Il “toccare” come prima forma di comunicazione

Nel 2017 uno studio della John Moores University di Liverpool ha mostrato che gli stimoli tattili viaggiano lungo fibre nervose diverse, a seconda che abbiano o meno una valenza affettiva, per poi raggiungere aree diverse del cervello. Così uno stimolo “freddo”, per esempio sentirsi afferrati per un braccio, viene trasmesso alla corteccia somatosensoriale, mentre un abbraccio arriva alla corteccia insulare per poi raggiungere aree cerebrali legate alla sfera emotiva e sociale: l’amigdala, l’ippocampo, l’ipotalamo, la corteccia orbito-frontale e il talamo. Il che lascia ipotizzare l’evoluzione di un meccanismo selettivamente deputato all’elaborazione del contatto fisico delicato. In ambito internazionale sono stati condotti numerosi studi sugli effetti degli abbracci umani e non, da questi si è rilevato, ad esempio, che una grande quantità di ossitocina o “ormone dell’amore”, viene rilasciata durante l’abbraccio, superiore a quella prodotta da qualsiasi altra forma di contatto positivo come baci e carezze, con effetto positivo anche sul sistema cardiovascolare (Bruno F., Canterini S., 2018).

 L’antropologo inglese Asley Montagugià nel 1971 spiegava nel suo libro Il linguaggio della pelle (titolo originale Touching: the human signifiance of the skin) che lo ha reso celebre in tutto il mondo, quanto fosse importante il tatto nel rapporto madre-bambino. Attraverso il contatto corporeo con la madre, il bambino stabilisce i primi contatti col mondo coinvolgendolo in una dimensione nuova di esperienza, l’esperienza del mondo degli altri. Questo contatto corporeo con gli altri è fonte prima di benessere, sicurezza, calore e predispone sempre più a esperienze nuove. Montagu studiò anche i comportamenti tattili di alcune tribù di nativi australiani prima di arrivare a concludere quanto fosse negativa l’assenza di contatto tattile in alcune culture e civiltà occidentali:«Un essere umano può trascorrere la vita cieco e sordo o completamente privo dei sensi dell’olfatto e del gusto, ma non può sopravvivere senza le funzioni proprie della pelle» (Montagu A., 2012). La pelle, quindi, è un organo complesso e il toccarla presenta delle importanti conseguenze sullo sviluppo dell’uomo. Il “toccare” implica un movimento verso l’altro, in esso la percezione tattile e la propriocezione si combinano e grazie a questa doppia percezione noi identifichiamo le cose intorno a noi, stabiliamo con esse una relazione, una comunicazione.

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

Bruno F.,Canterini S., La scienza degli abbracci – Franco Angeli Editore, 2018

Montagu A.,Il linguaggio della pelleIl senso del tatto nello sviluppo fisico e comportamentale del bambino – Verdechiaro Edizioni, 2012

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Il primato dell’esperienza corporea della parola nel trattamento dei disturbi della comunicazione post ictus

Comunicazione -espressione

Per tutto il XIX sec. l’orientamento esclusivo al logos in termini linguistici e mentalistici ha caratterizzato la riabilitazione dei disturbi del linguaggio nei malati da cerebrolesione acquisita, ciò ha impedito per molti anni  di riconoscere il ruolo fondamentale che il corpo, il movimento e la percezione, svolgono nella  comunicazione.

Negli ultimi decenni le ricerche della genetica, della biologia, e delle neuroscienze hanno avuto il merito di porre in luce, con modalità differenti,  la complessa e articolata relazione tra corpo-mente e ambiente nel definire la natura umana e la comunicazione umana. Tali studi hanno avuto delle importanti ripercussioni   sulla riabilitazione tradizionale dei disturbi del linguaggio orientata, per lo più, al recupero del meccanismo linguistico in sé, determinando la svolta verso gli approcci olistici o integrati al recupero della comunicazione. La comunicazione umana non avviene esclusivamente a livello linguistico, ma anche attraverso l’espressività del corpo, esiste una profonda interdipendenza tra linguaggio verbale e linguaggi non verbali.

Nell’attuale panorama riabilitativo, la prospettiva fenomenologica può dare un ulteriore contributo  allo studio e il trattamento dei disturbi della comunicazione, nell’offrire una possibile alternativa alle seguenti problematiche irrisolte.  La riabilitazione della funzione comunicativa si riferisce soprattutto al parlare , alla conversazione, ma il parlare stesso presuppone il linguaggio come capacità di dare e costruire senso. L’interpretazione della comunicazione umana, inoltre, come trasmissione di informazioni, di messaggi, <<presuppone come già precostituiti e individualizzati rispetto al processo comunicativo, l’emittente e il ricevente, il codice e il messaggio, lo stesso contesto, le “cose” da comunicare e gli stessi “ bisogni comunicativi”. Ciò fa perdere di vista la reale portata della comunicazione, che è ben più ampia di quella a cui la si riduce se la si intende come scambio intenzionale di messaggi determinati sulla base di un codice comune stabilito per convenzione fra individui distinti e separati>>  (Ponzio A., Petrilli S.,2000).

Secondo il paradigma fenomenologico il linguaggio umano è un sistema di comunicazione più sofisticato perché permea e riconfigura tutta la nostra esperienza, esso parte da una dimensione pre-verbale per arrivare ad una dimensione linguistica, sia in senso filogenetico evolutivo, sia nello sviluppo del singolo individuo, cioè in senso ontogenetico. Una volta acquisita la parola entriamo nel mondo dell’uso del linguaggio e questo retroagisce riconfigurando e modulando anche tutta la dimensione pre-verbale, quindi il pre-verbale di un umano non è in tutto e per tutto paragonabile a quello di un animale  pre-verbale che non ha mai sviluppato il linguaggio.

Il tema di fondo della fenomenologia è il primato dell’esperienza corporea e dell’ intersoggettività nella formazione del linguaggio: sin dalla nascita, la vita umana è in relazione, in comunicazione con l’Altro, questa esperienza precede ogni riflessione sul linguaggio.

All fine del ‘800 E. Husserl, il fondatore della fenomenologia, ha introdotto il concetto di Lebenswelt, ed ha enunciato il rapporto di interdipendenza tra soggettività e oggettività nel mondo della vita, il vivere comune tra soggetti e la soggettività intesa come “noi”. Dopo Husserl, la riflessione prosegue con la fenomenologia francese di M. Merleau-Ponty e P. Ricoeur.

Merleau-Ponty parte dai suoi studi sulla percezione per giungere alla conclusione che  <<il corpo costituisce l’apertura percettiva al mondo, in quanto è animato da un’intenzionalità irriflessa e precategoriale, orientata in modo prospettico verso il mondo, e strutturata da forme diverse di motivazione>> (Merleau-Ponty, 2009). La percezione, pertanto , non consiste soltanto nell’insieme dei dati sensibili, a un vedere ciò che ci sta di fronte, ma è strettamente legata al corpo e riveste un ruolo attivo, costitutivo, che riconosce e apre la strada al primato dell’esperienza. Sull’esperienza della parola egli scrive: <<Dell’immagine verbale si deve dire quanto dicemmo della rappresentazione del movimento: non ho bisogno di rappresentarmi lo spazio esterno e il mio proprio corpo per muovere l’uno verso l’altro, è sufficiente che essi esistano per me e costituiscano un certo campo d’azione teso attorno a me. Analogamente non ho bisogno di rappresentarmi la parola per saperla, per pronunciarla. Basta che ne possieda l’essenza articolare e sonora come una delle modulazioni, uno degli usi possibili del mio corpo…..io ho solo un mezzo per rappresentarla, ossia quello di pronunciarla, allo stesso modo in cui l’artista ha un solo mezzo per rappresentarsi l’opera alla quale lavora, deve farla>> (Merleau-Ponty, 2009).

