquida” per l’incalzare progressivo di una “razionalità tecnica”, che prevede si compiano solo azioni capaci di raggiungere lo scopo con l’impiego minimo di mezzi. Tutto ciò che fuoriesce da questo tipo di razionalità è considerato superfluo, insignificante, improduttivo, inutile, quando non fattore d’intralci, e quindi da contenere o da eliminare. Lo constata chiunque lavori sia in un apparato pubblico che privato (come ad esempio quello della Sanità), dove il mansionario fissa gli obiettivi, e ogni anno alza l’asticella per raggiungere il massimo dei risultati con l’impiego minimo dei tempi e dei mezzi; regolati dalla razionalità tecnica , il nostro riconoscimento non è più affidato al nostro nome , ma alla nostra funzione. Aboliti i valori tradizionali, la percezione è di assoluta libertà di scelta etica, ma dietro le apparenze la realtà non è mai stata così rigidamente organizzata. Sarebbe “liquida” questa società che solo all’apparenza fa quel che “vuole”? Che per cinque giorni alla settimana fa soprattutto e rigorosamente quel che “deve” e nei giorni festivi solo quel che “può”?

La razionalità tecnica, che impone uno stile efficiente, produttivo, utilitaristico, ottimizzante nei suoi risultati, confligge radicalmente col mondo della vita, che si nutre di azioni all’apparenza inutili ma gratificanti, al limite del superfluo ma ricche di godimento, sovrabbondanti nell’effusione del linguaggio, che è soprattutto oralità. E, così impoveriti nel linguaggio sempre più funzionale, nei gesti sempre più finalizzati, nelle emozioni da contenere come fattori di disturbo, nei sentimenti resi atrofici perché disturbano i processi razionali, dobbiamo dirci “liquidi” o imprigionati in una “gabbia d’acciaio”?

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