Nell’ottica di Merleau-Ponty il linguaggio è soprattutto espressione, un atto di “significare”, di dare un senso nuovo alle parole ogni volta che parliamo, che deve essere riesaminato alla luce dell’esperienza senso-motoria e della reciproca implicazione di percezione ed espressione nella comunicazione. L. Longhi segue questa via per riesaminare il disturbo afasico,  ipotizzare una nuova semiologia dell’afasia e un nuovo approccio terapeutico, egli scrive:<< Il significare della parola parlata (parola convenzionale) ha le sue radici nel gesto verbale, in quanto gesto, e non nel significato lessicale, il cui ruolo potrebbe essere quello di un modello convenzionale al quale il gesto verbale è in grado di adeguarsi ….Il problema dell’afasia dovrebbe essere circoscritto a tale atto del significare, con un suo riferimento implicito alla possibile assunzione, da parte della gestualità articolatorio-fonemica di un codice; vale a dire, al di fuori dei problemi mnestici o di pensiero>> (Longhi L., 1985).

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

  1. Ponzio A., Petrilli S. “ Il sentire della comunicazione globale” (p. 10), Meltemi, 2000
  2. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione –Editore Bompiani, 2009
  3. Merleau-Ponty, Sur la phénoménologie du language. In: Probléme actuels de la phénoménologie. H.L van Breda O.F.M Ed. Desclée de Brauwer, Bruxelles 1951
  4. Longhi L.,Afasia (p. 508) in Trattato di Neurologia Riabilitativa M.M. Formica, Editore Marrapese 1985

Perché nell’afasia non si possono prendere in considerazione quei momenti funzionali che sottendono il movimento volontario secondo la neurofisiologia moderna?

foto Longhi

Le scoperte delle neuroscienze cognitive sui neuroni specchio, hanno rimesso in circolo alcune idee della fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty, la loro portata innovativa e generativa è tale da comportare, se assunte come riferimento teorico, profonde modificazioni in tutti i campi, compreso quello della neuroriabilitazione.

La principale novità teorica introdotta da Merleau-Ponty è stata quella di fare del corpo, e non della coscienza, il riferimento principale dell’intenzionalità. Egli dà un’importanza fondamentale al movimento inteso come motilità preriflessiva, pertanto usa il termine di “intenzionalità motoria”, questa «costituisce l’unità naturale e antepredicativa del mondo e della nostra vita, che appare nei nostri desideri, nelle nostre valutazioni, nel nostro paesaggio più chiaramente che nella conoscenza oggettiva». (Merleau-Ponty M., 2009). Nell’ottica fenomenologica, quindi , l’intenzionalità è una funzione conoscitiva preriflessiva e precede la conoscenza intellettuale vera e propria. La seconda novità importante introdotta in questo ambito dal filosofo francese,  è il riferimento dell’intenzionalità al “mondo della vita”(Lebenswelt),  il suo essere rivolta, direzionata, sempre verso “qualcosa ”(Husserl).

Le ricerche sui neuroni specchio hanno evidenziato la loro duplice funzione, percettiva ed esecutiva, la loro presenza dimostra che percezione, azione e cognizione pur appartenendo ad una medesima area cerebrale, e non ad aree diverse come tradizionalmente si pensava, sono generate dalle stesse reti neurali. Percezione e azione non sono processi secondari rispetto alla comprensione, come si è sempre ritenuto, in quanto già “in sé” comprensione e nello stesso tempo la conducono (Gallese V., Lakoff G, 2005).

Tale scoperta scientifica conferma, in parte, le intuizioni fenomenologiche di Merleau-Ponty , che vede la corporeità come fondamento di tutte le funzioni mentali, anche quelle più astratte, come: la memoria, la coscienza, il linguaggio. Per acquisire ulteriori evidenze in questo senso le ricerche sui neuroni specchio si sono estese da qualche anno anche alla comprensione del linguaggio con risultati interessanti (Arbib M.A., Gasser B., Barres V., 2014).

In un tale contesto scientifico, l’ipotesi antropologica-fenomenologica del Prof. L. Longhi sui disturbi del linguaggio, e il modello “incorporato” da lui proposto per la riabilitazione (Longhi L. et al. 1981, Longhi L. 1985.  Gomato L. 1996, 2013 ), possono essere considerati un contributo di un certo interesse.

Negli anni Ottanta del ‘900, in un periodo storico in cui il  panorama scientifico italiano era ancora fortemente dominato dalle teorie associazioniste e riduzioniste, un approccio riabilitativo globale al disturbo afasico,  visto come un’alterazione del comportamento di comunicazione, non poteva avere ascolto.

Negli ultimi anni della sua professione di Primario neurologo presso l’Ospedale di Neuroriabilitazione del Sovrano Ordine di Malta di Roma,  L. Longhi (anche psichiatra, psicologo e filosofo) ha dato un particolare rilievo agli studi sul disturbo afasico, in quanto emblematico nella ricerca sul linguaggio, sulle sue origini e la sua generatività a partire dal gesto.

Sul tema della ricerca e l’ipotesi che l’accompagna Longhi scrive: “La nostra è una versione che tiene conto del linguaggio come comportamento di comunicazione e che, pertanto accomuna, nell’unità funzionale dell’atto comunicativo verbale, la comprensione e l’espressione, e coglie in questo, una cerniera funzionale fra il pensiero e la gesticolazione verbale. Cerniera che ripropone il ruolo del soggetto costituente del soggetto parlante evitando l’obiezione di M. Merleau-Ponty di una parola senza soggetto o di un soggetto senza parola, superando così la dicotomia cartesiana (mente-corpo) che porta alla distinzione tra disartria e afasia di espressione, fra agnosia verbale ed afasia di comprensioneL’analisi neuropatologica del linguaggio, attraverso la sindromatica afasica,  non dovrebbe partire dall’analisi della traccia sonora, ma da quella della gestualità di cui la traccia suddetta è, in un certo senso, la manifestazione postuma. Dovrebbe partire dal gesto volontario che, secondo la moderna neurofisiologia, non origina più dalla tastiera piramidale, bensì, attraverso processi complessi e non solo corticali, di attivazione aspecifica e specifica, origina da strutture sottocorticali, troncali e cerebellari. In ipotesi, sembra possibile pensare ad un’analisi della parola che non consideri il gesto verbale solo come un vettore di significato, che non si chieda cioè come la lesione cerebrale ha disturbato tale rapporto, ma che cerchi invece nella fisiopatologia del disturbo afasico, nell’ambito del contesto funzionale in cui la corporeità si trascende nel gesto significante (gestualità articolatorio-fonemica) (Longhi L.,1985, pp.506).

Perché nell’afasia non si possono prendere in considerazione quei momenti funzionali che sottendono il movimento volontario secondo la neurofisiologia moderna?

” Secondo Spinnler l’attenzione  va vista come espressione funzionale di una “motricità hard” gestita da sistemi neuronali e schemi funzionali obbligati e per lo più elementari e di una “motricità soft” a schemi variabili e mutevoli; per esempio anche nel gesto d’ascolto della parola è più facile cogliere tale moderna versione dell’attenzione . Anche nel gesto d’ascolto della parola, per esempio, è più facile cogliere tale moderna versione dell’”attenzione”; l’attenzione non è soltanto quella che dirigiamo sul tema che ci interessa, bensì è proprio un approntamento del sistema uditivo al comportamento (o gesto) dell’ascolto della parola. In un tale “attendere” all’ascolto, è possibile porre l’equivalente del gesto articolatorio-fonemico (Longhi L., 1985, pp. 511)Il gesto deve essere visto nel suo “farsi”contenuto gestuale o percettivo e non solo attraverso quest’ultimo, nel linguaggio il contenuto ha assunto un rilievo da far mettere il secondo piano il gesto che l’ha prodotto. L’analisi del gesto passa abitualmente attraverso quella del prodotto. Nello studio del linguaggio il significato va ricollegato di nuovo al gesto……(Longhi L., 1985, pp. 515). I momenti funzionali che sottendono il movimento volontario nella moderna fisiologia sono: il <Trager> o struttura portante, lo <Stutzer> struttura di sostegno e la struttura del movimento cinetico con azione muscolare dinamico-balistica. Inoltre, gli apparati neuronici delle prime due strutture debbono essere attivati prima del terzo, anticipazione che rappresenta il movimento finalistico vero e proprio (Zielbewegung) e ciò non solo in senso cronologico , ma anche come <anticipazione> di esso. Vale a dire, che la struttura portante e quella d’appoggio non sono strutture generiche, ma anch’esse orientate nel senso dello scopo dell’attività muscolare dinamico-balistica. Esse sembrano sottendere, sul piano strettamente funzionale, ciò che viene indicato come la <pre-programmazione> di una <pianificazione flessibile> del gesto. Questi sono i momenti funzionali attraverso i quali si dispiegano i modi successivi della relazione fondamentale soggetto-ambiente (condizione fondamentale del nostro esistere) e sono anche i modi del nostro realizzarci come persona nell’affaccendamento quotidiano, essi si manifestano come attività neurofisiologica di cui la parola costituisce l’espressione più alta, più complessa e più completa. E’ nel clima di tale “intenzione” che gli elementi numerici e operazionali acquistano il loro vero “significare” contigente e reale. In senso analogo la “parola” è la parola dell’intenzione comunicativa e non la parola del vocabolario o la parola della grammatica. E’ la parola della sintassi (dal greco syn-assieme e tassein – ordinare)……” (Longhi L., 1985, pp. 521).

In linea con l’ipotesi longhiana, Gallese e Lakoff  (2005) sostengono il ruolo decisivo del sistema senso-motorio nella conoscenza concettuale, che non sarebbe pertanto conseguente ad operazione simboliche astratte, quanto basata sulle nostre esperienze percettivo-motorie, mappate a livello neurale a seguito delle interazioni costanti con le cose, gli altri e l’ambiente.

 Lidia Gomato

 Riferimenti bibliografici:

  1. Gallese V., Lakoff G., The Brain’s concepts: the role of the Sensory-motorsystem in conceptual knowledge, Cogn Neuropsychol. 2005
  2. Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione –Editore Bompiani, 2009
  3. Arbib M.A., Gasser B., Barres V., Neuropsychologia, 55, 2014
  4. Longhi L.,Afasia– Trattato di Neurologia Riabilitativa M.M. Formica – Editore Marrapese 1985
  5. Longhi L., Gomato L., Manzetti O., Pimpinella K., Pigazzi L., La parola come gesto: la suaspazialità,Neuroriabilitazione dell’Emiplegico. Aspetti Teorici e Pratici. 1981
  6. Gomato L., L’afasia come alterazione del gesto verbale: valutazione e riabilitazione, Riabilitazione e Apprendimento, anno 16, n.1/2, 1996, Guido Gnocchi Editore,
  7. ripubblicato online sulla Rivista di Neuroscienze, Psicologia e Scienze cognitive, 2013, https://www.neuroscienze.net/lafasia-come-alterazione-del-gesto-verbale-valutazione-e-riabilitazione/

 

Dall’alienazione alla comunicazione. Come restare umani nell’era dell’iPhone

Hockney iPhone

Una decina di anni fa, l’artista inglese David Hockney, uno dei più celebri pittori viventi, ha iniziato quasi per gioco, a dipingere con le dita  su dispositivi che emettono luce, come l’iPhone e l’iPad,  e il risultato è stato di una qualità sorprendente.

L’artista ha voluto sperimentare la capacità che questi strumenti offrono, di dipingere la luce “con” la luce e di mettere in connessione diretta l’arte e le persone. Sullo schermo luminoso Hockney disegna prevalentemente fiori, e in tempi record,  ogni mattina si diverte ad inviarli a gruppi di amici e conoscenti dai quali riceve un riscontro immediato; l’aspetto interessante in questo tipo di comunicazione è che non c’è solo il punto di vista dell’artista, ma anche quello di chi riceve il messaggio floreale.

Lo storico dell’arte Tomaso Montanari, ha trovato una certa similitudine tra i moderni “messaggini con fiori” di Hockney  e i “disegni omaggio” di  Michelangelo e il Bernini fatti in epoca rinascimentale (1),  a distanza di tempo, uno strumento tecnologicamente avanzato come l’iPhone può sostituire la tavolozza e la tela per raggiungere lo stesso scopo.

L’arte ci parla della possibilità dell’uomo di esprimersi, di usare lo strumento per comunicare, cioè per “mettere in comune”.   Hockey ci fornisce un esempio di come certi strumenti di alienazione e solitudine possono tornare ad essere strumenti di comunicazione.

 

Riferimenti bibliografici:

Montanari T., David Hockney, restare umani al tempo del tablet, Art. su il venerdì di Repubblica, del 7/12/2018

 

 

 

 

 

L’importanza dell’esperienza corporea e della coordinazione spaziale nell’evoluzione del linguaggio. Verso un modello “incarnato” di logopedia in neuroriabilitazione

prime lance

Agli albori delle scienze cognitive il cervello fu considerato nel suo studio come una monade isolata, i cui stati erano semplicemente frutto di interazioni interne, che emergevano dal suo funzionamento biologico; negli ultimi anni però, si è fatto strada un nuovo modello di scienza cognitiva, definita “incarnata” o “embodied” . Vi è stata una forte riconsiderazione del ruolo fondamentale che ha un “fare” legato all’impegno attivo di un “soggetto incorporato” nel mondo, un soggetto continuamente rivolto all’ambiente circostante, “ verso qualcosa” al di fuori di lui. Questa nuova scienza cognitiva si rifà al pensiero fenomenologico di Maurice Merleau-Ponty.

Circa due milioni di anni fa l’uomo ha iniziato a fabbricare utensili, i primo contatto della mano con la pietra e la sua progressiva lavorazione hanno potenziato il nostro raggio d’azione dando inizio a una cultura in cui l’interazione con degli strumenti è diventata indispensabile, per fare, per pensare e comunicare. Nei resti archeologici degli artefatti possiamo trovare i segni della nostra evoluzione cognitiva:  nella simmetria di  una lancia, ad esempio, l’ominide ha lasciato traccia delle nostre proprietà visuospaziali, nell’ideazione di una trappola l’impronta di una metacognizione spazio-temporale, e così via. L’idea che si va sempre più affermando  nella paleoantropologia , è che lo strumento, l’utensile, abbia alterato la nostra organizzazione cerebrale.

Il biologo e antropologo italiano Emiliano Bruner, direttore del laboratorio dedicato alla paleoneurologia nel Centro di ricerca sull’evoluzione umana di Burgos, in Spagna, nel suo libro “La mente oltre il cranio” (1) sostiene che un momento decisivo della nostra storia è stato quello in cui è avvenuta una variazione importante nei lobi parietali, coinvolti nell’abilità visuospaziale, ovvero la capacità di interagire con lo spazio e gli oggetti in modo coordinato e strategico. Il segreto della nostra specie, in breve, sarebbe nell’integrazione tra cervello, corpo e tecnologia. Con le sue ricerche, Bruner ha contribuito a mostrare come i cambiamenti più vistosi  in Homo Sapiens siano avvenuti nel lobo parietale, in particolare in aree come il precuneo e il solco intraparietale dove corpo e visione, mano e occhio, si integrano (2). Egli fa un ‘analisi di quelle capacità cognitive generalmente indicate con il nome di “integrazione visuospaziale”, implicate nella connessione tra individuo e ambiente, tra corpo e visione, e nella gestione dei ricordi, della nozione di sé stessi e delle relazioni con gli altri e mostra come le capacità cognitive si estendono al corpo e alla tecnologia, cioè oltre il cervello stesso, e come questi siano parti integranti nella formazione della mente.“Questa prospettiva è stata ulteriormente sottolineata a proposito dell’importanza dei processi condivisi tra l’esperienza corporea e l’elaborazione del linguaggio (Jirak et al., 2010 ), …la coordinazione spaziale è rilevante nell’evoluzione del linguaggio a causa di un’associazione riconosciuta tra il parlato e la destrezza manuale (Binkofski e Buccino, 2004 ). Secondo questa visione, le simulazioni senso-motorie possono collegare l’esperienza corporea, i neuroni specchio e la codifica del linguaggio, associando il linguaggio a circuiti incorporati (Buccino et al., 2005 ; Marino et al., 2012)” (cit. da Bruner E., 2017) (2).

Nella ricerca paleoneurologica, nell’ottica di Bruner, “tenendo conto della possibile rilevanza dell’esperienza corporea nell’elaborazione del linguaggio, si dovrebbe valutare in quale misura la capacità linguistica è stata attivata, facilitata o migliorata, dalle capacità visuospaziali. In tal caso, si dovrebbe considerare se il fatto che i Neanderthal e gli umani moderni mostrino regioni corticali visuospaziali allargate possa rappresentare la prova di tale associazione”(2)

Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

(1) Bruner E., La mente oltre il cranio. Prospettive di un’archeologia cognitiva. Carocci Editore, 2018

(2) Bruner E., Language, Paleoneurology, and the Fronto-Parietal System, Frontiers in Human Neuroscience, 2017 (Front. Hum. Neurosci., 30 June 2017 | https://doi.org/10.3389/fnhum.2017.00349)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi è l’uomo per l’uomo che lo incontra nella cura? Viktor von Weizsäcker il fondatore dell’antropologia medica e della nuova patologia clinica

Integrazione

All’inizio del Novecento il medico tedesco Viktor von Weizsäcker (neurologo,fisiologo,antropologo),  avverte la crisi profonda  in cui versava la medicina scientifica dell’Ottocento che, sotto l’influenza delle scienze della natura, aveva reso,  praticamente, superfluo il rapporto  interpersonale tra medico e paziente. Sensibile ai temi della psicanalisi di Sigmund Freud e della fenomenologia di Max Scheler e Martin Buber, Weizsacker sente l’esigenza di un cambiamento,  di una  “nuova medicina” concepita al di là del dualismo mente-corpo. Egli sostiene la necessità di vedere la malattia come unità psicofisica,  come risultato di una interazione costante e strutturale tra corpo e psiche,  nella convinzione che ogni disturbo fisico  è collegato in qualche modo alla dimensione psichica e che ogni disturbo psichico è collegato a quella fisica; la dinamica psicofisiologica del malato, inoltre, è anche in relazione con la situazione esterna nella quale si trova l’individuo e, pertanto, deve essere analizzata in patologia.

Secondo Weizsäcker, l’interrelazione reciproca tra percezione e movimento forma all’interno dell’atto biologico, un’unità indissolubile, una realtà che permette di interrogarci circa il suo significato, il suo particolare modo di manifestarsi nella malattia.  L’ esperienza clinica lo porta ad affermare che gli ammalati sono “oggetti che contengono un soggetto”, che nella malattia esiste una dimensione che contraddice la logica, nel senso che parte di ciò che accade  in essa non può essere rappresentato in modo logico, perché  la vita si esprime logicamente e anti-logicamente ( Spinsanti S., 1988), egli sostiene, inoltre, che nella malattia organica bisogna riconoscere al malato una capacità strutturante .

In linea con il pensiero fenomenologico, Weizsäcker ritiene che la fisica e la psicologia dovrebbero includere l’osservatore nell’ambito di ciò che deve essere studiato,  fino al punto in cui, prima l’interrelazione e poi la rete interpersonale ed “ecosistemica”, giungono ad essere la meta privilegiata della ricerca psicologica. Il fine di W., e’ quello di gettare le fondamenta di una nuova patologia generale, che vede l’introduzione del soggetto in medicina; partendo dalla sua esperienza clinica sviluppa un disegno antropologico di vasta portata, che unifica molteplici interessi. Più che i costrutti teorici egli assume il punto di vista della conoscenza concreta dell’uomo, che gli deriva dal rapporto clinico, tutto si concentra nel dialogo tra due esseri umani; l’atto medico si compie all’interno di un “rapporto reciproco” , nel quale la biografia del malato assume un’importanza primaria, perché “mostra fenomenologicamente l’uomo come un’unità storica” (Spinsanti S., 1988).

Nell’ottica di W.  “l’introduzione del medico nella patologia” è la condizione indispensabile per un progresso della medicina, egli attribuisce un particolare valore al materiale protocollare, a ciò che il medico vive e scrive nell’indagare sulla malattia.

I temi introdotti da Viktor von Weizsäcker sono attualissimi, la Sanità ha oggi come obiettivo di garantire ai cittadini la salute intesa come “uno stato di completo benessere psichico , fisico e sociale dell’uomo dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale sano”, le raccomandazioni nelle linee guida parlano di qualità nella cura del malato e di approcci integrati. Degli esperti di antropologia medica e medicina narrativa vengono chiamati per fare formazione negli ospedali, per sensibilizzare il personale medico all’ascolto del malato.

Qualcosa sta cambiando, ma c’è ancora molta strada da fare, secondo studi  svolti nel settore delle medical humanities , sono  troppi gli errori medici  per mancanza di ascolto, dopo 18 secondi , in media, un paziente viene interrotto quando comincia a raccontare la sua malattia ad un dottore.  L’empatia crolla fin dal terzo anno di Medicina a causa di un’impostazione sempre meno centrata sull’umano, mentre la tecnologia ha fatto passi avanti, si è tornati indietro sull’attenzione alla persona. (3).

 Lidia Gomato

Riferimenti bibliografici:

  1. Spinsanti S., Guarire tutto l’uomo. La medicina antropologica di Viktor von Weizsacker. Edizioni Paoline, Cinisiello Balsamo 1988
  2. Tolone O.,Alle origini dell’antropologia medica, Carrocci Editore, 2016
  3. Preve M., Il dottore perfetto? E’ una parola – articolo pubblicato sul venerdì di Repubblica il 12/10/2018

 

L’AFASIA COME DISTURBO DELLA COMUNICAZIONE NELLA PROSPETTIVA FENOMENOLOGICA

foto Longhi               In memoria del Prof. Lamberto Longhi

Anche se le lezioni introduttive di Lamberto Longhi alle nostre ricerche sull’afasia e più in generale sulle alterazioni del gesto nei disturbi neuropsicologici, potrebbero considerarsi, per certi versi, superate, hanno anticipato i nostri tempi e conservano ancora tutto il fascino di un pensiero nuovo, moderno.

Lezione dicembre 1982

Nella nostra ipotesi di ricerca mi sembrano abbastanza chiari questi tre momenti: delmovimento, delgestoe della tematizzazione, ed io ho insistito abbastanza sul fatto che l’afasia è un nucleo e il disturbo afasico va considerato come un disturbo della comunicazione.

Tutte quelle che sono state le teorie prettamente neurofisiologiche, anche al di là dei vecchi centri, le vie di associazione etc., non potevano includere tutta la problematica dell’afasia in quanto comunicazione,tanto è vero che abbastanza recentemente sono confluiti nel discorso dell’afasia e del linguaggio anche altri atteggiamenti. Vediamo l’apporto della linguistica, della neurolinguistica, dell’informatica, della psicologia con i test di neuropsicologia, e l’ultimo dovrebbe essere il nostro apporto, quello della fenomenologia,perché una cosa è parsa abbastanza ovvia, quando si son messi a fare della statistica sulle localizzazioni anatomiche dei disturbi afasici, in conclusione hanno visto che anche dividendo le funzioni del linguaggio in: ripetizione, comprensione, espressione etc., ogni lesione coinvolgeva le varie funzioni, più o meno arbitrariamente distinte, cioè se si vuole smembrare l’atto del linguaggio come un fatto unico di significazione, in tanti aspetti come: comprensione, espressione, parola ripetuta, serie verbali etc., quando si va ad analizzare appunto sul piano statistico, non con l’analisi di un singolo caso, si vede che un po’ tutte le lesioni classiche che danno l’afasia, coinvolgono tutte le funzioni. Nella parte posteriore saranno più o meno, prevalenti le funzioni di comprensione, nella parte anteriore quelle di espressione, nell’insieme però nessuna di queste funzioni, arbitrariamente divise, viene risparmiata qualunque sia la lesione. La lesione diventa un fatto unico, c’è un centro, il vecchio centro di Wernicke, quello temporale, che per molti autori sarebbe il vero centro del disturbo del linguaggio e si ritornerebbe un po’ al vecchio concetto di Pierre Marie, dell’afasia come fatto unico che non si può smembrare in tante afasie diverse. L’afasia è una, come il linguaggio è uno, come la comunicazione è una, c’è questo recupero della globalità del disturbo afasico, per cui resterebbe l’idea e l’ipotesi di un centro unico, di un fatto centrale che è il momento della comunicazione nel senso vero e completo del termine, e al margine, ai bordi di questa zona, ci sarebbero poi quelle lesioni che danno, sullo sfondo del disturbo della comunicazione, degli aspetti un po’ particolari. Agli estremi, al di fuori dell’area vera del linguaggio resterebbe, in avanti l’anartria, cioè un disturbo del movimento, del gesto, e posteriormente l’agnosia verbale.

Certamente il linguaggio era l’unica funzione sulla quale tutta la neurofisiologia sperimentale non poteva aggiungere nulla, se invece prendiamo i dati della neurochirurgia, la quale lavorando con il cervello era in grado di stimolarlo e portare via delle zone, vediamo che le conclusioni, più o meno, sono state quelle di prima, che ogni lesioni coinvolgeva le varie funzioni. Una prima osservazione che per noi è interessante è che le ablazioni corticali delle zone, sia di Broca che di Wernicke, della plica curva, hanno dato solo transitoriamente dei disturbi afasici, se la lesione è soltanto corticale, come appunto nella lesione chirurgica, il linguaggio recupera, ritorna; quindi vuol dire che non è soltanto lì il linguaggio, anzi il momento corticale non è in grado di turbare veramente, profondamente, il linguaggio. Una seconda osservazione è che si è visto per l’esperienza di Penfield e Roberts, soprattutto nella stimolazione delle zone classiche del linguaggio, che non ha dato in fondo dei disturbi del linguaggio, ma che ha dato dei disturbi periferici, per esempio, un arresto del linguaggio, delle interferenze, ma non c’è stato un vero disturbo afasico come conseguenza della stimolazione. Una terza osservazione è che specialmente con le operazioni di stereotassi, quelle fatte sui parkinsoniani etc., quando si andava a ledere o a stimolare le strutture centrali del cervello, dell’ipotalamo e anche del pallido, si è visto che anche queste strutture davano disturbi del linguaggio, tanto che alcuni autori, soprattutto Ojemann, hanno parlato di un’afasia talamica. Luria, che forse è il più completo, G. A. Ojemann è un neurochirurgo, rivedendo questi casi ha parlato di una quasi afasia, quindi anche lui si è tenuto al sicuro, non ha detto che la lesione talamica da un’afasia; probabilmente anche le strutture profonde collaborano a realizzare il linguaggio, ma resta una collaborazione periferica. Una quarta osservazione è che ormai quasi tutti sono d’accordo ad attribuire un ruolo nel linguaggio all’emisfero destro; questa idea ha coinciso con degli studi paralleli sulla dominanza emisferica che non è tanto un fatto anatomico quanto una lateralizzazione della funzione. Anche se ci sono dei lavori che fanno vedere delle differenze di anatomia, mi pare che l’idea abbastanza comune sia che gli emisferi partono uguali e poi uno si lateralizza, cioè si specializza. Questo significa che anche l’altro emisfero ha soltanto ceduto, per modo di dire, si è tirato indietro in questa funzione e che però, è disponibile in modo totale fino all’età di 10-12 anni, tanto è vero che l’emisferectomie sinistre non danno disturbi del linguaggio e il bambino, il ragazzo, parla, ovviamente, con l’emisfero destro. Io direi che questa lateralizzazione non è tale da bloccare, da cancellare l’emisfero destro dalla sua partecipazione al linguaggio e quindi, per una lesione dell’emisfero sinistro, può essere richiamata una collaborazione, una vicarianza dell’emisfero destro.

Il discorso complessivo è che in fondo come era anche da ipotizzare, il linguaggio è un’attività talmente importante che è difficile pensarla localizzata soltanto in alcune zone, tutto il cervello partecipa. Quando noi esaminiamo un afasico, nel tirare le somme, dal punto di vista anche funzionale e quindi anche delle prospettive, delle prognosi di recupero, bisogna pensare anche al cervello restante. Gli stessi chirurgi che hanno fatto queste ablazioni, hanno osservato che l’ablazione delle zone classiche del linguaggio, non danno disturbi permanenti di tipo afasico, a meno che il restante cervello non fosse anche quello in cattive condizioni e allora il disturbo afasico non era temporaneo, ma rimaneva.

Un altro discorso che si fa, è che il linguaggio è una funzione che si è specializzata e ormai vive in questo clima di sua specializzazione o comunque poggia su sub-strutture, su sub-sistemi, ma il linguaggio è sempre un momento creativo, non vive in un regime suo proprio, senza più rapporti con tutta l’altra attività cerebrale. Ci sono stati parecchi movimenti che hanno cercato di capire pensando che il linguaggio fosse soltanto una specie di emergenza, di epifenomeno su una funzione globale, che fosse una funzione mediata dal cervello, ma che fosse anche una funzione addirittura biologica. Queste prospettive si sono chiarite o manifestate in varie direzioni, la prima direzione, che ancora è un’antica direzione, è quella che vede il linguaggio come la manifestazione di una struttura “spazio-temporale”, c’è questa specie di struttura di fondo che è necessaria, perché su quella si possa poggiare il linguaggio. Il linguaggio, quindi, sarebbe un ricamo molto ricco, di lusso, su una trama di fondo, su una specie di struttura funzionale di fondo. I primi che hanno parlato di questa struttura di fondosono stati Weorkoem e mi pare Grumbaum, hanno parlato di un “senso geometrico”; secondo loro nell’afasico sarebbe leso il senso geometrico, che non è la conoscenza della geometria Euclidea, è un modo di vivere in questo spazio, in questo tempo.

Più recentemente anche Ajuriaguerra e Lhermitte hanno tirato fuori questo concetto di spazio-temporalitànel linguaggio in un senso un po’ diverso, loro dicono che non c’è dubbio che tutte le nostre esperienze sono distribuite in uno spazio, le esperienze visive soprattutto. Il linguaggio tradurrebbe questa spazialità in una spazialità temporale, cioè quella che è la compresenza spaziale, diventerebbe una successione di ordine temporale, e questa sarebbe la struttura profonda responsabile del linguaggio. Sfrondando ciò, da tutto quello che è superficiale, almeno come funzione, come livello sottostante, nell’afasico ci sarebbe un disordineprofondo della capacità di mettere in sequenze temporali tutti i momenti del linguaggio, quindi il momento comprensivo, espressivo, articolatorio e tutto il resto. Tutto questo discorso rende conto abbastanza bene del fatto che il più delle volte l’afasia non è soltanto un disturbo del linguaggio in senso stretto ma è accompagnata da un’aprassia, per esempio, della mano, mimica, e da un’aprassia costruttiva, e questi sono ancora più evidenti disturbi dello spazio, sia di uno spazio somatico, sia dello spazio euclideo. Ciò spiegherebbe perché questa associazione fra l’afasia con disturbi di tipo prassico non è soltanto la sommazione di un disturbo più l’altro, ma è una manifestazione di un vasto spazio di attività, che non è soltanto la pronuncia di una parola, né la comprensione della parola, ma in cui la parola è un modo di manifestare una sotto-attività, un’attività di “sfondo” che è quella che la sostiene.

Nella stessa direzione si son mossi, su basi un poco più elaborate, Gelb, Goldestein e Konrad, che sono i gestaltisti del linguaggio; secondo loro il linguaggio è una manifestazione di un’attività, che è quella tipica di ogni nostra attività, che loro chiamano dialettica figura-sfondo, adottando questo termine da Lewin: ogni contenutoche ha una sua configurazione, non è fondato sul nulla, ma è sempre fondato su uno sfondo, su qualcosa da cui nasce e che continua ad ambientarlo, per cui nessuno stimolo è così, nel vuoto. La stessa parola, sia come gesto, sia come fatto comprensivo, quindi come fatto percettivo,è sempre fondato su una premessa che la prepara ed è chiaro che tanto è significativo il fatto motorio, gesticolatorio e quello percettivo, quanto è fondato su uno “sfondo”.  Il gesto, sia comprensivo che espressivo, ha una sua preparazione, questo richiamare il gesto in funzione di un momento di approntamento, di preparazione, coincide stranamente, ma forse anche inevitabilmente, con tutta la concezione moderna del movimento. Dal punto di vista elettrofisiologico, soprattutto dal punto di vista dell’elettroencefalogramma, oggi sono ammessi questi famosi potenziali negativi di approntamento, l’onda di aspettazione di Greywalter, e si è visto che prima di ogni movimento, ci sono ampie zone cerebrali che partecipano a questa onda, soprattutto le zone frontali, le temporali e le parietali e non solo da un lato. Se io faccio un movimento con la mano destra, non solo registro l’onda dell’emisfero sinistro, ma la registro anche sull’emisfero destro. Questo sfondo, da cui parte il movimento, oggi viene preso in discussione, prima si pensava che il movimento sorgesse così, per un ordine psichico del tutto astratto, invece si è visto che non c’è ordine psichico che non poggi, non si basi, su quello che è l’organismo, su quella che è l’economia e la gestione di un organismo.

Qui, secondo me, visto che la parola non è un fatto isolato, estremamente elettivo, ma è un modo con cui tutto l’organismo si manifesta, si inserisce il momento fenomenologico, nel senso che l’individuo non è un fatto emergente isolato. Nessuno di noi è solo, ma è sempre in funzionale compagnia con l’altro, è sempre un atto di presenza e se si vuole accettare la versione fenomenologica, la nostra presenza, il nostro declinarci esistenti, è quello che facciamo tutti i giorni, direi che proprio tutta l’attività neurologica o meglio psico-neurologica, è tutto un modo con cui ci dichiariamo o ci riteniamo esistenti.

Come “sfondo” degli atti neurologici o psico-neurologici c’è certamente tutto l’organismo, come diceva Buytendyk, questa mediazione di tutto il corpo, che non è corpo anatomico,  ma un corpo che realizza un momento di presenza, è una presenza a qualcosa, se io fossi solo non sarei presente a nessuno. Dal momento che sono presente c’è inevitabilmente una compresenza, cioè qualcuno al quale io sono presente; questo qualcuno può essere in senso più vasto il mondo, naturalmente, o può essere una persona. Qui recuperiamo il contributo dell’informatica, l’informatica studia il valore informatico del messaggio, recupera il gesto verbale, lo tira fuori dall’atmosfera puramente neurologica e lo fa un “atto di presenza”, un “atto di comunicazione”. Se noi dobbiamo fare un’analisi dell’atto di presenza vediamo che la presenza è fra due attori, allora viene fuori tutto il discorso del produttore e del fruitore del messaggio, viene fuori il discorso che fanno oggi i cognitivisti, quando dentro lo schema del momento cognitivo del linguaggio ci mettono che, non solo io debbo essere chiaro su quello che voglio dire ma, addirittura, per parlare sapere come la pensa l’altro. In concreto, direi che la realtà è questa, però ciò esorbita dall’area del linguaggio, perché se questa è una delle dimensioni del linguaggio, allora dobbiamo ammettere che il malato di mente è un afasico ed anche il ragazzo che non ha fatto bene il compito di italiano è un afasico; la compartecipazione dell’altro va vista allora in senso fenomenologico, cioè va vista quella che è la “riduzione” di tipo husserliana.

In questa presenza dell’altro,io devo sfrondare tutto quello che è contingente, quindi quando io debbo analizzare la parola, non solo come fatto neurologico, non solo come fatto neuropsicologico, ma come messaggio, quindi come rapporto con l’altro, lo studio non deve lasciarsi deviare dal contenutodel messaggio. Il contenutonon ha nessuna importanza, perché qualsiasi contenuto io comunico, quello che conta è il momento della comunicazione; non è che la comunicazioneè vera se io comunico un fatto vero o è falsa se io comunico una bugia. Il concetto della riduzione eideticaè cogliere la “cosa in sé”, tutto loschemadell’impostazione fenomenologica,non la descrizione del fenomeno, ma la descrizione del fenomeno alla suaessenzialità.Ora l’essenzialità della comunicazione è certamente la compresenza dell’interlocutore, è vero che l’uomo è l’unico animale che può mettersi di fronte a sé stesso, per cui si può dire che io posso parlare con me stesso, cioè io mi sdoppio e divento nello stesso momento produttore e fruitore del messaggio, questo è ancora unmessaggio. Ciò chiama in causa il vecchio problema non ancora risolto, del rapporto fra pensiero e parola, per alcuni non c’è pensiero senza parola, in quanto noi non potremmo pensare se non traducendo in linguaggio, seppure interiore, il nostro pensiero; la scuola di Woodsford invece, ammetteva un pensiero senza parola, la questione credo sia ancora insoluta. Secondo l’atteggiamento fenomenologico,direi che forse il pensiero senza parola è un po’ troppo astratto e come noi partecipiamo alla parola, partecipiamo anche al pensiero. La vecchia posizione di Merleau Ponty, che metteva in discussione la parola senza il soggetto che parlava, o un soggetto che non aveva la parola, si può ripetere per il pensiero; se fosse vero un pensiero senza parola, ricadremmo nell’obiezione di un pensiero senza soggetto e di un soggetto senza pensiero, e questo è inaccettabile. Il vantaggio della versione fenomenologica,è che elimina il discorso della datità del fatto e lo riporta sulla fattualità. Il dato, cioè il contenuto dell’esperienza percettiva, di pensiero emotivo-sentimentale, è sempre l’esperienza di un fatto; il dato non può essere visto in sé e per sé, non può essere sciolto dalla fattualità che lo crea.

Nell’analisi della parola, che è l’esempio più tipico di questo dilemma, quando uno si trova davanti ad un contenuto verbale, quando si trova a discutere sul rapporto tra significante e significato, vede che si è concluso rapidamente, direi ingenuamente, cioè che il significante è un nostro gesto, al quale poi una certa abitudine, una certa socialità, dava un valore convenzionale. Il valore non era nostro, ma noi lo avevamo imparato dal di fuori e potevamo con una certa facilità rimetterlo in circolazione; qui ritroviamo la vecchia obiezione che ha fatto la prima fenomenologia a quello che era l’idealismo della dialettica. Questo idealismo che poneva l’io come padrone assoluto, che prende dal mondo tutto quello che viene, lo giudica, lo imposta, lo valorizza e che poi quando parla con questi valori, finisce che parla con quello che ha fatto lui stesso, non parla con nessun altro, e diventa un solipsismo. La versione fenomenologica toglie questo solipsismo e dice, che comunque sia, sin dall’inizio, anche prima della parola, c’è un rapporto tra il soggetto e il mondo, sfrondato da tutto ciò che è accessorio, di temporaneo e che questo rapporto ha una sua spazio-temporalità. In questo senso si possono recuperare le vecchie idee di Woerkoem e Grambaum sul senso geometrico, loro parlavano di una geometria Euclidea, cioè di uno spazio Euclideo, noi invece parliamo di uno spazio fenomenologico, parliamo dello spazio d’indicazione e poniamo il nostro discorso, come ipotesi di lavoro, su questo momento, tenendo come piattaforma di appoggio questo punto di vista.

L’interpretazione del fatto afasico allora cambia, in ogni momento del disturbo afasico dobbiamo recuperare il vecchio problema del rapporto con l’altro, ciò ci fa escludere per principio tutto quello che non è il rapporto con l’altro, che non è comunicazione.

Negli item del nostro protocollo, il “Profilo dell’afasico” abbiamo distinto fra item dialogici ed item non dialogici, la parola ripetuta non è una comunicazione, così pure la serie numerale etc., la vera comunicazione è il linguaggio spontaneo e il raccontino e questo momento costituisce un nucleo, ci permette di fare il discorso che facciamo sempre: che là dove c’è una comunicazione, seppure deteriorata e mal fatta, forse non è facile parlare di afasia. Se io faccio il terzo grado al povero afasico, questo naturalmente si sfascia, non posso dire che è afasico perché non regge a tre ore di interrogatorio, questo è il rischio. Tutti quegli schemi dei cognitivisti sono belli, però vanno, a mio giudizio, sfrondati da tutto quello che è l’aspetto post linguaggio, cioè del pensiero, del giudizio, quel che io penso, quel che pensa l’altro, questo momento giudicativo e critico non è più linguaggio, questo discorso ci riporta anche all’obiezione di prima, che allora anche un malato di mente è un afasico.

A cura di Lidia Gomato

 

 

 

L’importanza della relazione e del dialogo per uno sviluppo ottimale del linguaggio

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I bambini sono naturalmente predisposti a sviluppare il linguaggio e, se immersi in un ambiente in cui altri umani parlano, lo apprendono velocemente senza fatica. Ma anche se parliamo proprio con la convinzione di poter accelerare lo sviluppo delle loro capacità linguistiche, il solo ascolto non basta, per raggiungere un livello di competenze ottimale. Un nuovo studio mostra come l’aspetto cruciale non sia tanto parlare ai piccoli, quanto come lo si fa, ciò che conta è il rapporto interattivo che coinvolge bambino e adulto nei cosiddetti “turni conversazionali”, cioè gli interventi comunicativi che si alternano e si modificano a vicenda, Il gruppo di ricercatori guidati da John Gabrieli, neuroscienziato del McGovern Institute for Brain Research del Mit, ha misurato per la prima volta quanto l’interazione comunicativa influisca sullo sviluppo neurofisiologico del cervello. Parlare è l’attività principale per entrare in relazione con loro, e si intreccia con la complessità sociale peculiare della nostra specie. Nello studio, apparso su Psychological Science, i ricercatori hanno reclutato 36 bimbi fra quattro e sei anni, registrando il numero di parole pronunciate e ascoltate da ognuno e il numero di turni conversazionali intercorsi con gli adulti in casa.

Come ci si aspettava, è emersa una correlazione positiva fra il numero di turni e i punteggi ottenuti dai piccoli nei test standardizzati di valutazione delle abilità linguistiche, compresi il vocabolario, la grammatica e il ragionamento verbale. I bambini sono stati poi sottoposti a una risonanza magnetica, durante la quale hanno ascoltato storie. L’analisi delle attivazioni cerebrali ha messo in luce che, proprio nei più attivi nei turni conversazionali, c’era un maggior coinvolgimento del giro frontale inferiore sinistro, corrispondente all’area di Broca, una delle principali zone del cervello alla base delle capacità verbali. Indipendentemente da altri fattori come lo status socioeconomico e il livello educativo dei genitori. <<Questo è il primo dato>>, scrivono gli autori dello studio, <<che mette direttamente in relazione l’ambiente linguistico dei bambini con lo sviluppo a livello neurale del linguaggio>>. I risultati sono stati confermati da ulteriori analisi eseguite dallo stesso gruppo sui risultati della risonanza magnetica.  Secondo il nuovo lavoro, appena pubblicato sul Journal of Neuroscience, i bambini coinvolti in maggiori turni conversazionali mostrano modificazioni funzionali e anche anatomiche. Si tratta di un potenziamento strutturale dei sistemi di fibre dell’emisfero sinistro, quello normalmente dominante per il linguaggio, che mettono in comunicazione l’area di Broca con le aree temporali e parietali critiche nell’elaborazione del linguaggio.

Ciò che è importante è il dialogo, lasciare ai bambini spazio di parola, incoraggiarli ad esprimersi.

La comunicazione umana e le sue basi innate

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All’International Congress of Infant Studies, che si è svolto lo scorso luglio a Philadelphia, la psicologa F. Simion dell’Università di Padova, ha presentato un lavoro sulla sensibilità dei bimbi di tre e sei mesi all’orientamento degli occhi: già alla nascita il neonato, messo di fronte ad un volto con gli occhi che si muovono verso destra, è in grado di volgere il suo sguardo nella stessa direzione. Questa capacità precoce di interazione con lo sguardo, è vitale per il neonato e su queste basi innate, si costruisce la nostra capacità di capire gli altri, le loro emozioni e il loro comportamento.

Già a poche ore di vita, con un cervello non completamente sviluppato, il neonato sa individuare e riconoscere facce, le distingue da stimoli visivamente simili e preferisce lo sguardo diretto. A 24 ore è più affascinato dai movimenti che simulano quelli biologici, come una camminata, rispetto a quelli meccanici, come un oggetto che rotola. Questa predisposizione per gli stimoli sociali rientra tra quei “nuclei di conoscenza” alquanto complessi in nostro possesso sin dalla nascita, frutto della storia evolutiva della nostra specie. Fa parte di tali competenze cognitive innate anche la sensibilità verso il mondo acustico. Quando i neonati aprono gli occhi, sono già equipaggiati per essere cittadini del mondo: sanno discriminare i suoni linguistici da quelli non linguistici, possono riconoscere i contrasti acustici foneticamente rilevanti di tutte le lingue del mondo. Dopo qualche mese d’ immersione, si sintonizzano con l’ambiente sonoro e linguistico nativo. Infatti, tra gli otto e i dieci mesi di vita c’è un periodo critico, in cui accade qualcosa che li rende uditori di una sola lingua, la lingua madre; questo fenomeno è chiamato “canalizzazione o sintonizzazione percettiva”. Anche i suoni prodotti dal bambino in età pre-verbale, s’ inseriscono in questo contesto e hanno intenzioni comunicative.

Lo scambio proto-verbale con gli adulti è molto importante, secondo la neuropsichiatra infantile A. Chilosi, responsabile del Laboratorio di Neurolinguistica e Neuropsicologia dello sviluppo dell’Irccs Fondazione Stella Maris di Pisa << i turni conversazionali offrono al piccolo la possibilità di fare pratica e di migliorare proprio grazie alla risposta che riceve dall’adulto, il quale aggiusta costantemente la propria mimica e il proprio linguaggio sulla base del comportamento del bambino. Si tratta di un modellamento reciproco>>. Gli studi dimostrano, che una maggior abilità nel rispondere e rilanciare della madre è associata a espressioni più sofisticate del figlio, probabilmente grazie alla maggiore motivazione, oltre che al feed-back del genitore.

 

Per pensare serve la bocca

bocca e pensiero

Jean Piaget (1896-1980) e Lev S. Vygotskij (1896-1934) sono considerati tra i teorici più influenti e determinanti per la psicologia dello sviluppo, nelle loro opere hanno indagato su gran parte dello sviluppo cognitivo e nello specifico sul rapporto tra linguaggio e la cognizione e il linguaggio con il pensiero.

Secondo la teoria genetica di Jean Piaget l’uomo è in interazione continua con l’ambiente ed i suoi scambi con la realtà vengono guidati da strutture interne non innate ma costruite nel corso dello sviluppo. E’ attraverso l’esperienza, partendo da pochi riflessi innati, che il bambino costruisce il proprio sistema cognitivo e sviluppa il linguaggio.

Il linguaggio umano consiste nel completamento dei processi cognitivi dello stadio senso-motorio, il primo stadio di sviluppo infantile. Il linguaggio è in rapporto al pensiero, e più precisamente alla funzione simbolico-rappresentativa che caratterizza il secondo anno di vita del bambino. Le prime parole costituiscono il momento di transizione dall’intelligenza senso-motoria a quella rappresentativa. Esistono due forme di linguaggio infantile, quello “egocentrico” e quello “socializzato”. Il linguaggio socializzato, secondo Piaget, si afferma progressivamente attraverso il superamento dell’egocentrismo cognitivo, consentendo al bambino di considerare punti di vista diversi dal proprio e compiere azioni mentali, esso diviene effettivamente socializzato attraverso l’azione del linguaggio.

Per Lev S. Vygotskij, diversamente da Piaget, il linguaggio “sociale” è alla base dello sviluppo psichico del bambino e non alla fine: “ la funzione iniziale del linguaggio è la funzione della comunicazione, del legame sociale, dell’azione su coloro che sono attorno, sia dalla parte degli adulti che dalla parte del bambino”( Lev S. VygotsKij, 1934). Secondo l’autore, il linguaggio non diventa sociale soltanto nel processo del suo cambiamento e sviluppo, ma è sociale sin dall’inizio.

Oggi la questione è ancora fonte di dibattito e rimane aperta a nuovi studi, molte delle ricerche attuali hanno evidenziato che non è tanto lo sviluppo cognitivo a determinare quello linguistico quanto piuttosto linguaggio e cognizione possono avere sviluppi paralleli spiegabili a partire da strutture comuni ad entrambe queste capacità.

Uno studio dell’Università la Sapienza di Roma e dell’Istituto di Scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), appena pubblicato sulla rivista di Scienze Biologiche della Royal Society, ha dimostrato che il linguaggio risente sia delle esperienze sensorio-motorie non linguistiche che delle esperienze linguistiche, comunque radicate nel senso-motorio e che aprono al sociale.

Per comprendere un concetto concreto come sedia, spiega Anna Borghi, del dipartimento di Psicologia dinamica e clinica,– occorre aver visto molte sedie, mentre per comprendere un concetto astratto come libertà, che aggrega esperienze molto diverse tra loro, occorre il contributo di altri,  all’esperienza linguistica. Quando pensiamo a concetti astratti, come “fantasia” e “libertà”,rievochiamo l’esperienza linguistica, attivando la bocca. La capacità di sviluppare e usare concetti astratti come “fantasia” e “libertà” è una tra le più sofisticate abilità di cui gli esseri umani sono dotati e li differenzia dagli altri primati.

La sperimentazione condotta su un campione di individui adulti a cui erano stati assegnati una serie di compiti. Nel misurare i tempi di reazione dei partecipanti, è stato osservato che, per i compiti nei quali la risposta doveva essere data utilizzando la bocca per premere un tasto, l’elaborazione dei concetti astratti risultava facilitata. Nelle risposte in cui era previsto l’utilizzo della mano, l’individuo risultava più veloce nel rispondere ai concetti concreti.

Questo risultato ha portato il gruppo di ricerca ad avviare un’altra sperimentazione, questa volta su un campione composto da bambini di otto anni. Misurando i tempi di risposta in un compito di categorizzazione di parole, si è osservato che i bambini che avevano fatto uso del ciuccio oltre i 3 anni, rispondevano meno velocemente ai concetti astratti rispetto ai bambini che ne avevano interrotto l’uso prima. Questo suggerisce che, limitare la mobilità oro-facciale durante l’acquisizione di competenze linguistiche e sociali, rallenta selettivamente l’elaborazione dei concetti astratti. (Anna M. Borghi A. M. , Barca L., Binkofski F., Tummolini L. , 2018 )

Lidia Gomato

Riferimenti:

Piaget J., La costruzione del reale nel bambino – La Nuova Italia 1979

Vjgoskij Lev. S., Pensiero e linguaggio – Laterza 2006, pag 57

Anna M. Borghi, Laura Barca, Ferdinand Binkofski and Luca Tummolini – Abstract concepts, language and sociality: from acquisition to inner speech. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 373, 20170134. (doi:10.1098/rstb.2017.0134)

(L’articolo si inserisce all’interno di un numero speciale, interamente dedicato ai concetti astratti e curato dagli autori)

Anna M. Borghi, Laura Barca, Ferdinand Binkofski and Luca Tummolini – Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Science Varieties of abstract concepts: development, use, and representation in the brain  – numero speciale (2018)